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Eresie, esorcismi e scelte giuste (secondo Savona)

Quelli che seguono sono stralci tratti dall'ultimo libro di Paolo Savona, "Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi", edito da Rubbettino (e che il Foglio di carta ha anticipato)

24 Gennaio 2012 alle 20:45

Quelli che seguono sono stralci tratti dall'ultimo libro di Paolo Savona, "Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi", edito da Rubbettino (e che il Foglio di carta ha anticipato):

A parte gli scenari catastrofici che, lo ripetiamo, qui non condividiamo, il problema più urgente da affrontare è quello di limitare i danni di un aggiustamento che proceda secondo le linee imposte da un’Unione europea guidata dal "blocco culturale germanico" (Germania, Austria, Olanda e pochi altri), che gli Stati Uniti hanno preso a criticare duramente, trovando per ora ascolto tardivo e parziale solo nella bce. Se questa è la soluzione politica che si intende dare al problema, l’Italia deve effettuare una seria analisi costi-benefici delle condizioni di permanenza nel Patto di stabilità e nell’euro, opponendosi a vincoli esterni che vengono via via rafforzati senza muovere verso l’unione politica.Oppure avere il coraggio di uscire dalle istituzioni europee che, se non verranno corrette, la butteranno nel caos economico e sociale.

Il rifiuto di procedere, come sperato e implicito nella creazione dell’euro, in direzione di un’unione politica – ossia di mettere le sorti dei paesi membri in comune, con parità di doveri, come giustamente si chiede, ma anche di diritti, come è giusto che sia sul piano democratico – comporta che i gruppi dirigenti di ogni paese abbiano il dovere di tutelare gli interessi del loro paese. Quindi anche quelli che governano l’Italia. Se la reazione è quella di domandarsi quali sono i veri interessi di un paese, è inevitabile che si proceda come da noi proposto: redigere un Piano A, composto dalle scelte da fare per stare in Europa, e un Piano B, che preveda come uscirne, sapendone valutare di entrambi costi e benefici. Altrimenti si tradisce la Costituzione del Paese che fissa compiti precisi per i cittadini e i governanti. Si sostiene che i danni di un’uscita dall’euro e, di conseguenza, dall’Unione europea sarebbero ingenti, anche peggiori di quelli che si hanno e si avranno se si resta dentro le istituzioni europee faticosamente create, trattato dopo trattato. Questa è un pregiudizio fondato su ideali nobili o timori del futuro, non un giudizio fondato su basi razionali. Questi calcoli sono difficili? Certo. Ma vanno comunque fatti, anche perché la credibilità del Paese all’esterno e il consenso all’interno dipendono da una loro chiara esplicitazione. I media ci informano che alcuni paesi lo vanno facendo e taluni si scandalizzano al solo pensiero. I presupposti basati su sillogismi quali "uscire dall’euro equivale a un disastro certo", è la continuazione di un’eresia non accettabile sul piano politico, e le invocazioni a restare ancorati agli accordi perché è il costo minore, equivalgono a un puro esorcismo. Il degrado economico, che diviene inevitabilmente degrado politico, non si arresterà aggrappandosi alle sole speranze che non accadrà restando in un’inesistente Europa politica.

Non avendo fatto per tempo questo calcolo, quando si è sotto attacco speculativo, è più difficile e costoso attuare un Piano B e siamo ormai in queste condizioni. Ma non lo è da meno perseguire un Piano A, imposto dall’esterno, di cui non si sono valutati, ma si temono gli effetti. Il più concreto segnale di questa seconda valutazione è lo spread Btp-Bund, il divario tra il rendimento dei titoli di Stato poliennali dell’Italia e della Germania, nascenti dal dubbio che il Paese non ce la faccia a rimborsare il debito proprio perché accetta di stare nell’Ue che impone deflazione o richiede riforme difficili da fare e, forse, anche socialmente inopportune, senza garantire la certezza della protezione. Ripetiamo che, se il tasso d’interesse pagato sul debito supera il saggio nominale di crescita, si distrugge ricchezza e si entra in un circolo vizioso che peggiora le condizioni del Paese anno dopo anno. È lo stato in cui ci troviamo e si può uscire solo prendendo decisioni indipendenti da ciò che gli altri (e il mercato) ci dicono di fare.

Prima tra tutte la cessione del patrimonio pubblico in una delle forme proposte (da Guarino-Savona) e di mobilitazione volontaria di quello privato (da Monorchio-Salerno). Se l’Italia decidesse di lasciare l’euro avrebbe certamente un contraccolpo grave, ma recupererebbe il controllo dei tre strumenti di aggiustamento che ha ceduto alle autorità sovranazionali e che esse solo in parte utilizzano. L’Italia ben conosce l’efficacia di questi strumenti, avendoli ampiamente sperimentati in passato creando propria moneta e fissando tassi d’interessi e rapporti di cambio estero. Dopo una crisi di proporzioni elevate, che si innesterebbe in quella già in corso, essa recupererebbe la responsabilità del proprio futuro. Gli errori sarebbero i suoi e forse gli italiani si convincerebbero a non ballare mentre il Titanic affonda (o non sognare di poter salire su una nave da crociera), invece di consegnarsi in mani straniere, le quali fanno certamente i loro interessi e non i nostri. Dopo un secolo e mezzo di lotte per la conquista delle sovranità proprie di uno Stato, di cui proprio quest’anno festeggiamo il 150° anniversario, riprendere i vecchi vizi di affidarsi a potenze straniere per risolvere le divisioni interne che paralizzano le scelte giuste appare come il più drammatico errore che possa compiere l’Italia dopo essersi affidata al fascismo.

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