Joe Brown e Jack Lemmon nella scena finale di “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder

Nessuno è perfetto. Tranne qualche battuta nei film

Dall’“odore di napalm al mattino” del colonnello Kilgore al “sei solo chiacchiere e distintivo” di Al Capone, da “è la stampa, bellezza” a “signor principe, gradisca”. Epica, ironia, paradossi e verità nelle grandi battute del cinema

In occasione della recente scomparsa di Robert Duvall non c’è stato articolo che non abbia citato: “Amo l’odore di napalm la mattina… sa di vittoria”. Sarebbe stato assurdo il contrario: si tratta una delle battute più potenti, evocative e moralmente mostruose della storia del cinema, e Duvall la recita meravigliosamente in ginocchio a torso nudo, con un enorme cappello utilizzato dagli ufficiali americani cento anni prima. Nel magnifico film di Francis Ford Coppola, scritto da John Milius e ispirato a "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad, Duvall interpreta Bill Kilgore, un colonnello dell’esercito statunitense che obbliga due soldati a esibirsi sul surf nel pieno di violentissimi combattimenti. C’è tutto l’orrore e l’assurdità della guerra, in questa sequenza: irritato di non potersi dedicare ai surfisti, ordina un bombardamento al napalm, soccorre svogliatamente una donna vietnamita con un bambino in braccio e rimane indifferente ai fumogeni che colorano il cielo di rosa e giallo. Alle sue spalle c’è una lunga fila di prigionieri a testa china, e ovunque domina il caos e la devastazione: Benjamin Willard (Martin Sheen) lo guarda esterrefatto, e Kilgore conclude “Un giorno questa guerra finirà”.

 

E’ un momento di emozione e perfezione cinematografica che mi ha portato a riflettere su come funzionino le grandi battute del cinema americano: ne esistono ovviamente di straordinarie in ogni cinematografia, ma a Hollywood assumono una dimensione epica persino quando sono pronunciate in una situazione quotidiana. Prendiamo per contrasto un bel film italiano: “Tu stai lottando co la coscienza, beh, lotta ma nun t’arende” dice in C’eravamo tanto amati un indimenticabile Aldo Fabrizi, palazzinaro analfabeta e corrotto, a Vittorio Gassman, avvocato rampante che sta gettando alle ortiche gli ideali della gioventù. E’ una battuta che immortala perfettamente una situazione di degrado, ma non c’è nulla di epico, anzi prevale un fondo amaro e malinconico: “Credevamo di poter cambiare il mondo, invece il mondo ha cambiato noi”, conclude un altro personaggio. I dialoghi, scritti da Age e Scarpelli insieme a Ettore Scola, che ha firmato la regia, suscitano un sorriso triste e anche il piacere dell’intelligenza, ma non possono né vogliono generare emulazione, perché sull’ottimismo della volontà lasciano prevalere il pessimismo della ragione. Un ponte tra la cinematografia europea e quella hollywoodiana è rappresentato dal cinema di Sergio Leone, con battute dal sapore proustiano (“Cosa hai fatto in tutti questi anni?”. “Sono andato a letto presto”) e altre che ingigantiscono, spesso attraverso l’umorismo, il mito della frontiera americana: “Se premi il grilletto io cado, e se io cado si dovranno rifare tutte le mappe”. Con la recente eccezione di Paolo Sorrentino (“io non volevo solo partecipare alle feste, io volevo avere il potere di farle fallire!” o “la realtà è scadente”) il nostro cinema ci ha regalato battute che trascendono la dimensione malinconica e post epica quasi sempre all’interno di momenti non realistici, come nel caso di “Signor principe, gradisca”, pronunciata in Amarcord dalla prostituta desiderata dall’intera città che si immola a un annoiato aristocratico. Anche in questo caso ci troviamo all’interno di un mondo volutamente piccolo, nel quale il ricordo, mistificato dalla memoria, è rievocato per spiegare il soprannome del personaggio.

   

Ovviamente non si tratta di una questione di qualità, ma della capacità di trasmettere una sensazione potente e primaria che è patrimonio di una civiltà giovane e in gran parte immune da ogni forma di cerebralismo. Anche il cinema americano ci ha regalato battute colte, ma si tratta di un’eccezione, a cominciare da Woody Allen, così come anche frasi segnate dalla malinconia, che rivelano però la potenzialità di quello che si sarebbe potuto raggiungere anche nella sconfitta. In Fronte del porto, Terry Malloy (Marlon Brando) è un pugile che è stato costretto a perdere il match più importante della sua vita per volontà del fratello malavitoso Charley (Rod Steiger): “Avrei potuto avere classe, sarei potuto diventare un campione” gli dice, e sebbene continui con “Avrei potuto essere qualcuno invece del fallito che sono”, si tratta di un successo frustrato dal crimine, che continua a rimanere alla portata di chi ha talento e volontà. 

   

In questo paese giovane, che deve l’epica anche ai suoi spazi maestosi e sconfinati, le battute avvincono lo spettatore in una condizione di stimolo ed eccitazione, come nello Spaccone, con Paul Newman: chi non vorrebbe dire “Sono il migliore, e anche se mi batterai rimarrò sempre il migliore”? 
Buona parte di queste affermazioni sono in realtà impronunciabili, a volte persino ridicole, ma sono perfette proprio per la loro dimensione più grande della vita. Se Vivien Leigh chiude Via col vento dicendo “domani è un altro giorno”, in Casablanca Ingrid Bergman si chiede se il rumore che sente sia “il battere del cuore o i cannoni” in lontananza, e si deve soltanto al fascino ipnotico del film se la battuta sia diventata di culto insieme a “questo è l’inizio di una grande amicizia” o “avremo sempre Parigi”. In Viale del tramonto Norma Desmond (Gloria Swanson), dimenticata diva del muto, dice: “Io sono grande, è il cinema che è diventato piccolo”. Poi, vedendo un suo vecchio film in una proiezione organizzata dall’ex marito trasformato in maggiordomo (Eric von Stroheim), dice: “Noi non avevamo bisogno dei dialoghi, avevamo le facce”. Infine, dopo aver ucciso il gigolò che cerca di abbandonarla (William Holden), accoglie gli operatori dei cinegiornali dicendo: “Sono pronta per il primo piano, Mr. De Mille”: l’assoluta inverosimiglianza non leva nulla alla grandezza di questi momenti. 

   

Tra gli autori contemporanei, Quentin Tarantino è colui che ha scritto le battute divenute maggiormente di culto, a cominciare da “non credo nella mancia” nelle Jene, ma i suoi dialoghi pirotecnici sono spesso affidati a ripetizioni, assonanze e lunghe divagazioni, come quando John Travolta e Samuel L. Jackson discutono sul nome dei cheeseburger in Francia mentre si avviano a uccidere una persona. Il tono è sempre efferato e ironico: Marsellus Wallace (Ving Rhames), in Pulp Fiction viene liberato da due suprematisti bianchi che lo hanno sodomizzato e annuncia la sua vendetta con: “Ho una cura medievale per il tuo culo”.
Nessun cineasta ci ha regalato tante battute indimenticabili quanto Francis Ford Coppola: nel Padrino, che inizia con “Io credo nell’America, ha fatto la mia fortuna”, Michael Corleone (Al Pacino) ha imparato dal padre a fare “un’offerta che non si può rifiutare” e a tenere “gli amici vicino e i nemici ancora più vicino”. Quando si sente preso in giro parla di “un’offesa alla mia intelligenza”, e racconta con naturalezza alla fidanzata wasp Kay Adams (Diane Keaton) che Luca Brasi, sicario della famiglia, ha detto a un produttore discografico “sul contratto ci sarà la tua firma o il tuo cervello”. Nel momento in cui abbraccia il fratello che lo ha tradito (John Cazale), gli dice baciandolo sulle labbra: “Lo so che sei stato tu, Fredo, mi hai spezzato il cuore”, ed è il preludio di un finale tragico e fratricida. E’ un mondo criminale che non disdegna l’ironia: “Lascia la pistola, prendi i cannoli”, si raccomanda con uno scherano Clemenza (Paul Castellano), dopo aver acquistato dei dolci e ucciso un traditore. Coppola è anche lo sceneggiatore di Patton, di Franklin Schaffner, che inizia con il generale che spiega: “Nessun bastardo mai vinto una guerra morendo per la propria patria. L’ha vinta facendo morire lo stupido bastardo dall’altra parte per la sua patria”. 

   

Mescola l’ironia con la citazione storica la più celebre frase del Terzo uomo, aggiunta da Orson Welles alla sceneggiatura di Graham Greene: “Per trent’anni in Italia al tempo dei Borgia ci sono state guerre, violenza e spargimento di sangue, ma anche Michelangelo Leonardo e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, pace e democrazia per 500 anni e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.   Questo gigante del cinema è stato anche un grande dialoghista: nell’Infernale Quinlan, il poliziotto corrotto interpretato dallo stesso Welles chiede a Marlene Dietrich “Leggimi il futuro” e lei risponde “Non ne hai più: lo hai consumato tutto”.

 

Gran parte delle frasi più celebri sono pronunciate da personaggi negativi, e mi chiedo se sia il bene a non avere lo stesso appeal, o semplicemente non ne abbia bisogno. Il contesto rende indimenticabili battute innocue: in Taxi Driver Travis Bickle (Robert De Niro) si guarda allo specchio mentre estrae una pistola nascosta nella giacca e ripete minacciosamente: “Stai parlando con me?”. Lo stesso vale nel Mucchio selvaggio, dove Pike (William Holden) dice semplicemente “Andiamo!” ai compagni, sapendo che il tentativo di salvare un amico li condanna a una morte certa. Ancora una volta si tratta di criminali, e questo ci suggerisce un’ulteriore riflessione: in molti casi le battute memorabili vengono pronunciate da personaggi negativi circondati da altri ancora peggiori (Il Padrino, il Mucchio selvaggio), altre volte è il carisma che arricchisce l’espressione di gravitas: in Codice d’onore il colonnello Nathan Jessep (Jack Nicholson), messo in un angolo dal luogotenente Daniel Kaffee (Tom Cruise), dice in modo sprezzante: “Tu non sai gestirla la verità”. Appartiene alla stessa fenomenologia quanto urla Al Capone a Elliott Ness negli Intoccabili: “Sei solo chiacchiere e distintivo!”. La sceneggiatura è di David Mamet, autore anche di Glenngarry Glen Ross, tradotto in Italia retoricamente con Americani. Allarmato per gli scarsi risultati di alcuni dipendenti, Blake (Alec Baldwin), si definisce in una “missione di pietà” e proclama: “La buona notizia è che siete licenziati. Quella brutta è che avete una settimana per riconquistare il vostro lavoro, a cominciare da stasera”. Gli impiegati lo guardano attoniti e lui aggiunge: “Questo mese aggiungiamo qualcosa alla gara per il miglior venditore. Come sapete il primo premio è una Cadillac Eldorado. Qualcuno vuole vedere il secondo premio? Il secondo premio è un set di coltelli da bistecca. E il terzo il licenziamento”. Odioso, spietato e violento, Blake è certamente carismatico. 

 

Sono molte le battute diventate di uso comune: “Houston abbiamo un problema” (Apollo 13), “E’ la stampa, bellezza” (L’ultima minaccia), “Siamo in missione per conto di Dio” (I Blues Brothers), “Sono il re del mondo!” (Titanic), “Io vedo la gente morta” (Il sesto senso) e “Show me the money!” adattato in “Coprimi di soldi!” (Jerry Maguire). In questo ultimo film Renée Zellweeger usa un’espressione diventata un modo di dire, “You got me at hello / mi hai conquistata dicendo ciao”, ma sono sempre i film con una dimensione epica che risultano maggiormente evocativi: “Un colpo solo”, nel Cacciatore, e “La forza sia con te” pronunciata in un futuro che in realtà è passato in Guerre stellari: uno spiazzamento temporale a dir poco geniale. Nella stessa saga Yoda sigilla l’epica con l’insegnamento: “Fare. O non fare. Non c’è provare”, mentre è mirabile la fusione di quotidianità e magia ottenuta da “E.T. telefono casa”: il dramma del piccolo extraterrestre abbandonato sul nostro pianeta è tutto in quelle tre parole. 

 

Una delle battute più affascinanti della storia del cinema è “Lascia stare Jake, è Chinatown”, e il fatto che sia pronunciata nel finale del film ne amplifica la dimensione evocativa e misteriosa. La magia del miglior cinema americano è anche nel riuscire a stemperare l’epica con l’ironia: in Sfida infernale Wyatt Earp (Henry Fonda) chiede: “Sei mai stato innamorato?”, e si sente rispondere: “No. Sono stato un barista tutta la vita”. Stiamo parlando di John Ford a cui dobbiamo “Quando le leggende diventano fatti, stampa la leggenda”. Vedendo questi film meravigliosi siamo sedotti anche da un’ironia spudoratamente manipolatrice: in Psycho Norman Bates (Anthony Perkins) spiega: “Stasera mia madre non si sente molto bene”, e non è meno macabro l’umorismo con cui si chiude Il silenzio degli innocenti: “Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma ho un vecchio amico a cena, stasera”. Tra l’infinità di gag esilaranti di Woody Allen, come “non riesco a sentire troppo Wagner: mi viene voglia di invadere la Polonia” (Misterioso omicidio a Manhattan) o “non parlare male della masturbazione, è sesso con qualcuno che ami” (Io e Annie), mi fa piacere ricordarne una che va in direzione opposta rispetto alla sua concezione del mondo: “Bisogna avere fiducia nella gente”, si sente dire il protagonista nel finale di Manhattan.

 

Mescola la tensione con l’ironia “Abbiamo bisogno di una barca più grande”, pronunciata da Roy Scheider nello Squalo, come “Saluta il mio piccolo amico!” detto da Al Pacino in Scarface mentre imbraccia un bazooka. L’ispettore Callaghan (Clint Eastwood) dice in segno di sfida a un criminale: “Go ahead make my day”, cioè “Avanti, risolvi la mia giornata”, ma nella versione italiana perde il crudo umorismo e diventa “Coraggio fatti sotto!”. Rimane invece raggelante per l’assenza di logica “E’ sicuro?” chiesto ripetutamente da Laurence Olivier a Dustin Hoffman mentre lo tortura con un trapano nel Maratoneta: un’altra espressione in sé assolutamente neutra. Ci sono infine battute rese immortali dal talento e la personalità di chi le pronuncia (“Allacciate le cinture: sarà una notte movimentata!”, detta da Bette Davis in Eva contro Eva) o da un accumulo di emozioni e rivelazioni, come “Nessuno è perfetto”, con cui si chiude A qualcuno piace caldo. 
Nulla tuttavia equivale a quelle che riescono a riassumere in poche parole il senso ultimo di un film. Nel finale del Piccolo grande uomo, di Arthur Penn, un anziano capo indiano comincia a danzare dicendo: “E’ un bel giorno per morire”. Così gli ha insegnato la sua tradizione, ma la sua invocazione di morte non viene accolta, e anzi comincia a piovere: l’uomo è attonito, deluso, e forse anche lui capisce che quelle gocce segnano il tramonto dell’epica e l’avvento inevitabile della mediocrità quotidiana.

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