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I prodigi di Rocky Balboa: la favola di Sylvester Stallone compie cinquant'anni

Francesco Palmieri

Per girare il film bastarono poco meno di un mese e quattro soldi. Ma fu un trionfo da 225 milioni di dollari con dieci candidature agli Oscar. Una pellicola che fece della boxe una metafora per raccontare qualcos'altro

Costò meno di un milione di dollari, poco più che uno spot pubblicitario americano per un nuovo dentifricio. Per girarlo bastarono ventotto giorni, nemmeno un ciclo lunare, e per stenderne la prima sceneggiatura ne erano occorsi solamente tre. Chi la scrisse sarebbe diventato anche protagonista e coreografo del film, e se non proprio un anonimo era un attore semisconosciuto. La vicenda raccontava di un tizio a cui non fregava di cambiare il mondo negli anni in cui molti pretendevano di farlo, ma si limitava a riscattare la sua vita cercando di cogliere la prima e ultima chance per aprire il libro dei sogni che stava già buttando via. Negli stessi mesi Steve Jobs mordeva la sua magica mela in un garage californiano che sarebbe divenuto stucchevolmente proverbiale; Robert De Niro si consacrava alla fama con Taxi Driver; Edoardo Bennato cantava Venderò proclamando un’etica minore della sconfitta; gli autonomi al Palalido di Milano processavano Francesco De Gregori perché con Rimmel tradiva la lotta di classe; Paolo Villaggio godeva dei primi, clamorosi successi di Fantozzi. Oggi, tra tutti i cinquantenari possibili, c’è chi intesta il suo 1976 a quel film a basso costo di un tizio qualsiasi che sognava soltanto per se stesso e perciò diede a tutti la possibilità di una identificazione. Lo sceneggiatore e attore Sylvester Stallone era come Rocky Balboa, il pugile underdog che nemmeno era riuscito a sprecare un’occasione perché non l’aveva ricevuta ancora. Poi un giorno accade che due produttori cinematografici lo prendano sul serio, gli approvino il copione e decidano di farne un film. Con quattro soldi, ma decidano di farlo. L’importante, se non guadagnerà, sarà non perderci e invece finisce addirittura per incassare 225 milioni di dollari, per ricevere dieci candidature all’Oscar e vincerne tre fra cui quella per il miglior film. Schiuderà a “Sly” l’olimpo hollywoodiano, inaugurerà una saga cinematografica che si prolungherà fino al 2023, consacrerà un personaggio mitologico che sigilla il Novecento ma non vi si rinchiude. La statua bronzea che gli hanno eretto a Philadelphia ha immortalato il pugile immaginario come se fosse vero, al di là della finzione e per un pubblico globale che non ha mai indossato i guantoni. Quella pellicola fece della boxe una metafora per raccontare qualcos’altro. Cosa narrasse lo hanno detto e scritto in tanti a cominciare da Stallone e da chi condivise la sua impresa senza immaginarne lo strabiliante risultato: Rocky era una storia di riscatto ma alla fin fine soprattutto d’amore, tra un pugile di origini italiane che viveva di espedienti oltre la legalità nella squallida periferia di Philadelphia e la commessa di un negozio di animali, brutta solo per timidezza e per paura di risplendere: Talia Shire, sorella di Francis Ford Coppola, diede al personaggio di Adriana Pennino un volto azzeccatissimo.

 

 

Per un paradosso comune a diversi capolavori inattesi, la povertà di mezzi contribuì al successo. Il film non sarebbe stato concepito se la vita di Stallone fosse andata meglio perché non l’avrebbe vista dall’angolatura di un perdente, ruolo che gli altri guardano con empatia benché scongiurino per sé. A trent’anni, con la carriera che non decolla, 106 dollari rimasti in banca, la moglie incinta, gli affitti arretrati, l’automobile rotta senza poterla riparare, il cane che è costretto a vendere perché mangia troppo, una sera di marzo del 1975 Sylvester è folgorato dalla diretta dell’incontro di boxe tra “il più grande”, Muhammad Ali, e uno sfigato cristone bianco originario del New Jersey. Chuck Wepner resiste contro ogni pronostico fino al quindicesimo round flagellato dai pugni al viso e dall’ennesima rottura del naso, addirittura fa inciampare il campione e lo manda per un po’ di secondi al tappeto. La poesia scocca quando uno stato d’animo incontra nella realtà il proprio riflesso. Così Stallone torna a casa e abbozza la storia di Rocky, che catturerà i produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff perché “è scritta bene”. Quando gli passeranno il copione se ne invaghirà anche il regista John G. Avildsen, vincendo l’iniziale riluttanza a dirigere “una storia di boxe” perché capisce, come poi gli spettatori, che Rocky ha a che fare con il pugilato come Conrad con il mare e Kerouac con la Route 66. Se fosse stato pingue il budget, o se Stallone avesse ceduto alle pressioni, per quel film avrebbero ingaggiato nell’ordine, come rivelò anni dopo, James Caan, Burt Reynolds, Ryan O’Neal, Gene Hackman o Robert Redford. Per ciascuno di loro sarebbe stato un lavoro come un altro, pure pagato peggio. E chissà quanto sarebbero stati credibili nei panni di un americano di seconda generazione che smozzica la lingua, che è fisicato ma non è un bellone, non simula fragilità per talento attoriale ma ha veramente il problema dei pasti e una dimestichezza gentile con la sfiga, tutto ciò proiettato nella figura di un pugile in procinto di ritiro che un bel giorno, per festeggiare il Bicentenario degli Stati Uniti e perpetrare la fiaba dell’american dream, il campione dei pesi massimi sceglie dal book dei federati ignoti per offrirgli l’occasione straordinaria: montare sul ring e contendergli la cintura più ambita del mondo. Che non ce la possa fare lo sa prima di tutti il campione Apollo Creed, lo immagina l’America e lo sa lo stesso Rocky. Ad Adriana confida: “Chi se ne frega se perdo quest’incontro, non mi frega niente neanche se mi spacca la testa, perché l’unica cosa che voglio è resistere… Se riesco a reggere la distanza e se quando suona l’ultimo gong io sono ancora in piedi, se sono ancora in piedi, io saprò per la prima volta in vita mia che non sono soltanto un bullo di periferia”. Un bum di Philadelphia.

 

 

 

E’ quel che pensa anche Stallone al primo ciak, quando lo chiamano per sapere se è pronto e lui risponde, uscendo dalla roulotte dove s’è truccato con la maschera di se stesso: “Io non sono pronto, ma Rocky sì”. Si gira. Reggere tutti i round è l’obiettivo: Going the distance, che dà anche il titolo a uno dei brani della colonna sonora firmata da Bill Conti, un altro italoamericano baciato dalla sorte per l’occasione, perché il contributo della sua musica sarà essenziale al successo planetario del film. Neanche al centesimo ascolto si può dissociare Gonna Fly Now dalle immagini del pugile che s’allena correndo per le vie luride di Philadelphia, e pazienza per l’eccesso d’uso cui la canzone da cinquant’anni è sottoposta; fa nulla che i settantadue gradini verso il Museum of Art siano calcati quotidianamente dai turisti per emulare il duro training di Rocky; pazienza che la sua epopea sia stata citata eterogeneamente da Ronald Reagan, Hillary Clinton, Donald Trump (giusto per rimanere in America): è accaduto lo stesso con le musiche di Ennio Morricone però il consumo non le ha logorate. L’epica e la retorica somigliano alle sacre liturgie: se ne può fare a meno, si possono snobbare, detrarre dalle storie o persino parodiare. Però così facendo la vita non diventa mai più bella.

 

 

Sì, se ci fosse stato un ricco budget e la troupe avesse lavorato al film negli studios più attrezzati, se la produzione avesse ottenuto tutti i permessi per le riprese in esterni non ci sarebbe stato neanche bisogno di sperimentare la grande innovazione della steadycam né sarebbero risultate così autentiche le corse di Rocky/Stallone per il mercato mattutino, dove i veri fruttaroli fungevano da inconsapevoli comparse e quando uno gli lanciò un’arancia quel regalo imprevisto fu incluso nel montaggio. Il confine tra realtà e finzione s’era assottigliato e anche il bullmastiff Butkus (Birillo nell’edizione italiana) che accompagnava il pugile era il cane di Stallone, ricomprato finalmente grazie ai soldi del contratto. Il cinema filava in parallelo con la vita secondo circostanze che i ragazzi corsi a vedere Rocky vennero a sapere poi o non hanno mai saputo ma dovettero intuire, perché il “de te fabula narratur” s’avverte persino cinquant’anni dopo e vi si può identificare sia chi scopre per la prima volta il film sia chi lo rivede per l’ennesima, trovandolo datato solo per nostalgia di un più lepido tempo che fu, per quel passabile razzismo con cui il campione Apollo Creed annunciava in tv il match “di un negro contro un bianco”, il quale essendo di origini italiane se non saprà combattere “saprà almeno cucinare”. Chissà se in qualche successiva rimasterizzazione non abbiano censurato per sopraggiunta correttezza certe battute su cui chi vide il film in prima uscita, confessiamolo, invece di indignarsi aveva sorriso. Senza tralasciare Paulie, il fratello patriarcale che vessava Adriana e lavorava al mattatoio consentendo a Rocky di allenare i colpi sui quarti di manzo come usava fare il campione dei massimi Joe Frazier, con buona pace dei Nas e delle femministe. Con buona pace di tutti perché all’inizio del film, quando The Italian Stallion scende dall’infimo ring dove ha appena vinto per un pugno di dollari, la prima cosa che fa è fumarsi una sigaretta. Quando arrivò in Italia, a inizio primavera del ’77, la favola di Rocky squarciò di luce la plumbea atmosfera per chi era stufo di una generazione che diventava maggiorenne tra le assemblee, le chiavi inglesi e le pistole; la sua vicenda effondeva il sangue in un incontro sul quadrato piuttosto che con le gambizzazioni; esaltava la sfida dell’uno contro uno anziché l’agguato di molti contro qualcuno; il sacrificio individuale di un autodidatta del sogno sostituiva l’impegno collettivo in nome delle ideologie; la voce roca del burbero, patetico allenatore Mickey sovrastava l’oratoria concettosa dei cattivi maestri; Gonna Fly Now emozionava più degli slogan politici; alla parete del tugurio dove abitava il pugile non era appeso un poster di Che Guevara ma del leggendario campione Rocky Marciano, altro italoamericano goffo di gambe e più piccolo degli avversari che però aveva saputo imporsi a tutti rimanendo lungamente l’unico peso massimo imbattuto della storia con 49 vittorie di cui 43 per ko. Quel film celebrava un’epopea americana ma con una nuance tricolore che te l’avvicinava ancora di più, non tanto per orgoglio nazionale quanto per la nobilitazione di facce e luoghi comuni in cui potevi riconoscerti.

 

 

Going the distance, è tutto lì: “Rocky non vuole vincere, vuole guadagnare la sua dignitas”; è un Ettore mortale, “anzi, un underdog, un ultimo, un dimenticato che lotta solo per l’appellativo di uomo” contro il campione Apollo Creed che non è malvagio ma arrogante, un Achille semidio che al quindicesimo round constaterà di avere anch’egli un punto debole, osserva Giovanna Volpi nel saggio Rocky firmato con Giorgio Glaviano e Pietro Masciullo pubblicato due anni fa. Sono trascorsi cinquant’anni ma se ne parla ancora e se ne parlerà, i turisti continueranno a correre sulla scalinata del Museum of Art, qualcuno continuerà a citare, dai film successivi della saga, “gli occhi della tigre” o il “ti spiezzo in due” pronunciato nel doppiaggio italiano dal pugile russo Ivan Drago in Rocky IV, ma è al primo film che guarda il cuore e a quanti allora lo scoprirono. “Appena uscì andai a vederlo con mio padre, che era un grande appassionato di pugilato e il venerdì sera mi portava coi suoi amici agli incontri di boxe, dove più di quel che succedeva sul ring m’impressionava l’ambiente, l’aria quasi losca che si respirava e ritrovai vedendo Rocky”, rievoca il critico cinematografico Davide Pulici, milanese, fondatore della rivista Nocturno. “Quel film richiama in molti passaggi un certo cinema di guerriglia un po’ autarchico, dai mezzi limitati, come Zombi di Romero. Il taglio ruvido di molte scene faceva di necessità virtù e il budget scarno diventò un punto di forza perché trasmetteva ancora meglio la realtà dell’ambientazione. Stallone seppe proporre come eroe un uomo qualunque con cui era più facile identificarsi. Non un simbolo di plastica ma un personaggio di carne. Se a distanza di tempo continua a suscitare lo stesso effetto emotivo è perché è vero e grande cinema”. La città di Philadelphia ha già annunciato una serie di eventi per la celebrazione del cinquantenario e un Rocky in Concert è stato fissato all’Auditorium Theatre di Chicago per il 16 maggio. Indovinate cosa suonerà l’orchestra.

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