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Perché il critico cinematografico deve essere scortese

Mariarosa Mancuso

“Attaccare il lettore al fianco per convincerlo a ridere di personaggi, idee, metodi che in precedenza aveva dato per scontati”. La versione di Graham Greene sul mestieraccio

“Dobbiamo essere scortesi”, scrive Graham Greene in una descrizione del mestieraccio uscita sulla rivista “Sight & Sound”. Un mestieraccio che fu anche il suo, quando non scriveva romanzi di successo che sarebbero diventati film popolari, o non scriveva meravigliose sceneggiature che sarebbero diventate “Il terzo uomo”. Singolare caso in cui il regista Carol Reed e il protagonista Orson Welles, oltre naturalmente allo sceneggiatore, fanno a gara a dire che il merito spetta agli altri due. 

Perfino Welles, per una vita intera legato, tra mille altre prodezze, alla celebre battuta sulla Svizzera – “secoli di pace e amore fraterno, e sono riusciti a inventare soltanto l’orologio a cucù” – sostiene di averla letta su un calendario ungherese. Non bastasse, l’orologio a cucù è austriaco, la battuta potrebbe risalire a un regolamento di conti risalente all’impero austroungarico. In ogni caso, rivedere “Il terzo uomo” è una gran consolazione in questi tempi grami.

Il critico cinematografico deve essere scortese perché agli spettatori le questioni tecniche interessano poco. E la risata è l’unico modo per sfidare il cinema a migliorarsi. Apriamo le virgolette: “Attaccare il lettore al fianco per convincerlo a ridere di personaggi, idee, metodi che in precedenza aveva dato per scontati”. La citazione sta nella bellissima biografia che Richard Greene – non sono parenti – ha dedicato allo scrittore: “Roulette russa. La vita e il tempo di Graham Greene” (da Sellerio, che sta rieditando una serie di romanzi, da “Una pistola in vendita” a “Il console onorario”, al cinema per sempre legato all’ubriacone Michael Caine).

La dichiarazione di intenti inciampò quasi subito nelle gambette e nel gonnellino di Shirley Temple. In una recensione uscita su “Night and Day”, che prendeva il nome dalla canzone di Cole Porter e durò appena sei mesi del 1937, Graham Greene scrisse che i produttori stavano sfruttando orribilmente “riccioli biondi”: non poteva credere che il suo tip tap in calzini corti piacesse ai bambini, gli spettatori di riferimento erano “ecclesiastici e uomini di mezza età”.

Non andò a finire bene, e del resto Graham Greene aveva avuto i suoi guai anche come critico letterario. L’accusa fu “diffamazione”. Editore rivista e stampatori – oltre all’autore – furono condannati a porgere le scuse ufficiali, e a pagare tremila e cinquecento sterline.  Anni dopo – molti anni dopo – Graham Greene strinse amicizia con Shirley Temple, che ormai era diventata ambasciatrice degli Stati Uniti. Il biografo Greene, dopo aver letto le memorie dell’attrice, sostiene che davvero Hollywood sfruttava i bambini. Non solo Shirley. Come vediamo, con qualche esagerazione, nel musical “Judy”, a Judy Garland davano pillole dimagranti. Dorothy nel “Mago di Oz” doveva saltare i pasti, per rientrare nel costume che le avevano cucito addosso.

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