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Nella folle genia Hammer, il più noioso (Armie) è accusato di cannibalismo

Michele Masneri

L’attore di "Chiamami con il tuo nome", è finito in un tipico momento Kevin Spacey. Una famiglia di squinternati, a partire dal trisnonno

Le colpe dei padri si sa che non ricadono sui figli. E però Armie Hammer, il belloccione di “Chiamami col tuo nome”, potrebbe invocare qualche forma di immunità o impunità presentando in tribunale un albero genealogico.

 

L’attore, come si sa, è finito in un tipico momento Kevin Spacey. I suoi film e le sue partecipazioni sono state infatti congelate una dopo l’altra dopo che una serie di ex fidanzate e conoscenti hanno rivelato una schiera di accuse di letto. Tra tutte, svetta quella di cannibalismo, tendenza rarissima espressa da Hammer, che in alcuni messaggi si sarebbe detto voglioso di mangiare le sue amiche, e berne il sangue. La polizia e i social indagano.

 

L’ex fidanzata Courtney Vucekovich dice che lui le prospettò l’evenienza di mangiarla arrostita, al barbecue. Lo accusa poi anche  d’essere sempre stato senza un centesimo. Che pagava tutto lei mentre lui non aveva neanche i soldi per la benzina. Questo è il tema più spinoso, soprattutto perché Armie Hammer discende da una delle famiglie di petrolieri più ricche della California. Una famigliona russa-californiana piena di squinternati molesti degna del Philip Roth di “Ho sposato un comunista”.

 

Il trisnonno, il dottor Julius Hammer, aveva lasciato Odessa nell’Ottocento e aveva messo su un’industria farmaceutica nel Bronx. Membro del partito comunista americano, finì in un enorme scandalo per aver ammazzato la moglie di un diplomatico russo  a cui stava praticando un aborto illegale.

 

Il figlio Armand, nome che poi sarà trasmesso al bisnipote attore, era anche lui medico e anche lui russofilo. Fu mandato a Mosca subito dopo la rivoluzione, con un’ambulanza e generi di conforto. Conobbe Lenin, che, secondo la leggenda, gli disse: “la Russia non ha bisogno di medici. Ha bisogno di uomini d’affari”. Hammer diventò poi una specie di inviato speciale sovietico negli Stati Uniti, oltre che a trafficare opere d’arte tra i due paesi.

 

Pare che Lenin l’avesse ricompensato dei suoi servizi dandogli il monopolio delle matite per la scuola (colossale affare nella Russia che si affrancava dall’analfabetismo, ha ricordato Sergio Romano, ambasciatore in Russia negli anni Ottanta, che lo conobbe). Armand Hammer era stato chiamato così in omaggio al logo del partito: “arm and hammer, braccio e martello”. Oltre ai quadri e alle matite fece fortuna con un sistema di estrazione dell’alcol dallo zenzero durante il proibizionismo. Dopo la Russia,  tornò in California, rilevò la decotta Occidental Petroleum, e la trasformò in una fiorente compagnia petrolifera. Comprò gallerie d’arte, divenne il liquidatore della collezione di William Randolph Hearst, e fondò a Los Angeles l’Hammer Museum, ancor oggi  il più sofisticato e progressista tra i musei d’arte contemporanea losangelini (i vari Broad e Moca). Con la particolarità d’esser legato alla Università di California, dunque rigoroso e non fru fru.

 

Amico di tutti i presidenti, finanziatore occulto di Nixon e di Bush, che gli diede la grazia, compare di Al Gore, quasi certamente spia russa, fu indagato spesso e volentieri dall’Fbi di Hoover ma grazie alle colossali entrature non venne mai arrestato. Viaggiava sul suo Boeing 727 privato, anche a Milano. Era infatti socio della Montedison di Raul Gardini; sul sito della fondazione Gardini ci sono belle foto dei due insieme. Con la Montedison Hammer aveva una serie di affari in ballo, tra cui un  impianto petrolchimico nel Kazakistan. Ma in Russia volevano creare una enorme filiera agroalimentare indipendente a nord del Caucaso: poi però non se ne fece niente, perché Hammer morì nel 1990, Gardini come si sa nel 1993.

 

Una particolarità del petroliere era la sua diffidenza sull’ospitalità: raccontano al Foglio che a Milano preferisse dormire direttamente nel suo aereo in pista a Linate piuttosto che in albergo o nei palazzi pronti ad averlo. Si dice che fosse germofobo, e maniaco dell’igiene, ma forse era solo una scusa per altre diffidenze. Anche il resto della stirpe era peculiare: il figlio Julian (nonno dell’attore) uccise un rivale e abusò la figlia Casey. Il più tranquillo di tutti alla fine è il padre dell’attore: Michael Hammer è famoso soprattutto per essere stato a capo della leggendaria galleria d’arte Knoedler di New York, che a un certo punto finì nella polvere per aver venduto falsi Rothko e Pollock che si scoprì fabbricati in un garage del Queens. L’erede di tutta questa genia, l’attore, è chiaro che era considerato il noioso di famiglia. Ma adesso, col fatto del cannibalismo, i suoi parenti lo staranno di certo rivalutando.

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).