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John Travolta, che ha avuto e ha perso tutto

Kelly Preston è morta a 57 anni, 29 dei quali trascorsi accanto all'attore, in uno dei matrimoni più granitici di Hollywood. La perdita del figlio, la fede in Scientology e quella bontà quasi stolida davanti all'ingiustizia del destino

13 Luglio 2020 alle 17:26

John Travolta, che ha avuto e ha perso tutto

Kelly Preston e John Travolta alla premiere di "Gotti" all'Sva Theatre di New York nel 2018 (foto Charles Sykes/Invision/AP)

John Travolta ha avuto tutto e l’ha perso. Sua moglie, suo figlio, la bellezza, il successo, la lucidità. A un certo punto la  vita gli si è rivoltata contro, si è accanita senza motivo e ha preso a tirarlo giù. Come lo Svedese in “Pastorale Americana”, anche lui bello, amato, rispettato, di successo, ricco, eccellente in tutto e così di buon cuore da non essere neppure invidiato, “ha imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso”. Domenica, sua moglie Kelly Preston è morta, aveva 57 anni, 29 dei quali li aveva trascorsi accanto a lui, in uno dei matrimoni più longevi e granitici del cinema americano.

 

Una volta lei aveva detto che essere sposati da 26 anni, a Hollywood, equivaleva a esserlo da sessanta, e avevano già superato da diversi anni la prova più atroce, quella che quasi sempre frantuma una coppia, tanto è il dolore che porta: il figlio Jett era morto il 2 gennaio del 2009, alle Bahamas, in vacanza con il resto della famiglia. Ancora oggi non si sa bene perché, se per un attacco cardiaco, o epilettico, o niente, perché a volte si muore di niente, per niente, o chissà, perché i Travolta erano già allora fedeli seguaci di Scientology e quando c’è di mezzo Scientology i fatti superano sempre l’orizzonte degli eventi.

  

Secondo Preston, però, ad aiutare lei e Travolta a superare il lutto non era stata la solidità del loro amore, ma “il percorso di illuminazione spirituale che in Scientology chiamiamo auditing e che aiuta la mente a liberarsi del tutto dall’esperienza dolorosa”, e per questa ragione più di una volta, anche dopo essersi ammalata del cancro al seno di cui è morta, ha ringraziato pubblicamente la sua religione. Dettaglio: la terapia dell’auditing mira a liberare l’individuo dagli engram, che è la somatizzazione degli eventi traumatici, nel cui novero Scientology fa rientrare anche il cancro. Nell’annuncio della morte di sua moglie che JT ha pubblicato su Instagram, c’è un ringraziamento ai dottori che l’hanno curata all’MD Anderson Cancer Center di Houston, in Texas.

 

Quando morì Jett, che era autistico, la coppia venne accusata di non averlo curato in ottemperanza ai bizzarri principi d’autodiagnosi e autoterapia di Scientology: non risposero mai, continuarono a fotografarsi, in festa, a ogni compleanno del bambino, per fargli gli auguri come se fosse lì con loro.

  

John Travolta non s’è mai mostrato affranto, disperato, rassegnato, impazzito dal dolore. Anzi. Più la sua vita gli è sfuggita di mano, più ha dato l’impressione di poterne governare lo sbando, di poter testimoniare che si sopravvive a tutto, che esiste una cura sempre, e se pure quella cura è un’anestesia non c’è niente di male. Ha accettato che la bellezza, il successo, il grande amore, il ballo, il cinema, il mondo in tasca non lo mettessero al sicuro dalla sciagura, come effettivamente è: la salvezza può essere questione di grazia, la grazia può essere questione di arbitrio.

 

Lo Svedese non si rassegna mai all’incrudelimento del destino su di lui, né s’incrudelisce per l’ingiustizia che subisce: sua figlia a un certo punto gli si rivolta contro, diventa una terrorista, lui la cerca per tutta la vita, non si rassegna mai al fatto che possa aver scelto il male, perché è sua figlia, perché la loro è una famiglia di americani per bene, con “un nome magico” e una storia di atti giusti alle spalle.

 

Travolta, che dello Svedese ha la bontà quasi stolida, il rovesciamento dell’utopia dei giusti l’accetta come fosse conseguenza estrema di un senso che, prima o poi, mostrerà la sua giustizia. La vita, in una vecchia canzone dei Marlene Kutz, è la “gran regina dell’incubo che verrà” e noi non siamo che corpi che, prima o poi, patiranno “il giro di vite ineluttabile”. Non c’è Hollywood, moglie bionda, amore eterno, buona azione che ce ne dispenserà.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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