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Guardare film violenti non genera serial killer

Parafrasando Aristotele, sul palcoscenico vediamo cose malvagie, ma non per questo usciamo più cattivi di come siamo entrati, o disposti ad attaccare briga con tutti

14 Settembre 2019 alle 06:12

Guardare film violenti non genera serial killer

Uno screenshot dal trailer di "Joker"

La guerra ricomincia. Tra chi pensa che siano i film a provocare le brutte cose che succedono nel mondo, e chi pensa invece che il mondo magari non sarà un pranzo di gala, ma la colpa non ricade sui film violenti. Anzi, sottoporre le platee a visioni obbligate di pellicole edificanti come “Marcellino pane e vino” potrebbe essere controproducente. Zucchero su zucchero, buoni sentimenti su buoni sentimenti, l’irritazione cresce.

 

Non è obbligatorio per un critico cinematografico aver letto la “Poetica” di Aristotele, ma nella circostanza può aiutare. Aristotele parlava di catarsi, per lo spettatore della tragedia. In parole semplici: si vedono sul palcoscenico cose malvagie, ma non per questo usciamo più cattivi di come siamo entrati, o disposti ad attaccare briga con tutti. Se lo spettacolo è bello – chiunque lo ha sperimentato – usciamo pacificati e di buon umore. 

 

Ultimo pretesto pervenuto, “Joker” di Todd Phillips, Leone d’oro alla Mostra di Venezia. Lo hanno accusato di essere l’inno degli “Incel”, sigla che sta per “Involuntary Celibates”. Maschi che si ritrovano su internet per lamentarsi che sono soli, le donne non li considerano né li amano, quindi hanno diritto a un risarcimento e a volte violentemente se lo prendono. Di sottoculture se ne sono viste tante, ma ancora una volta bisogna constatare che il passaggio in rete nobilita qualsiasi cosa. Lo sfigato con una sigla tutta sua si sente già ringalluzzito. Nessuno considera che nel film la mancanza di una fidanzata non è il motivo numero uno per cui il futuro Joker avanza sulla via del crimine. Conta di più l’insuccesso come comico in tv (con il senno di poi, i dilettanti che al programma “La Corrida” si facevano fischiare erano individui potenzialmente pericolosi per la società).

 

Ora viene attaccato perché mitizza la vendetta – qualsiasi vendetta di qualsiasi individuo che covi qualche risentimento verso la società (sono tantissimi, come ognuno di noi può facilmente constatare). David Edelstein su Vulture annota con soddisfazione che al Festival di Toronto “Joker” non ha avuto otto minuti di applausi come a Venezia, ma un battimani di cortesia. I canadesi sono più composti, aggiunge, o forse non si sono sentiti di applaudire un film tanto cupo. Da perfetto menagramo, aggiunge che potrebbe ricapitare la tragedia di “The Dark Knight Rises”, regista Christopher Nolan. Altro film del ciclo batmaniano in cui Joker (con il ghigno di Heath Ledger) era particolarmente spaventoso. In Colorado, alla proiezione di mezzanotte, un pazzo sparò sulla folla facendo dodici morti. Seguirono dibattiti e pentimenti.

 

Sydney Lumet odiava nei film la “psicologia del pupazzetto”: gli hanno rubato il pupazzetto da piccolo, da grande farà il serial killer. Ma è un difetto di sceneggiatura, non una minaccia per la società.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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