Agli ayatollah non piace il Leone prudente
“Ci aspettavamo la condanna del Papa", dice l'ambasciatore presso la Santa Sede. Leone XIV all'udienza generale ricorda il sacerdote libanese ucciso nei raid e prega per la pace
L'ayatollah Damad, che Benedetto XVI invitò al Sinodo sul medio oriente del 2010, chiede al Pontefice di alzare la voce contro gli alleati "del regime sionista" responsabili "del bombardamento di scuole e asili" e del "martirio della Guida Suprema"
Roma. Fin dalle ore successive all’attacco israelo-americano, dall’Iran si è cercata una sponda con il Vaticano. Il primo a parlare era stato l’ambasciatore presso la Santa Sede, Mohammad Hossein Mokhtari, che aveva chiesto in modo esplicito una condanna da parte del Papa. Leone XIV, all’Angelus del giorno dopo, si era ben guardato dall’accettare il suggerimento del diplomatico iraniano: ha parlato sì della guerra, deplorandola, ma ha evitato di andare allo scontro frontale con Trump e Netanyahu. Da decenni, fin da quando Khomeini respinse quanti del suo entourage gli suggerivano di tagliare ogni canale di dialogo con i “crociati” romani, la Santa Sede ha rappresentato per Teheran un’utile via di fuga all’isolamento internazionale. Non a caso è una delle rappresentanze diplomatiche con più personale accreditato oltretevere. Segno che ai rapporti con il Papa ci si tiene eccome. Il National Catholic Reporter, non a caso, è andato a ripescare la lettera pubblica che l’ayatollah Seyed Mostafa Mohaghegh Damad, direttore del Centro per gli studi sulle scienze islamiche, ha inviato al Papa. E’ una personalità considerata moderata ed è convinto tra le altre cose che l’obbligo di far indossare l’hijab non trovi alcuna giustificazione storica o teologica.
Figura autorevole al punto che Benedetto XVI lo invitò a prendere la parola al Sinodo per il medio oriente, nel 2010. Dopo una premessa sullo “spargimento di sangue nel Medioevo e due devastanti guerre mondiali”, Damad ricorda che l’umanità “raggiunse la saggezza e la ragione” grazie all’emanazione della Carta delle Nazioni Unite con cui “respinse e proibì qualsiasi aggressione”. Poi si passa alle Convenzioni di Ginevra, alla “nobile etica umana”, eccetera. Quindi, dopo aver deplorato l’aiuto americano a sostegno “del regime sionista”, il bombardamento “di scuole e asili” e il “martirio della Guida Suprema”, chiede al Papa di “ricordare (a Trump, ndr) gli insegnamenti di Gesù Cristo e di guidarlo ad astenersi dal commettere tali atti, affinché non venga più versato sangue umano sulla terra”. Dopotutto, “ha distrutto centri medici, scientifici e di ricerca, violando gli standard internazionali e il principio di immunità di tali luoghi. Ci si aspetta amicizia e gentilezza da una persona che afferma di seguire Gesù Cristo o ci si aspetta che commetta crimini di guerra?”.
E che il Papa sia prudente – troppo, secondo il regime degli ayatollah – lo dimostra anche la delusione dell’ambasciatore Mokhtari: “Ci aspettavamo che il Papa condannasse l’aggressione di Stati Uniti e Israele, almeno l’attacco alla scuola e l’uccisione dei bambini”. Pure lui ha scritto una lettera a Leone XIV, “un dovere morale”, che però non ha ricevuto risposta. Chissà, forse perché l’ambasciatore voleva consegnare al Pontefice un libro su Gesù e Maria “dal punto di vista dell’ayatollah Khamenei” (il defunto).
In ogni caso, ieri al termine dell’udienza generale Leone ha parlato. Senza condanne esplicite, ha detto “continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti”. Ha anche ricordato la morte di padre Pierre El Rai, il parroco maronita attivo nel Libano meridionale: “Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova. In arabo ‘El Rai’ significa ‘il pastore’. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano”.
La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha scritto che “per Papa Leone XIV la guerra con l’Iran rappresenta una sfida particolare. Ci sono almeno tre ragioni: primo, perché è americano; secondo, perché appartiene a un ordine il cui patrono teologico è sant’Agostino. A questo Padre della Chiesa della tarda antichità risale la dottrina della ‘guerra giusta’, che definisce in quali condizioni una guerra possa essere tollerata come ultima risorsa e che, nella sostanza, descrive ancora oggi la posizione ufficiale cattolica sull’uso della forza militare. E terzo, perché si tratta di un conflitto in cui ebrei e cristiani si trovano da una parte e musulmani dall’altra, anche se non si tratta di una guerra di religione. Finora ha evitato una critica troppo diretta all’operato degli Stati Uniti e di Israele. Allo stesso modo ha rinunciato a citazioni di Agostino, che normalmente usa volentieri. Il Papa si è quindi limitato a un appello alla pace rivolto alle parti coinvolte”.