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il convegno
Il lungo inverno della Chiesa incolore nata sulle macerie del 1968
Si inaugura oggi a Roma il centro studi Luigi Giussani. L'intervento della docente di Teologia alla Notre Dame Australia, già membro della Commissione teologica internazionale della Santa Sede e vincitrice nel 2020 del Premio Ratzinger
Si terrà oggi a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11) il convegno inaugurale del Center for the Study Luigi Giussani, nuovo centro di ricerca internazionale fondato dalla Fraternità di Comunione e Liberazione e dedicato allo studio del pensiero di don Luigi Giussani (centerforthestudy.luigigiussani.org). Tra gli speaker previsti anche Tracy Rowland, docente di Teologia alla Notre Dame Australia, già membro della Commissione teologica internazionale della Santa Sede e vincitrice nel 2020 del Premio Ratzinger. Anticipiamo alcuni stralci tratti del suo intervento dal titolo “The Temptation of 1968 and Luigi Giussani’s Response”.
Sono ormai trascorsi quasi sessant’anni dal 1968, ma si può sostenere che la Chiesa si trovi ancora nel mezzo di quella crisi. Stiamo vivendo un “lungo 1968”. La grande tentazione di quell’anno – trasformare il cristianesimo in moralismo e il moralismo in politica, sostituire il credere con il fare e il logos con la praxis – rimane potente. Se Joseph Ratzinger ha sostenuto che amore e ragione sono i due pilastri di tutta la realtà, molti intellettuali contemporanei sembrano voler abbandonare il versante della ragione di questa coppia fondamentale. […] In tal modo, la praxis prevale sul logos e la verità diventa ancella della politica. Anche nella Chiesa non mancano oggi coloro che continuano a ridurre il cristianesimo a moralismo, e il moralismo a filantropia e correttezza politica. E’ emersa una nuova forma di cristianesimo borghese che conserva l’antico elemento del conformismo sociale, ma ora si conforma a una cultura radicalmente anticristiana.
Una particolare declinazione del progetto della “priorità della praxis” consiste nel distillare i “valori” del Regno di Cristo separandoli da Cristo stesso […]. Questo processo di distillazione – promosso sotto l’insegna del Weltethos Projekt da Hans Küng – era considerato da Ratzinger una ricetta per l’auto-secolarizzazione della Chiesa. L’esito finale (il regnocentrismo) comporta che né la Chiesa né Cristo siano più necessari: possono essere “filtrati”. Senza la comunione ecclesiale e senza la Santissima Trinità che la rende possibile, resta soltanto l’implementazione centralizzata e globalizzata di sistemi e strutture presuntamente perfezionati. Quando questa mentalità penetra nella Chiesa stessa, non si parla più della Chiesa come Sposa e Corpo di Cristo, come madre; si ha piuttosto una Chiesa fredda, aziendalizzata — ciò che potremmo chiamare Catholic Inc. o, con l’espressione di Balthasar, la “Chiesa delle fotocopie”, impantanata nell’autoriflessione su protocolli e strutture.
Catholic Inc. funziona secondo principi di governance aziendale secolare; il Corpo e la Sposa di Cristo vivono invece di un’economia sacramentale. Nel suo volume Elucidations, Balthasar scriveva: “Dopo il Concilio [Vaticano II] la Chiesa ha in larga misura deposto i suoi tratti mistici; è divenuta una Chiesa di conversazioni permanenti, organizzazioni, commissioni consultive, congressi, sinodi, commissioni, accademie, partiti, gruppi di pressione, funzioni, strutture e ristrutturazioni, esperimenti sociologici, statistiche: vale a dire, è più che mai una Chiesa maschile – se non addirittura un’entità asessuata – nella quale una donna può trovare posto solo nella misura in cui è disposta a diventare essa stessa tale entità”.
Balthasar concludeva che “le masse fuggono da una Chiesa di questo tipo”, mentre Ratzinger affermava che “una Chiesa che fosse soltanto un apparato manageriale non sarebbe più nulla; non sarebbe più tradizione e, come un intelletto privo di tradizione, diverrebbe puro nulla, un mostro di nullità”. Il cristianesimo borghese di Catholic Inc. continua così a mancare della dimensione teodrammatica. Le sue pratiche gestionali attenuano la sacramentalità e amplificano la filantropia. I vescovi trascorrono le giornate a presiedere i consigli di amministrazione delle diverse agenzie educative, sanitarie e assistenziali della Chiesa. I sacramenti vengono ridotti a semplici marcatori di tappe sociali. L’“incontro”, quando avviene, è con un burocrate, un dirigente esperto di politiche e protocolli, mentre la possibilità di un autentico incontro con la Santissima Trinità e di un’esperienza del vero, del bene e del bello risulta drasticamente ridotta rispetto a quanto dovrebbe essere.
La tentazione del 1968 – rispondere all’implosione della cultura cristiana con un nuovo moralismo promosso da una Chiesa corporatizzata e secolarizzata – rimane forte. Vi sono tuttavia segni di speranza. Si registrano indizi del fatto che giovani cattolici, annoiati da quella che nel mondo anglofono viene chiamata “beige Catholicism”, ossia un cattolicesimo incolore, privato della sua potenza soprannaturale, stiano iniziando a pensare in sintonia con monsignor Giussani e i suoi amici intellettuali – Balthasar, Ratzinger, Scola e altri dell’area Communio.
Rapporti sociologici recenti attestano un rinnovato interesse per la fede cattolica tra i membri della generazione Z. Un articolo del New York Post dell’aprile 2025 titolava: “I giovani si convertono al cattolicesimo in massa – spinti dalla pandemia, da Internet e dalle alternative “lassiste””. L’articolo presentava il profilo di diversi giovani professionisti altamente istruiti che avevano abbracciato la fede dopo aver esplorato online varie opzioni religiose durante i periodi di confinamento pandemico, quando si trovarono con molto tempo per interrogarsi sul senso della vita. Venivano intervistati anche sacerdoti che parlavano di un aumento significativo dei convertiti nelle loro parrocchie. In una diocesi del Texas si registrò un incremento del 70 per cento, con nuovi cattolici in larga parte ventenni.
Nel Regno Unito, un sondaggio del 2025 rilevava che il 41 per cento dei praticanti tra i 18 e i 35 anni si identifica come cattolico, rispetto al 20 per cento che si dichiara anglicano. Giovani cattolici britannici scoprono la fede attraverso podcast su YouTube. Coloro che fuggono dall’estremismo di certo accademismo marxista-culturale e dalla banalità degli influencer trovano una via di ritorno ascoltando analisi critiche della cultura contemporanea. Per molti, Jordan Peterson ha rappresentato una sorta di “porta d’ingresso” verso il vescovo Barron e la sua catechesi Word on Fire, che conta oltre due milioni di iscritti su YouTube. Alla conferenza Word on Fire tenutasi a Canary Wharf nel febbraio 2025, circa tremila giovani cattolici britannici si sono inginocchiati davanti al Santissimo Sacramento mentre l’arcivescovo Wilson di Southwark guidava la benedizione eucaristica.
Mutamenti demografici analoghi vengono segnalati in diversi paesi europei: Francia, Lussemburgo, Irlanda, Norvegia, Svezia, Slovenia, Croazia, Ungheria, Malta, Paesi Bassi e perfino, sorprendentemente, il Kosovo. Tra le spiegazioni proposte vi è il fatto che molti giovani sono respinti dal vuoto delle ideologie postmoderne e da una cosmologia rigidamente materialista, mentre risultano attratti dalla bellezza non come semplice decorazione estetica, ma come porta d’accesso alla trascendenza. Numerosi giovani cattolici riferiscono inoltre un’attrazione per la liturgia solenne, incluse le Messe in latino, come via di fuga da un mondo dominato da smartphone, social media e tecnologia. Un filo conduttore comune nelle varie indagini è che la generazione Z appare come una generazione di “cercatori”, aperta a tutto ciò che offra un’esperienza di autotrascendenza e una mappa per orientarsi verso la verità, la bontà e la bellezza. Purtroppo tali tendenze risultano meno marcate in Italia, Polonia, Germania e Belgio; in Spagna, i sociologi parlano piuttosto di un duplice movimento: da un lato, molti giovani non partecipano più alla vita ecclesiale; dall’altro, coloro che vi partecipano lo fanno con un coinvolgimento molto più intenso rispetto alla generazione dei loro genitori e nonni.
La Germania e il Belgio appaiono forse i casi più critici, poiché proprio in questi paesi il modello Catholic Inc. è più radicato e la teologia della cultura dominante – nella misura in cui ve ne sia una – resta di tipo correlazionista più che trinitario-cristocentrico. La Polonia, dal canto suo, sembra attraversare una versione più tardiva e attenuata del 1968: nel primo ’68 i suoi studenti protestavano contro il marxismo, rivendicando libertà fondamentali come la libertà di parola e denunciando problemi concreti come la scarsità alimentare, più che reclamando la liberalizzazione dei costumi. Oggi, purtroppo, anche nel cuore della Polonia di Giovanni Paolo II l’attrattiva della cultura contraccettiva sembra esercitare la sua influenza.
Quanto all’Italia, non oserei formulare un’analisi davanti a un uditorio che certamente conosce le sue complesse dinamiche molto meglio di quanto potrebbe fare un osservatore australiano. Concludo tuttavia suggerendo che monsignor Giussani avrebbe trovato naturale sintonia con i giovani della generazione Z e con quelli che seguiranno; e che un Centro Studi come questo rappresenta precisamente ciò di cui vi è bisogno per alimentare la loro fame di un incontro con l’amore, con la verità, con la bellezza infinita.
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