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Editoriali
Eh no, Parolin. Le gru sono solo a Teheran
Il segretario di stato dice che quando si parla delle cause di una guerra è "complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto”. Ma non lo è affatto: a Miami o a Washington, per non parlare di Tel Aviv, i dissidenti non vengono appesi per il collo alle gru schierate su ordine della Guida suprema
In una lunga intervista concessa ai media vaticani, il segretario di stato Pietro Parolin ha detto molte cose giuste. Intanto, ha ricordato che “i popoli del medio oriente, comprese le già fragili comunità cristiane, sono nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti”. Quindi ha affermato, da uomo di Dio qual è, che “la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto”.
In un mondo ideale, kantiano (infatti cita anche Kant, il cardinale), dovrebbe essere così. Ma il mondo non è questo e qualche distinzione andrebbe fatta. Il segretario di stato dice che “quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto. E’ certo, invece, che essa produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili”. Eh no. Non è affatto complesso: a Miami o a Washington, per non parlare di Tel Aviv, i dissidenti non vengono appesi per il collo alle gru schierate su ordine della Guida suprema. Chi minaccia di far sparire uno stato (con il suo popolo) è l’Iran. Eppure, il cardinale dice di non poter dimenticare le migliaia di cadaveri che non più tardi di due mesi fa occupavano i marciapiedi di Teheran: “Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano”. Parole belle, propositi sacrosanti. La realtà praticata dai pasdaran e dal regime degli ayatollah è però un po’ diversa.