diplomazia vaticana

La cautela di Leone XIV sull'escalation in Iran

In questi giorni circola la foto della Guida suprema ad interim, Alireza Arafi, ricevuta calorosamente da Papa Francesco. Ci si dimentica di ricordare, però – ed è solo un esempio – lo scambio epistolare tra Benedetto XVI e Mahmoud Ahmadinejad. In una delle lettere, Ratzinger esprimeva “l'auspicio che le cordiali relazioni già felicemente esistenti tra la Santa Sede e l'Iran continuino a progredire”

Matteo Matzuzzi

Il Papa parla di pace e dialogo ma si tiene alla larga dai rischi di essere strumentalizzato. Vanno considerati i rapporti che da decenni intercorrono tra la Santa Sede e la grande repubblica sciita

Le possibilità per la Santa Sede di mediare nel contesto mediorientale sono sempre state scarse o nulle, a seconda delle sfumature rappresentate dal caso specifico. Dopo l’attacco all’Iran di sabato mattina, subito si è registrata una notevole pressione affinché dal Vaticano arrivasse una esplicita condanna. Esplicita, cioè chiara e non fraintendibile. Non caratterizzata, cioè, dalle formule diplomatiche che tendono a ridurre il più possibile il rischio di incidenti. Il primo a parlare – il più titolato – è stato l’ambasciatore di Teheran presso la Santa Sede,  Mohammad Hossein Mokhtari: “In qualità di ambasciatore della Repubblica islamica dell’Iran, mi aspetto fermamente che le autorità vaticane, in particolare Sua Santità Papa Leone XIV, condannino questa chiara aggressione sulla base degli insegnamenti religiosi e che richiamino ufficialmente i loro costanti appelli alla promozione della pace e della giustizia nel mondo e alla lotta contro la violenza, che costituiscono l’antico messaggio dei profeti e dei testi sacri”. “E’ dovere di tutti i leader religiosi e dei fedeli delle diverse religioni – aggiungeva Mokhtari – adottare iniziative concrete e costruttive per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale”. Da ambienti liberal statunitensi, molto attivi sui social, si assicurava (cioè lo si dava per certo) che domenica, al termine dell’Angelus, il Pontefice sarebbe stato chiarissimo nel condannare l’azione di Washington, magari menzionando direttamente Donald Trump. Possibile, certo. Ma poco probabile, considerando lo stile che Leone XIV ha assunto fin dal giorno del suo insediamento: parlare chiaro sì, ma evitando di dispensare condanne da una parte e dall’altra e guardandosi bene dal rischio di essere strumentalizzato. Rendendo, come conseguenza, inutile ogni possibile tentativo di far sentire la voce della Santa Sede nei drammi contemporanei. In Ucraina si ricorda ancora l’infelice uscita di Francesco sulla bandiera bianca da sventolare “quando vedi che sei sconfitto”. Nonostante le puntualizzazioni e i chiarimenti, a Kyiv non se ne sono dimenticati. E infatti, domenica mattina, Prevost ha parlato sì dell’escalation nel vicino e medio oriente, ma usando un registro ben diverso da quello auspicato dall’ambasciatore iraniano e da chi aveva come obiettivo unico mettere alla berlina il presidente americano

 

“La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”, ha detto Leone. Niente di diverso rispetto al tradizionale canovaccio che seguono i Papi quando devono parlare di fatti del genere. Prevost ha aggiunto qualcosa in più, quando ha sottolineato che le minacce sono reciproche. Di moralità ha parlato, ma rifuggendo dalle prese di posizione ideologiche: “Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace”. Fine. Il che è significativo se si considerano i rapporti che da decenni intercorrono tra la Santa Sede e la grande repubblica sciita. In questi giorni circola la foto della Guida suprema ad interim, Alireza Arafi, ricevuta calorosamente da Papa Francesco. Ci si dimentica di ricordare, però – ed è solo un esempio – lo scambio epistolare tra Benedetto XVI e Mahmoud Ahmadinejad. In una delle lettere, Ratzinger esprimeva “l’auspicio che le cordiali relazioni già felicemente esistenti tra la Santa Sede e l’Iran continuino a progredire”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.