Il caso
I vescovi alla Corte suprema: “Fermate l'ordine esecutivo di Trump sui migranti, è immorale”
La posizione della Conferenza episcopale alla vigilia delle audizioni sui provvedimenti dell'Amministrazione relativi alla cittadinanza
Nel documento si legge che l’ordine esecutivo “pretende di negare la cittadinanza ai bambini la cui madre sia presente illegalmente o abbia uno status temporaneo e il cui padre non sia cittadino statunitense o residente permanente legale”
Roma. La Conferenza episcopale statunitense va alla Corte suprema e chiede che sia respinto l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump appena rientrato alla Casa Bianca che negava la cittadinanza statunitense ai figli di migranti irregolari. Lo fa con un amicus curiae di sei pagine, una sorta di “consulenza” tecnica depositata un mese prima che i giudici – sei su nove sono cattolici, a cominciare dal presidente John G. Roberts – procedano all’ascolto delle argomentazioni orali sui limiti proposti dall’Amministrazione in tema di concessione della cittadinanza. Nel documento si legge che l’ordine esecutivo “pretende di negare la cittadinanza ai bambini la cui madre sia presente illegalmente o abbia uno status temporaneo e il cui padre non sia cittadino statunitense o residente permanente legale”. Ancora, “gli effetti intenzionali e non intenzionali dell’ordine esecutivo sono immorali e contrari ai princìpi fondamentali e agli insegnamenti della Chiesa cattolica riguardo alla vita e alla dignità delle persone umane, al trattamento delle persone vulnerabili – particolarmente migranti e bambini – e all’unità familiare”. I vescovi si dicono “addolorati per il clima di paura e ansia e per la vilificazione degli immigrati che è fin troppo comune nella retorica relativa alla politica sull’immigrazione”. La posizione è netta, perché “porre fine alla cittadinanza per nascita manca di fondamento storico, giuridico e morale. Il principio della cittadinanza per nascita è saldamente radicato nella tradizione giuridica occidentale, consacrato dal Quattordicesimo emendamento e riaffermato dalla giurisprudenza di questa Corte”. Principio che “trova uguale fondamento negli insegnamenti della Chiesa, che affermano la dignità intrinseca di ogni persona umana, in particolare del bambino innocente. Come cattolici, la nostra fede ci impone di protestare contro leggi che negano la dignità della persona umana e danneggiano bambini innocenti, specialmente quando tali leggi risuscitano le ingiustizie che il Quattordicesimo emendamento era stato emanato per respingere”. Questo caso, sottolineano i presuli, “non riguarda unicamente lo status di cittadinanza o il Quattordicesimo emendamento. Si tratta di una questione di principio: se la legge affermerà o negherà il valore uguale di coloro che nascono all’interno della nostra comunità comune – se la legge proteggerà la dignità umana di tutti i figli di Dio”.
E’ un rapporto, quello tra la Conferenza episcopale americana e l’Amministrazione guidata da Donald Trump, che si fa via via più complesso, a riprova che il “problema” nei rapporti fra il Vaticano e gli Stati Uniti non era rappresentato solo dal pontificato di Francesco. Poche ore prima che il presidente tenesse il discorso sullo stato dell’Unione, un gruppo di diciotto vescovi provenienti da varie parti del paese, ha pubblicato una dichiarazione in cui chiede al Congresso di lavorare per garantire agli immigrati maggiori diritti: “Pur riconoscendo il diritto e il dovere di una nazione sovrana di far rispettare le proprie leggi, crediamo anche che tali leggi debbano essere applicate in modo da proteggere la dignità e i diritti umani, donati da Dio, della persona umana”.