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L'irrituale stoccata del Vaticano al governo italiano
Solitamente prudentissimo, stavolta il cardinale Pietro Parolin ha voluto rimarcare una certa distanza dalla linea di politica estera assunta a Palazzo Chigi. Novità
La notizia non è l’assenza della Santa Sede dal Board di Gaza. Parolin, settimane fa, aveva detto di aver ricevuto l’invito e di essere intento a valutare la faccenda. Ma che il Papa partecipasse a quella che il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, aveva definito “un’operazione colonialista”, non era nell’ordine delle cose
Roma. “Abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore. Evidentemente ci sono punti che lasciano un po’ perplessi, alcuni punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni. L’importante è che si sia tentato di dare una risposta, però ci sono alcune criticità che dovrebbero essere risolte”. Solitamente prudentissimo, stavolta il cardinale Pietro Parolin ha voluto rimarcare una certa distanza dalla linea di politica estera assunta a Palazzo Chigi sul vicino oriente. Non è usuale che la Segreteria di stato vaticana sia così esplicita nel mostrare “perplessità” sulle mosse del governo italiano. Di solito, infatti, si preferisce soprassedere evitando commenti, data la vicinanza. La notizia infatti non è l’assenza – scontata – della Santa Sede dal Board di Gaza. Parolin, settimane fa, aveva detto di aver ricevuto l’invito e di essere intento a valutare la faccenda. Ma che il Papa partecipasse a quella che il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, aveva definito “un’operazione colonialista”, non era nell’ordine delle cose. Anche perché avrebbe significato schierare la Sede apostolica con quelli che, più o meno esplicitamente, vogliono mettere da parte l’Onu, che per il Vaticano resta invece un presidio irrinunciabile di pace e giustizia. Meglio restarne fuori, se non altro per non intaccare la “terzietà” rispetto ai contendenti, evitando al contempo di farsi trascinare in polemiche la cui gestione sarebbe delicata.
Il punto rilevante è invece la tirata d’orecchi al governo. Era finita la cerimonia annuale per l’anniversario dei Patti lateranensi, il segretario di stato aveva ringraziato l’esecutivo per la collaborazione e i provvedimenti adottati in vari campi – famiglia, occupazione, disabilità e carceri – ed ecco la stoccata. Che tra l’altro rovina l’immagine, da tempo à la page dalle parti di Chigi e più in generale della maggioranza – di una sorta di rapporto stretto con la Segreteria di stato tale da bypassare una Cei ostile e schierata all’opposizione. Un anno fa, di questi tempi, poco prudenti frequentatori di Montecitorio e Palazzo Madama confidavano, tra buvette e bar del centro di Roma, che Parolin sarebbe stato il Papa perfetto, sempre attento alle istanze della maggioranza a differenza di una Conferenza episcopale sovente identificata con il Pd. Che poi Parolin fosse identificato come il Papa migliore anche dai Cinque stelle, che ricordavano un giorno sì e l’altro pure che Giuseppe Conte è un figlio di Villa Nazareth, il cui presidente è proprio il segretario di stato, non scalfiva le certezze. In tutto questo, c’è il “problema” di capire quanto affine alle posizioni italiane sia Leone XIV, ammesso che tra i mille e più dossier che affollano la sua scrivania ci sia anche la politica estera del governo. Di certo, al di là della normale cortesia e del plauso vaticano per la gestione del Giubileo in un anno complesso, tra la premier e il Pontefice non c’è il medesimo feeling stabilito con il predecessore Francesco, al punto da consentire a Giorgia Meloni di mostrare un legame affettuoso e ricambiato che non pochi esponenti del centrodestra usavano per superare polemiche e incomprensioni con una parte dell’episcopato italiano. La stessa parte che nell’ultimo biennio alzava la voce per protestare contro la politica migratoria, la destinazione dell’otto per mille, premierato e autonomia differenziata. Venuto meno Francesco, traballa anche l’appiglio in Segreteria di stato.