Joseph Ratzinger (foto LaPresse)

il libro

Come sarà la Chiesa nel XXI secolo? Ratzinger lo predisse alla perfezione

Joseph Ratzinger

“Le  parole di quelli che ci profetizzano una Chiesa senza Dio e senza fede sono vuota chiacchiera. Una Chiesa che celebra il culto dell’azione in ‘preghiere’ politiche non ci serve. E’  superflua”, diceva Ratzinger nel 1969

Pubblichiamo un ampio stralcio della conferenza radiofonica del 1969 che Joseph Ratzinger tenne per la Hessischer Rudfunk. Il testo è contenuto nel volume “La fede del futuro. Il futuro della Chiesa” edito da Cantagalli (176 pp., 18 euro). 


 

Il teologo non è un indovino. E non è neppure un futurologo che fa calcoli sul futuro partendo da fattori calcolabili del presente. Il suo mestiere lo tiene abbastanza lontano dal calcolo; solo in minima parte, dunque, esso potrebbe diventare oggetto della futurologia, che non è neppure arte divinatoria, ma stabilisce appunto ciò che è calcolabile e deve lasciare aperto ciò che calcolabile non è. Siccome la fede e la Chiesa raggiungono quelle profondità dell’uomo dalle quali continuamente proviene ciò che è creativamente nuovo, inatteso e non pianificato, ne risulta che il loro futuro a noi rimane nascosto anche nell’epoca della futurologia. Chi avrebbe potuto predire alla morte di Pio XII il Concilio Vaticano II o, ancor più, gli sviluppi postconciliari? O chi avrebbe osato predire il Concilio Vaticano I, quando Pio VI, deportato dalle truppe della giovane Repubblica francese, morì prigioniero a Valence nel 1799?

Già tre anni prima uno dei dirigenti della Repubblica aveva scritto: “Questo vecchio idolo sarà distrutto. Così vuole la libertà e la filosofia. […] E’ auspicabile che Pio VI viva ancora per due anni, affinché la filosofia abbia il tempo di completare la sua opera e di lasciare questo ‘Lama’ dell’Europa senza successori”. E sembrava che fosse così, fino al punto che furono tenute orazioni funebri sul papato, che si dava ormai per definitivamente estinto. Siamo dunque cauti con le prognosi. E’ ancora valida la parola di Agostino, secondo la quale l’uomo è un abisso; nessuno può in antecedenza abbracciare con lo sguardo ciò che sale da questo abisso. E chi crede che la Chiesa non solo è segnata da quell’abisso che è l’uomo, ma si spinge fino all’abisso più grande e infinito che è Dio, ha motivi a sufficienza per trattenersi dal far previsioni, l’ingenuo “voler essere informati a ogni costo” sulle quali potrebbe rivelare soltanto una mancanza di fiuto storico. Ma allora ha senso il nostro tema? Lo può avere, se si è consapevoli dei suoi limiti. Proprio in tempi di grandi sconvolgimenti storici, nei quali tutto quel che è accaduto fin qui sembra dileguarsi e aprirsi a ciò che è completamente nuovo, l’uomo ha bisogno di riflettere sulla storia, la quale riporta alle sue giuste proporzioni l’attimo ingigantito in modo irreale inquadrandolo in un avvenimento che non si ripete mai, ma che neanche perde mai la sua unità e il suo contesto. Potreste dire: abbiamo sentito bene? Riflettere sulla storia? Ma questo significa guardare al passato, mentre noi ci attendevamo uno sguardo sul futuro. Sì, avete sentito bene. Ma io ritengo che riflettere sulla storia, quando questo s’intenda correttamente, comporta l’una e l’altra cosa: uno sguardo retrospettivo su ciò che è già accaduto e, da qui, la riflessione sulle possibilità e sui compiti rispetto a ciò che deve venire; possibilità e compiti che possono chiarirsi solo se si abbraccia con lo sguardo un tratto abbastanza ampio di strada e non ci si chiude ingenuamente nell’oggi. Neanche lo sguardo retrospettivo permette predizioni del futuro, ma limita l’illusione dell’assoluta straordinarietà e mostra come anche in passato c’è stato qualche cosa non di uguale, ma di paragonabile. In ciò che c’è di disuguale tra ieri e oggi si fonda l’incertezza delle nostre asserzioni e la novità dei nostri compiti; in ciò che c’è di uguale, si fonda la possibilità di un orientamento e di una correzione. Alla nostra odierna situazione ecclesiale è paragonabile in linea generale innanzitutto il periodo del cosiddetto modernismo degli inizi del secolo e inoltre la fine del rococò, il sorgere definitivo dell’epoca moderna con l’illuminismo e con la Rivoluzione francese. La crisi del modernismo non è stata portata completamente a termine, è stata interrotta anzitempo dalle misure di Pio X e dalla mutata situazione spirituale dopo la Prima guerra mondiale; la crisi attuale è solo la ripresa, a lungo differita, di ciò che è iniziato allora. Così, come analogia, ci resta la storia della Chiesa e della teologia dell’illuminismo. Chi osserva meglio rimane sorpreso dal grado di somiglianza tra ciò che accadde un tempo e oggi.

L’“illuminismo”, come epoca storica, non gode oggi di buona fama; anche chi si mette decisamente sulle orme del passato non vuol passare tuttavia per illuminista, ma si distanzia dal razionalismo troppo semplicistico, così ritiene, di quel tempo, in quanto si prende la briga in genere di ricordare la storia avvenuta. Ora, qui ci sarebbe già una prima analogia: il distacco risoluto dalla storia, considerata solo come il ripostiglio delle cose di ieri, che non potrebbero più essere utilizzate per un oggi completamente nuovo; la certezza, sicura di vincere, che oggi non si debba più agire secondo la tradizione, ma solo in modo razionale; il ruolo in genere di parole come “razionale”, “afferrabile” e simili. Allora come oggi, tutto questo è sorprendentemente uguale. (…) Per la questione dove si trovino gli elementi forieri del futuro e dove no, a me sembra che la cosa più istruttiva sia quella di riflettere sulle persone e sui tratti caratteristici di ogni epoca che in esse si rivelano. Ovviamente possiamo scegliere soltanto qualche esempio caratteristico, in cui si vede l’ampiezza delle possibilità di allora e, nello stesso tempo, la sbalorditiva analogia con il nostro tempo. C’è il progressista estremista, esemplificato dalla tragica figura dell’arcivescovo di Parigi Gobel, sempre zelante nel correr dietro al progresso del suo tempo. In un primo momento egli fu per una Chiesa nazionale costituzionale; poi, come se ciò non bastasse, rinunciò solennemente al sacerdozio, dichiarando che, con il felice esito della Rivoluzione, non vi era più alcun bisogno di un altro culto nazionale, diverso da quello della libertà e dell’eguaglianza. Partecipò all’adorazione della dea ragione in Notre-Dame, ma alla fine il progresso scavalcò anche lui: con Robespierre l’ateismo diventò di nuovo improvvisamente un crimine, e così l’ex arcivescovo fu condotto alla ghigliottina come ateo, e giustiziato. In Germania la situazione si presentava più tranquilla: qui, ad esempio, ci sarebbe da ricordare, come un progressista classico, il direttore del Georgianum di Monaco, Matthias Fingerlos. Nella sua opera Wozu sind Geistliche da? [Perché ci sono i sacerdoti?] egli spiega che il prete dev’essere innanzitutto un maestro del popolo, che istruisce il popolo sulla coltivazione dei campi, sull’allevamento del bestiame, sulla frutticultura, sui parafulmini, ma anche sulla musica e sull’arte. Si direbbe oggi: il prete dev’essere innanzitutto un assistente sociale e dev’essere al servizio della costruzione di una società razionale, purificata dagli irrazionalismi.

Al centro, come progressista moderato, si potrebbe collocare la figura del già ricordato vicario generale di Costanza Wessenberg, che in nessun modo avrebbe collaborato a una semplice riduzione della fede all’attività sociale, ma che, d’altra parte, mostrava troppa poca sensibilità per ciò che è organico, per ciò che è vivo e si sottrae alle pure costruzioni della ragione. Un ordine di grandezza totalmente diverso lo incontriamo nella figura, posteriore in ordine di tempo, del vescovo di Regensburg Johann Michael Sailer. E’ difficile classificarlo. Le categorie usuali di progressismo e conservatorismo falliscono se applicate a lui, come mostra già il suo stesso curriculum vitae: nel 1794 gli fu tolta la cattedra a Dillingen con l’accusa di illuminismo; nel 1819 naufragava la sua nomina a vescovo di Ausburg, tra l’altro per l’opposizione di Clemens Maria Hofbauer, più tardi innalzato all’onore degli altari, e che ha sempre visto in lui un illuminista; d’altro canto, già nel 1806, il suo discepolo Zimmer fu allontanato dall’università di Landshut perché accusato di essere reazionario, provvedimento con il quale si voleva colpire Sailer e la sua cerchia come i veri oppositori dell’illuminismo: lo stesso uomo, che Hofbauer ha sempre ritenuto un illuminista, fu visto dai veri rappresentanti dell’illuminismo come il più pericoloso avversario di esso. Avevano ragione. Da quest’uomo e dalla sua grande cerchia di amici e discepoli ha preso avvio un movimento che aveva più futuro in sé che non la tronfia presunzione degli illuministi puri. Il futuro della Chiesa può venire e anche oggi verrà solo dalla forza di coloro che hanno profonde radici e vivono della limpida pienezza della loro fede. Non verrà da coloro che prescrivono soltanto ricette. Non verrà da coloro che si adeguano alla situazione del momento. Non verrà da coloro che criticano gli altri, ma che ritengono se stessi una misura infallibile. E neppure verrà da coloro che scelgono solo il cammino più comodo, che evitano la passione della fede e dichiarano falso e sorpassato, tirannia e legalismo, tutto ciò che è esigente, che fa fatica all’uomo e lo obbliga ad abbandonare se stesso. Diciamo questo in forma positiva: anche questa volta, come sempre, il futuro della Chiesa verrà fuori dai santi. Da uomini, cioè, la cui capacità di percezione va al di là delle parole e che proprio per questo sono moderni. Da uomini, perciò, che sanno vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. L’altruismo, che rende l’uomo libero, si acquista solo nella pazienza delle piccole rinunce quotidiane a se stessi. In questa passione quotidiana, che sola permette all’uomo di sperimentare quanto sia vincolato dal suo io, in questa passione quotidiana, e solo in essa, l’uomo progressivamente si apre. Egli vede soltanto nella misura in cui ha amato e sofferto. Se oggi ci è difficile percepire ancora Dio, questo dipende dal fatto che è diventato troppo facile eludere noi stessi e rifuggire dalla profondità della nostra esistenza nello stordimento di ogni genere di comodità. Se è vero che si vede bene solo con il cuore, come siamo tutti ciechi!  Che cosa significa questo per la nostra questione? Significa che le grandi parole di quelli che ci profetizzano una Chiesa senza Dio e senza fede sono vuota chiacchiera. Una Chiesa che celebra il culto dell’azione in “preghiere” politiche non ci serve. E’ del tutto superflua.

E per questo tramonterà da sé. Rimarrà la Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa che crede nel Dio che si è fatto uomo e che ci promette la vita oltre la morte. Parimenti, il prete che sia un mero funzionario sociale può essere sostituito da psicoterapeuti e da altri specialisti. Il prete che non è specialista, però, che non si tiene fuori dal gioco offrendo consulenze professionali, ma che in nome di Dio si mette a disposizione gioia, nella loro speranza e nella loro angoscia, sarà ancora necessario. Procediamo oltre. Dalla crisi di oggi, verrà fuori, anche questa volta, una Chiesa che avrà perduto molto. Essa diventerà piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Non potrà più riempire molti degli edifici che aveva eretto in tempi di congiuntura favorevole. Insieme a un bel numero di aderenti, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società. Si presenterà, molto più nettamente rispetto a prima, come comunità cui si aderisce liberamente, cui si può accedere solo in base a una decisione. Come piccola comunità solleciterà molto più decisamente l’iniziativa dei suoi singoli membri. Certamente conoscerà anche nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati che esercitano una professione: in molte comunità più piccole e in gruppi sociali omogenei la normale cura d’anime sarà esercitata così. Con accanto, indispensabilmente un prete a capo, come è stato finora. Ma, in mezzo a tutti questi presumibili cambiamenti, di nuovo e con ogni risolutezza la Chiesa troverà ciò che le è essenziale in quello che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio unitrino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Essa riconoscerà di nuovo nella fede e nella preghiera il suo vero centro e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino, non come problema di attivismo liturgico. Sarà una Chiesa rientrata in se stessa, raccolta interiormente, che non si fa forte del suo mandato politico e non flirta né con la sinistra né con la destra. Essa farà questo con fatica. Infatti, il processo di cristallizzazione e di chiarificazione le costerà anche molte energie. La renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli. Il processo sarà tanto più difficile, in quanto, da una parte, dovrà essere abbandonata una mentalità settaria, dall’altra, un tronfio arbitrio. Si può prevedere che tutto questo richiederà del tempo. Il processo sarà lungo e faticoso, proprio come fu molto lungo il cammino che portò dai falsi progressismi alla vigilia della Rivoluzione francese – quando anche per i vescovi era diventato di moda mettere in ridicolo i dogmi e magari lasciar intendere perfino che non si riteneva sicura neppure l’esistenza di Dio – fino al rinnovamento del XIX secolo. Ma, dopo la prova di queste decurtazioni, da una Chiesa rientrata in se stessa, raccolta interiormente e semplificata, uscirà una grande forza. In un mondo totalmente pianificato, infatti, gli uomini saranno indicibilmente soli. Essi sperimenteranno, quando Dio sarà interamente sparito dal loro orizzonte, la loro totale e paurosa povertà. Ed essi scopriranno, allora, la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: come una speranza che li riguarda, come una risposta a quel che di nascosto sempre si sono chiesti. A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma sono anche certissimo di ciò che alla fine resterà: non la Chiesa del culto politico, che ha fatto fallimento già con Gobel, ma la Chiesa della fede. Certo, essa non sarà mai più la forza dominante della società nella misura in cui lo è stata fino a poco tempo fa. Ma conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria che dà loro vita e speranza oltre la morte.
 

 

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