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Il Papa che chiude il Concilio

Robert Prevost è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s'è capito che non era così

Matteo Matzuzzi

Leone XIV mostra di voler archiviare le sfinenti lotte tra conservatori e progressisti. Va oltre, punta tutto sulla spiritualità e su uomini dal profilo tradizionale che però sanno stare nel mondo

Come gli astrologi nel Rinascimento consultavano le stelle per trarre oroscopi sulla salute del Papa infermo, assicurando che il calcolo renale si sarebbe risolto positivamente o che la gotta avrebbe dato tregua, oggi gli addetti ai lavori studiano i bollettini vaticani per capire gli orientamenti di Leone circa le nomine episcopali in giro per il mondo. Ha scelto un progressista o un conservatore? La reverenda suora è una militante femminista o una pia religiosa dedita all’adorazione perpetua? E poi i discorsi, le omelie, i messaggi: via a compulsare le note a pie’ di pagina, i riferimenti bibliografici: quante volte ha citato Benedetto XVI? Quante Francesco? Quante Giovanni Paolo II, tornato assai in auge, stando al numero dei riferimenti fatti? E’ un gioco che s’è sempre fatto e che serve per inquadrare per quanto possibile – per lo più mediaticamente – il Pontefice di turno: da che parte sta? Con Leone XIV il lavoro s’è fatto impresa improba, stante l’aplomb riservato dell’agostiniano succeduto al gesuita e al fatto che di suo non esiste neanche un libro o volumetto per tentare di carpire suggerimenti che facciano intravedere una linea, un orizzonte entro il quale azzardare previsioni. Chi è allora Leone? Cosa pensa? “Il mio viso è molto espressivo, ma spesso mi diverto a vedere come i giornalisti interpretano le mie espressioni. Sul serio, voglio dire, è interessante. A volte ricevo, sapete, idee veramente belle da tutti voi, perché pensate di poter leggere la mia mente o il mio volto. E non è così, non avete sempre ragione”, ha detto ai giornalisti che l’accompagnavano nel suo primo viaggio internazionale, in Turchia e Libano. Ha dato un’indicazione a chi volesse vestire i panni dell’aruspice: “Un giornalista tedesco mi ha detto l’altro giorno: mi dica un libro, oltre a sant’Agostino, che potremmo leggere per capire chi è Prevost. E ne ho pensati diversi, ma uno di quelli è un libro intitolato La pratica della presenza di Dio. E’ un libro molto semplice, scritto da qualcuno che non scrive nemmeno il suo cognome, frate Lawrence”. Libro che, immediatamente ripubblicato dalla Lev, è andato a ruba. Già prima di Natale risultava introvabile nelle librerie attorno a piazza San Pietro. Frate Lorenzo era un converso carmelitano vissuto nella Francia del Diciassettesimo secolo. Segni particolari, uno: visse totalmente alla Presenza divina. Non era un santo, cadde più volte lungo il suo cammino di conversione. Sbagliò parecchio, provò a fare il cameriere, l’eremita, il soldato. E si ritrovò a “cercare Dio tra le pentole”. Racconterà a un amico che “non è necessario avere grandi cose da fare. Io rigiro la mia frittata nella padella per amore di Dio e una volta fatta, se non mi rimane altro da fare, mi chino a terra e adoro Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopo di che mi rialzo più felice di un re”. Ancora, “si va in cerca di metodi per imparare ad amare Dio; vi si vorrebbe giungere attraverso non so quali e quante pratiche diverse. Ma non sarebbe molto più breve e diretto fare tutto per amore di Dio e servirsi di tutte le azioni che dobbiamo compiere per dimostrarglielo?”. Frate Lorenzo trovava Dio ovunque e lo poneva davanti a tutto. Porre “uno sguardo interiore fisso su di Lui che dev’essere sempre calmo, dolce, umile e tenero, senza lasciarsi mai prendere da alcun turbamento o inquietudine”. 
Sparire perché rimanga Cristo, insomma. Come da prima omelia papale di Leone, appena eletto nella Cappella Sistina. Nella vita del converso carmelitano si individua un metodo: “Bisogna compiere tutte le nostre azioni con peso, misura e saggezza, senza l’impetuosità o l’avventatezza che rivelano una mente agitata. Si deve lavorare con dolcezza, tranquillità e amorevolezza con Dio, pregandolo d’accettare le nostre azioni”

 

Pare quasi una risposta a quanti s’attendevano riforme e nomine immediate, decisioni rapide e annunci. Ribaltamenti o conferma dello status quo. Un messaggio per i desiderosi di fare piazza pulita e i granitici assertori della continuità assoluta. Se la Pratica della Presenza di Dio di frate Lorenzo è la cartina al tornasole per capire Leone, è facile intuire che il gioco da astrologi di cui si parlava all’inizio è solo una perdita di tempo. Un agostiniano con un profilo così spirituale se ne sta ben alla larga dal dibattito sul colore e l’orientamento dei vescovi nominati in diocesi o in posizioni curiali. Prevost è oltre, come dimostra il profilo dei pochi presuli che ha chiamato a occupare posizioni di rilievo. Non è lo schieramento ideologico ciò che conta, non è l’essere a favore della sinodalità – o, per fare un esempio opposto, della messa tradizionale – il criterio che porta alle scelte. Si prenda il profilo del nuovo arcivescovo di New York, mons. Ronald Hicks. Missionario in America centrale, ma di Chicago. Mandato da un campione delle culture war come il cardinale Francis George a formare i seminaristi e fatto poi vicario generale dal cardinale Cupich, successore di George e su posizioni diametralmente opposte. Primo collaboratore di un porporato assai ostile al mondo del conservatorismo liturgico che poi, nella sua piccola diocesi, ha dato a quel mondo totale libertà d’azione (ed è per questo amato e rimpianto). Se ne legga l’omelia d’insediamento pronunciata nella cattedrale di San Patrizio, nessuno spazio a sottolineature socio-politiche, ma tanta spiritualità e un messaggio centrale: “Amo Gesù e amo la Chiesa”. Un profilo così sfugge alle stantie categorie post conciliari e non è facilmente catalogabile. Anche a Praga, il nuovo arcivescovo ha esordito con un messaggio non troppo dissimile, puntando tutto sull’unità nella Chiesa, priorità fra le priorità. E lo stesso vale per tante altre nomine, anche in curia. Al prefetto dei Vescovi generalmente apprezzato dalla realtà “conservatrice”, è seguita poi la chiamata a Roma in qualità di segretario del dicastero per il Clero di un arcivescovo “martiniano”. Qualcuno potrebbe dire che è il prezzo che si deve a un’elezione plebiscitaria, dove quasi tutti, d’ogni schieramento, hanno scritto il nome di Prevost sulla scheda elettorale. Un volgare esempio di cerchiobottismo clericale, insomma, come pure si sente sussurrare appena si mette piede in zona Borgo, dando ascolto al chiacchiericcio pettegolo sempre vivo. 

 

E se invece, anziché una strategia di galleggiamento fosse il segnale d’un vero cambiamento d’epoca? Potrebbe, l’elezione di Leone XIV, aver chiuso per sempre la fin troppo lunga stagione postconciliare segnata da pianti infiniti, rabbie poco represse e ricostruzioni tra il fantasy e il thriller di quel che avvenne più mezzo secolo fa? Per sessant’anni vescovi, cardinali e Papi venivano catalogati tra i progressisti e i conservatori sulla base di schieramenti fotografati all’epoca del Gaudet Mater Ecclesia di Giovanni XXIII. Una semplificazione che andava bene per i Suenens e i Siri, gli Ottaviani e gli Alfrink. Ma che appare poco sensata se applicata a presuli che quando il Concilio fu chiuso da Paolo VI o frequentavano l’asilo o non erano neppure nati. Il Pontefice regnante, dopotutto, ha appena compiuto settant’anni. Significa cioè che quando Roncalli annunciò il Vaticano II aveva tre anni. Quando terminò, dieci. 

 

E’ il primo Papa davvero post conciliare e così, forse, si spiega anche la risposta data nell’intervista a Elise Ann Allen sulle dispute liturgiche relative alla messa secondo il rito antico. C’è chi ne è rimasto male, non capendo perché il Papa abbia derubricato la questione a mero uso linguistico del latino – in breve: se uno vuole assistere a una messa novus ordo in latino, benissimo – rimandando a tavoli per approfondire e discutere. Leone è lontano mille miglia da questa battaglia che imperterrita continua da un sessantennio, sa che è motivo di divisione e di conflitto – tant’è che l’ha messo nell’ordine del giorno concistoriale di gennaio –, ma non lo ritiene altro che uno dei tanti elementi che rendono meno unita la Chiesa. Anche la scelta di delegare al cardinale Fernández il dossier lefebvriano, non rispondendo alla richiesta di incontro con il Superiore generale della comunità che nel 1988 procedette a quattro consacrazioni episcopali in assenza di mandato papale, è un segno di non voler trasformare il tema in una spada di Damocle pendente sul pontificato. 
E’ chiaro che, dopo non pochi mesi di pontificato,  andrebbero cambiate le lenti con cui guardare la missione del Papa. Abbandonando vecchie logiche di schieramento e focalizzandosi su altro. Come sulla scelta di affidare a un monaco trappista di stretta osservanza, il vescovo prelato di Trondheim, Erik Varden, le meditazioni per gli esercizi spirituali di Quaresima alla curia romana. E’ una scelta personalissima del Pontefice, qui non conta la mediazione di dicasteri, comitati ed equilibri da rispettare. Varden, uomo dalla vocazione tardiva – “Gli araldi della fede fallivano nel far colpo su di me. Provavo orgoglio nel proclamarmi agnostico, un termine che dichiarava l’indipendenza delle opinioni senza esigere poi molto in termini di affermazioni”, scrive ne La solitudine spezzata (Qiqajon, 2019) – che in otto anni è passato dall’essere diacono alla consacrazione episcopale, è uomo di profonda spiritualità e di grande efficacia comunicativa. A conferma ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, del “modello” che più predilige Leone XIV. Un vescovo capace di tenere conferenze sul “Rorate” che si canta in Avvento e di discettare su quel che scrivono Marylinne Robinson e Jon Fosse. Uomo nel mondo ma non del mondo, insomma. Un po’ come Prevost, che ha scelto il nome d’un Papa che nottetempo si dilettava a comporre liriche in latino e che al contempo è il primo Pontefice a usare Whatsapp. Leone è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così. Pochi giorni fa, ad esempio, ha scritto una lettera al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid. Un passaggio, in particolare, ha scatenato le perplessità di quanti (non pochi) auspicavano che il Papa di Chicago archiviasse certe immagini considerate “datate”. Ha scritto Leone che “si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid – e la Chiesa intera –  in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus – lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”. Sui social, tra i “novatori”, s’è scatenata una gazzarra, tra contestazioni più o meno forti e smarrimento. Perfino un vescovo italiano, mons. Giovanni Checchinato di Cosenza-Bisignano, teologo e autore della propria autobiografia, Omelia per gli invisibili. La storia di un vescovo dove cresce la quarta mafia (all’epoca, nel 2022, era vescovo di San Severo), ha ritwittato su X il seguente commento: “Speravo di non sentire più, in vita mia, l’espressione ‘essere alter Christus’ e invece viene addirittura definito dal Papa ‘nucleo più autentico del sacerdozio’”.  Un po’ di insofferenza o di delusione, chissà, per un Papa il cui profilo misterioso inizia a rivelarsi. E non pare collimare con i desiderata manifestati poco meno d’un anno fa. 

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.