Sinodo tedesco, atto finale. In gioco c'è l'unità con il Papa e la fedeltà a Roma
Il cardinale di Colonia non si presenta: "Ho promesso di custodire la fede della Chiesa e di camminare nella mia diocesi in unità con il Pontefice"
Perplessità anche dal fronte progressista, con il vescovo di Magonza che ammette: "Da questo processo sinodale, l’unità dei vescovi non ne è uscita rafforzata, per dirlo in modo gentile". Si attende la mossa di Leone XIV
Si è aperta ieri a Stoccarda la sesta e ultima Assemblea sinodale tedesca. Ad aprire i lavori il presidente uscente della Conferenza episcopale, mons. Georg Bätzing, e la leader del Comitato dei cattolici tedeschi (ZdK), Irme Stetter-Karp. I lavori proseguiranno fino a domani, quando saranno tirate le somme con l’elezione di nuovi membri laici della Conferenza sinodale che vedrà – caso unico nella storia della Chiesa – dotati di poteri deliberativi 54 laici a fronte di 27 vescovi. Durante la tre giorni di incontri, i 230 membri dell’assemblea valuteranno i risultati fin qui raggiunti, si aggiorneranno sull’implementazione delle decisioni adottate e si chiederanno cosa abbiano davvero prodotto i quindici documenti approvati. Sei anni di lavoro e dure reprimende da Roma, mitigate da incontri con i vertici della curia che l’umana cortesia ha definito “cordiali” ma che non sono riusciti a sbrogliare la matassa. Il Synodaler Weg, nato come tentativo di dare una risposta alla crisi degli abusi, è finito col mettere in gioco la struttura sacramentale della Chiesa. Papa Francesco arrivò a domandare agli stessi vescovi tedeschi se fossero ancora cattolici. E non era ironia, la sua. La Conferenza episcopale locale non è divisa: sono solo tre gli attuali ordinari che si sono opposti al progetto lanciato dal cardinale Reinhard Marx e proseguito, con poco savoir-faire diplomatico, dal criticato (a destra come a sinistra, per motivi opposti) successore Bätzing.
Il cardinale arcivescovo di Colonia, Rainer Maria Woelki, ha fatto sapere che a Stoccarda non metterà piede perché “questo organismo non ha il mandato di valutare ciò che un singolo vescovo diocesano o una singola diocesi abbia o meno attuato le decisioni del Cammino sinodale”. Il cardinale aggiungeva che “io devo rispondere alle promesse della mia ordinazione. Ho promesso di custodire la fede della Chiesa e di camminare nella mia diocesi in unità con il Papa e questo intendo rivendicarlo anche in futuro”. Il problema, infatti, non sono tanto le divergenze “che ci sono sempre state, anche nella Chiesa primitiva”: la differenza è che allora “ci si accordò su ciò che Pietro, come garante dell’unità, ha stabilito. Il fatto che questo non sia più scontato mi sembra una delle cause delle nostre difficoltà attuali”. Non sono questioni marginali se è vero che si ricorda come il dialogo per essere vero debba basarsi sulla “fede e la dottrina della Chiesa, l’unità con il Papa e l’immagine di Chiesa del Concilio Vaticano II, in particolare della Lumen gentium”. Nonostante gli altolà romani, in Germania il treno è andato avanti spedito. Tra gli oppositori, ricevuti da Leone XIV in questi ultimi mesi, la speranza è che proprio il Pontefice si opponga alle conclusioni del Sinodo tedesco. Al momento, Leone è attendista. Qualche speranza ce l’ha anche il cardinale Woelki, che si dice fiducioso su “ciò che Roma dirà effettivamente”. Intanto, anche un vescovo favorevole al Cammino sinodale come mons. Kohlgraf di Magonza, ammette che “l’unità dei vescovi non ne è uscita rafforzata, per dirlo in modo gentile”.