Per il Papa, Corína Machado è meglio di Maduro
A sorpresa, Leone XIV riceve in udienza la premio Nobel per la pace. Il Pontefice non condanna né Trump né la cattura dell’erede di Hugo Chávez. La sua attenzione, e le sue parole, si concentrano solo sul “bene dell’amato popolo venezuelano” che “deve prevalere sopra ogni altra considerazione”
Roma. Lunedì mattina, il Papa ha ricevuto in udienza la premio Nobel per la pace María Corina Machado. Un appuntamento avvenuto a sorpresa che aiuta a comprendere la posizione della Santa Sede sulla crisi venezuelana. Poche ore dopo il raid trumpiano su Caracas, la grande maggioranza dei commentatori cattolici statunitensi dava per certo che il giorno dopo, domenica, Leone XIV avrebbe condannato la spedizione ordinata dalla Casa Bianca. Settori della Chiesa ultraprogressista, come Pax Christi International, avevano diffuso il proprio scoramento per l’arresto del presidente della “Repubblica bolivariana”, Nicolás Maduro, chiedendo di rispettare la volontà popolare. Che poi non si sa quale sia realmente, considerato che le principali agenzie indipendenti ritengono che la mole di brogli attuata dai chavisti alle ultime elezioni presidenziali sia talmente ampia da risultare difficilmente negabile. In ogni caso, il Papa non ha condannato né Trump né la cattura dell’erede di Hugo Chávez. La sua attenzione, e le sue parole, si sono concentrate solo sul “bene dell’amato popolo venezuelano” che “deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica”. Nel discorso al Corpo diplomatico di venerdì scorso, Leone ha confermato la linea di prudenza, rinnovando “l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia”. Il tutto al fine di “costruire una società fondata sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il paese da molti anni”. Dopotutto, tornando dal viaggio in Turchia e Libano, lo scorso dicembre, Prevost disse che “c’è il pericolo, la possibilità che ci sia qualche attività, qualche operazione che invada il territorio del Venezuela. Non ne so di più, credo ancora che sia meglio cercare modi per dialogare, forse esercitare pressioni, anche economiche, ma cercando un altro modo per cambiare, se è quello che decidono di fare gli Stati Uniti”. Aggiungeva però che “a livello della conferenza episcopale, insieme al nunzio, stiamo cercando dei modi per calmare la situazione, cercando soprattutto il bene del popolo, perché spesso chi soffre in queste situazioni è il popolo, non le autorità”. Insomma, se non poteva condividere la spedizione armata, sulla destituzione del presidente si può discutere.
Da tempo si guarda al Vaticano come possibile facilitatore di una mediazione tra il regime e le opposizioni, assai frastagliate. Nel 2019, mentre diversi paesi occidentali riconoscevano come legittimo presidente Juan Guaidó, Papa Francesco chiariva che per poter mediare era prima necessario che le parti in contesa riconoscessero che l’unica posta in palio doveva essere il bene supremo del popolo venezuelano. E lo chiariva in una lettera spedita a Maduro, che intanto alternava ramoscelli d’ulivo spediti a Santa Marta a minacce alle gerarchie cattoliche vaticane e venezuelane. Eppure, nonostante fossero venuti alla luce i giochi del caudillo di Caracas – che usava il Pontefice per dare fiato alla propria propaganda – conversando con i giornalisti di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù a Panama, Francesco disse: “Io, in questo momento appoggio tutto il popolo venezuelano, perché è un popolo che sta soffrendo, quelli che stanno da una parte e quelli che stanno dall’altra, perché è tutto il popolo che soffre. Se io entrassi a dire: ‘Date ascolto a questi paesi, date ascolto a questi altri che dicono questo…’, mi metterei in un ruolo che non conosco, sarebbe un’imprudenza pastorale da parte mia e farei danno”. Con Leone parrebbe esserci un passo in più: il bene del popolo può realizzarsi senza il delfino di Chávez.