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il discorso

Relativismo vade retro. Il manifesto di Leone XIV sul mondo che cambia

Matteo Matzuzzi

La crisi del multilateralismo e la lotta all’antisemitismo, l’Onu pervaso da “ideologie politiche”. Il linguaggio “orwelliano” in occidente e la violenza jihadista. Il discorso del Papa ai diplomatici: ce n’est qu’un début

Il lunghissimo discorso di ieri mattina pronunciato davanti al Corpo diplomatico è il più importante da quando Robert Francis Prevost è stato eletto Papa. E’ un manifesto che spiega la sua visione sulle cose di questo mondo, sui dolori e i patimenti che affliggono l’umanità. C’è poca retorica e in più d’una circostanza la tradizionale prudenza vaticana cede il passo a parole che difficilmente in altri tempi – anche recenti – si sarebbero sentite dalla voce del Pontefice, soprattutto in un contesto globale come quello di oggi. Un esempio su tutti: ha parlato di jihad: “Desidero rivolgere un pensiero particolare alle numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico”. Nota non marginale: nonostante le dotte analisi degli esperti, parlando di Sahel e Nigeria, Leone dice che le “motivazioni religiose” c’entrano eccome.

 

 

Ha parlato della “debolezza del multilateralismo”, dicendo che “è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, che proibiva ai paesi di usare la forza per violare i confini altrui” e a tal proposito, “non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale”. A tal proposito, ricorda “il carico di sofferenze inflitte alla popolazione civile ucraina e dinanzi a tale drammatica situazione, la Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate-il-fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace”. 

 

 

E l’Onu? “Si rendono necessari sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del Dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli”. Il Papa, come da tradizione, passa in rassegna le crisi che affliggono il mondo, a cominciare dal conflitto israelo-palestinese. Primo: “Garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature nella propria terra, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano”. Secondo: “La soluzione a due stati permane la prospettiva istituzionale che viene incontro alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli”. Terzo: “Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra”. Sul Venezuela, Prevost si mostra sottile ma chiaro: “Rispettare la volontà del popolo venezuelano” e “impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia”. Obiettivo: “Costruire una società fondata sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il paese da molti anni”.

 

 

Ma ha parlato anche d’altro (il testo integrale è pubblicato nelle pagine interne di questo giornale), soffermandosi sul “paradosso dell’indebolimento della parola” che è “sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia – ha sottolineato il Papa – a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano. Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza”. E nel marasma “rischia di essere compressa la libertà religiosa, che – come ricordava Benedetto XVI – è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona”. Il Pontefice ha fornito le statistiche: “I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64 per cento della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto”. “Non si può tralasciare – ha aggiunto – che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso. Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un ‘privilegio’ o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale”. Una persecuzione che “si sta diffondendo anche in paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia”. Leone qui ha fatto eco a Francesco, che ogni anno al Corpo diplomatico e in tante altre circostanze si scagliava nel generale disinteresse intellettuale e mediatico contro le “colonizzazioni ideologiche”, caposaldo della “persecuzione in guanti bianchi” divenuta un classico nella predicazione bergogliana.

 

 

In ogni caso, “nel chiedere il pieno rispetto della libertà religiosa e di culto per i cristiani, la Santa Sede lo domanda anche per tutte le altre comunità religiose. In occasione del 60esimo anniversario della promulgazione della Dichiarazione Nostra aetate, uno dei frutti del Concilio ecumenico Vaticano II conclusosi l’8 dicembre 1965, ho avuto modo di ribadire il rigetto categorico di ogni forma di antisemitismo, che purtroppo continua a seminare odio e morte, e l’importanza di coltivare il dialogo ebraico-cristiano, approfondendo le comuni radici bibliche”. Scontata la chiusura netta all’aborto. Parlando di famiglia, il Papa ha detto che “si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto ‘diritto all’aborto sicuro’ e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie”. No anche alla surrogata che, “trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a ‘prodotto’, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia”. Sì alle cure palliative per contrastare i sempre più numerosi casi di fragilità, “anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia”. Tutto il discorso, alla fine, si può sintetizzare con la chiosa scelta dallo stesso Leone: “Le considerazioni che ho presentato inducono a pensare che nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio cortocircuito dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.