le parole del papa
Leone fa il prudente anche sul Venezuela
Prudenti sono anche i vescovi del Venezuela, che si sono limitati a due brevi comunicati che ricalcano le parole del Pontefice. La situazione è ancora confusa: troppo presto per esporsi in maniera definitiva
Deluso chi s'attendeva una condanna esplicita del blitz ordinato da Trump. Il Papa guarda al "bene del popolo" più che al destino dei tiranni
Per tutta la giornata di sabato, i commentatori cattolici americani tenevano una sorta di conto alla rovescia verso l’appuntamento dell’Angelus domenicale delle 12. Sarebbe stato quello il momento, assicuravano, in cui il Papa avrebbe parlato e condannato il raid ordinato da Trump su Caracas e l’arresto di Nicolás Maduro. Ad Angelus recitato e concluso, le interpretazioni su quanto detto da Leone XIV divergevano: alla stregua di aruspici pagani, una parte degli osservatori diceva che sì, effettivamente il Pontefice ha condannato l’attacco perché ha chiesto di rispettare “lo stato di diritto inscritto nella Costituzione”. Un’altra parte, invece, sottolineava che il succo del discorso papale era che a contare è solo il bene del popolo venezuelano. Prevost, ancora una volta, ha assunto una posizione di estremo equilibrio, nonostante anche nella sua curia – che poi è quella ereditata – non siano in pochi a dubitare circa l’efficacia della spedizione trumpiana. E’ verosimile ritenere che se alla finestra fosse apparso Francesco i toni sarebbero stati ben altri, e non certo teneri verso colui che volendo muri “non può dirsi cristiano”. Ma Leone non è Francesco: lo stile è quello che si era già visto nei mesi scorsi rispetto alla guerra nella Striscia di Gaza. Criticassimo per i presunti silenzi e per un’azione che qualcuno definiva poco incisiva – anche se dopo l’attacco al complesso parrocchiale della Sacra famiglia il Papa non ebbe remore nello smentire pubblicamente la ricostruzione dell’Idf –, il paragone con il predecessore risultava facile, scontato e banale. Quel che si sa di certo è che Leone XIV non può aver apprezzato il blitz armato, men che meno dopo che il presidente americano ha spostato l’obiettivo sulla Groenlandia. Lo disse lui stesso, parlando in aereo mentre tornava dal Libano, un mese fa: “C’è il pericolo, la possibilità che ci sia qualche attività, qualche operazione che invada il territorio del Venezuela. Non ne so di più, credo ancora che sia meglio cercare modi per dialogare, forse esercitare pressioni, anche economiche, ma cercando un altro modo per cambiare, se è quello che decidono di fare gli Stati Uniti”. Ma la risposta conteneva anche un altro elemento, ripreso all’Angelus di domenica: “A livello della conferenza episcopale, insieme al nunzio, stiamo cercando dei modi per calmare la situazione, cercando soprattutto il bene del popolo, perché spesso chi soffre in queste situazioni è il popolo, non le autorità”. Pueblo primero: non il destino del tiranno.
In Vaticano c’è chi di Venezuela ne sa: il sostituto della Segreteria di stato è il venezuelano Edgar Peña Parra e il cardinale Parolin è stato nunzio a Caracas fino a quando Papa Francesco decise di richiamarlo a Roma. Lo scorso ottobre, celebrando una messa di ringraziamento per i primi due santi venezuelani canonizzati da Leone XIV, il segretario di stato – sempre con la dovuta prudenza – parlò della vocazione alla pace del Venezuela, possibile “se la costruirai sui fondamenti della giustizia, della verità, della libertà e dell’amore, rispettando i diritti umani, creando spazi di incontro e di convivenza democratica, dando priorità a ciò che unisce e non a ciò che divide, cercando i mezzi e le opportunità per trovare soluzioni comuni ai grandi problemi che ti riguardano, ponendo il bene comune come obiettivo di ogni attività pubblica”.
Non proprio un endorsement all’agenda di governo del successore di Hugo Chávez. In due diversi brevi comunicati diffusi dopo l’intervento di Washington, la Conferenza episcopale venezuelana ha chiesto “a Dio di concedere a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza. Siamo solidali con coloro che sono rimasti feriti e con i familiari di quanti sono deceduti. Perseveriamo nella preghiera per l’unità del nostro popolo”. Il tutto finalizzato a “vivere più intensamente la speranza e la preghiera fervente per la pace nei nostri cuori e nella società, respingendo ogni tipo di violenza. Che le nostre mani si aprano all’incontro e all’aiuto reciproco, e che le decisioni che verranno prese siano sempre orientate al benessere del nostro popolo”. Si cerca di capire quale sarà l’evoluzione sul terreno prima di esprimersi in modo perentorio, in un senso o nell’altro. Da anni i rapporti con il governo di Caracas sono complicati e solo pochi mesi fa la polizia aveva privato del passaporto il cardinale Porras, arcivescovo emerito di Caracas perché reo di “fare propaganda contro il governo”.