Google creative commons
L'intervento
È necessario andare oltre la banalizzazione della parola “pace”
Se può esistere in terra così come in cielo, essa è dono di Dio agli uomini. Non si può autocostruirla: la si può solo accogliere, e a sua volta donare dopo averla ricevuta
La derisione di coloro la cui opinione o attività si contrappone al pensiero e alle azioni che si vuole imporre come corrette e incontestabili è una forma subdola, obliqua di displacement di chi non la pensa come altri vorrebbero. Per certo, è un tipo di “violenza culturale” (non solo verbale: spesso la mimica facciale del disgusto, gli sguardi che invitano allo sconcerto o i gesti d’insofferenza feriscono più delle parole). Tentativo di emarginazione, esclusione dai maître à penser. Testi letterari, filosofici e religiosi la documentano sin dall’antica Grecia e dal medio oriente, Bibbia inclusa. Il vertice teologico-cristiano è la derisione di Gesù durante il processo e la sua condanna a morte, raffigurata nella celeberrima tavola del Cimabue, esposta al Louvre. Si smarcò da essa Disma, il ladro della croce accanto a quella Cristo: solo un delinquente fisicamente violento seppe prendere le distanze da una violenza culturale. E si guadagnò il paradiso.
Anche la pace, la non-violenza, subisce la violenza della derisione. La guerra è vincibile solo con la guerra. La pace non è uno strumento per sconfiggere la guerra, ma l’esito di essa quando prevale la forza delle armi o del compromesso, della diplomazia. La guerra fra uomini e popoli è inevitabile, perché è umana. Chi non si consegna (o rassegna) a questa narrazione è un illuso risibile. L’antropologia bellica del filosofo Gianluca Sadun Bordoni, data alle stampe quest’anno per i tipi del Mulino (Guerra e natura umana. Le radici del disordine mondiale), ci dice che la pace è una finzione della cultura e la guerra un fatto della natura dell’uomo. La pace è solo la fragile tregua tra una guerra e l’altra, un sogno che svanisce al risveglio della coscienza dell’uomo, che si (ri)scopre violento, invidioso, competitivo, aggressivo. Gli sforzi per darsi una pace giusta e durevole sono come il travaglio del parto di un neonato già morto.
Ma se la pace non è umana, di che natura è? Se si è disposti ad ammettere la categoria suprema della ragione, quella della possibilità che il Mistero di cui tutti e tutto è tessuto si possa svelare e ci venga incontro per spezzare il limite umano di cui siamo prigionieri, allora resta una sola ipotesi ragionevole. La pace è divina. Se può esistere in terra così come in cielo, essa è dono di Dio agli uomini, come hanno annunciato gli angeli la notte di Betlemme, quando Dio si è fatto carne. Non si può autocostruire: la pace la si può solo accogliere, e a sua volta donare dopo averla ricevuta.
La fede è la risposta della nostra libertà all’avvenimento disarmato del Natale e a quell’annuncio di pace. Lo si può dire e scrivere pubblicamente, all’inizio di un nuovo anno di guerra in tante parti del mondo? “Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici”, ha recentemente affermato Leone XIV. Un rischio, questo, che la Chiesa ha più volte corso nei suoi duemila anni di storia, e al quale è ancora disposta per un bene più grande dell’immagine che il pensiero dominante le cuce addosso.
le parole di Leone XIV