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La Chiesa americana si divide pure nel nome di Charlie Kirk

Da una parte chi parla di martirio, dall'altra chi ricorda le parole dell'attivista assassinato contro il Papa (vecchio e nuovo). Una polarizzazione che aumenta anziché ridursi

Matteo Matzuzzi

Il vescovo più famoso d’America, mons. Robert Barron, ha definito Kirk “apostolo del discorso civile”, sottolineando che la sua morte “ha scosso le fondamenta” della vita civile americana perché colpisce il cuore stesso del dialogo pubblico. I pastori delle Chiese nere d'America: ricordatevi cosa diceva sulle minoranze... altro che cristianesimo

Roma. La Chiesa cattolica americana divisa nel nome di Charlie Kirk, che cattolico neanche lo era anche se qualcuno – senza prove davvero tangibili – ha detto che aveva iniziato un percorso per diventarlo. Mentre il Papa americano spiega che l’obiettivo del suo pontificato è chiudere l’èra della polarizzazione – intra ed extra – negli Stati Uniti ci s’accapiglia sugli omaggi da tributare al fondatore di Turning Point Usa. Il tutto rilanciato da social e podcast, editoriali e commenti più o meno informati che separano i vescovi buoni da quelli cattivi: da una parte chi esalta Kirk e la sua eredità, dall’altra quelli che non hanno speso neppure mezza parola su quanto accaduto alla Utah Valley University lo scorso 10 settembre. Categorie, quelle di buoni e cattivi, che si rovesciano se si guarda la faccenda dalla prospettiva opposta, quella dei liberal: in questo caso, i fanatici sono i vescovi che hanno paragonato l’attivista evangelico a un moderno san Paolo (vedasi le dichiarazioni del cardinale arcivescovo di New York, Timothy Dolan, che pure ha ammesso di aver poco sentito parlare di Kirk prima dell’assassinio) e a chi – non solo il segretario alla Sanità, Robert Kennedy junior – ha notato analogie con la vicenda umana di Gesù Cristo. Martire della libertà e della verità, martire perfino della fede, anche se qui il punto è delicato e il consenso tra le file dell’episcopato conservatore è meno marcato. Parole che vanno nella direzione contraria da quella auspicata da Leone XIV, votata cioè a evitare “la retorica” e le “strumentalizzazioni”. Anche perché – e forse l’agostiniano di Chicago Bob Prevost l’aveva facilmente intuito – lo show funebre che si è svolto in Arizona ha visto mescolarsi richiami a Dio e alla Patria, in un’esaltazione della mitica frontiera da preservare con orgoglio e da difendere da ogni nemico che si paventi ai suoi confini, certi che la Provvidenza è lì a brandire il vessillo americano. Il tutto fra paragoni biblici cari alla retorica evangelica, croci d’ogni misura esibite su spalti e palco, rosari branditi anche da chi cattolico non è e vede nella coroncina un simbolo identitario e nulla più.

 

Il vescovo più famoso d’America, mons. Robert Barron, che conosceva Kirk da tempo, l’ha definito “apostolo del discorso civile”, sottolineando che la sua morte “ha scosso le fondamenta” della vita civile americana perché colpisce il cuore stesso del dialogo pubblico. In un articolo su First Things, mons. Barron ha scritto che “Charlie si è impegnato in una pratica che risale a Socrate e che caratterizza il meglio dell’occidente. Ed è proprio per questo che siamo così colpiti dalla sua morte. Sentiamo che qualcosa di fondamentale per la nostra civiltà, qualcosa di assiomatico e fondamentale, sta vacillando, e che influenze culturali veramente fetide si sono insinuate nelle nostre istituzioni e nelle menti dei nostri figli. La mia sincera speranza e preghiera è che possiamo trarre nuova ispirazione da un uomo coraggioso e religioso che è morto, non con una pistola in mano, ma piuttosto con uno strumento di comunicazione”.  Il cardinale Timothy Dolan, oltre all’attribuzione di moderno san Paolo, ha detto in tv che Kirk “era un missionario, un evangelizzatore, un eroe. E’ quello che io penso intendesse Gesù quando disse ‘la verità vi renderà liberi’”.

 

Nei giorni successivi all’omicidio, la galassia conservatrice si domandava perché i vertici della Conferenza episcopale non si esprimessero al riguardo e poco valeva il fatto che non essendo Charlie Kirk cattolico avesse poco senso un immediato e articolato commento della Presidenza dei vescovi. Fonti stesse degli uffici della Conferenza episcopale hanno rivelato che nelle ore successive alla morte dell’attivista le caselle email sono state inondate da richieste di una parola, una frase di condanna o di esaltazione della vittima. E questo mentre sacerdoti, in tv o sul web, parlavano di morte “in odium fidei”. Venivano messe in risalto le differenze rispetto a un altro caso che sconvolse l’America, la morte di George Floyd. Lì, si notava, i vescovi – in modo particolare quelli liberal – parlarono subito con tanto di comunicati. E pure dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021: non è che, sotto sotto – questo è il sospetto delle claque social – si vuole prendere le distanze dal mondo Maga e, più in generale, dal trumpismo? Fra i vescovi liberal molti hanno parlato, ma con una differenza sostanziale: niente riferimenti al martirio, alla libertà d’espressione o alla verità, ma la sottolineatura che trattavasi di fatto violento. E la violenza, dicevano, non va mai bene soprattutto in un paese dove chiunque può tenere in casa un’arma da fuoco. Prospettive, insomma, assai divergenti, dove la fede si mescola inevitabilmente alle mere questioni politiche, di dibattito interno. “Chi fa di Charlie Kirk un santo sta servendo Dio o Cesare?”, s’è chiesto su America Magazine il gesuita Sam Sawyer. Dopo aver reso omaggio al giovane attivista ucciso per i suoi riferimenti continui a Gesù, Sawyer scrive che l’approccio di Kirk e dei suoi seguaci “tende a trattare il Vangelo più come mezzo che come fine. Ma – è l’inciso che spiega la frattura insanabile – temo che riuscirò a convincere solo chi già non condivide la politica di Kirk e considera inaccettabile il suo appoggio ardente al presidente Donald Trump”.  Il gesuita parte dalle frasi del cardinale Dolan, cui era piaciuto il fatto che “Kirk non avesse paura di nominare Gesù e che fosse incoraggiante la rinascita che vedeva tra i giovani ispirati dalle sue azioni, quasi come una riedizione del ruolo della fede nella sfera pubblica, alla stregua di come la intendevano i Padri fondatori”. Però, nota ancora Sawyer, “quello che è seguito all’assassinio assomiglia alla costruzione di un culto della santità, anche se, in quanto protestante evangelico, Kirk potrebbe non aver gradito chi lo definisce così”. Il suo zelo chiaramente riconoscibile è stato messo “al servizio della politica, gestendo una sofisticata operazione che ha garantito l’elezione di Trump nel 2024. E’ quindi legittimo chiedersi quale obiettivo – politico o evangelico – sia stato servito e quale modello di discepolato rappresenti Kirk”. Anche perché, scrive sempre America Magazine, “la speranza di Kirk di avvicinare le persone a Gesù tramite la politica viene usata da molti per lacerare anziché unire”. 

 

E lacerato – ma non è una novità di oggi – è appunto lo spettro episcopale americano. I progressisti del National Catholic Reporter si chiedono come possano vescovi e cardinali struggersi e definire “martire della libertà” uno che solo nove mesi fa negava l’autorità papale – “è l’ostacolo più grande per avvicinarsi al cattolicesimo” –, definiva il Pontefice un marxista ed eretico che non poteva “rappresentare Cristo nostro Signore” e – non più tardi di quattro mesi fa – si mostrava perplesso per l’elezione “del signor Prevost che ritwittava la propaganda di George Floyd”. E’ vero però che mostrava rispetto per i “cattolici devoti” – come sottolineato a più riprese, ad esempio, da mons. Barron – anche se il rispetto era pressoché limitato alla “fedeltà mostrata su temi come la vita e il matrimonio”. Già sulla figura di Maria e il suo “uso” come modello alternativo alla donna woke, i distinguo erano parecchi. E mentre diversi vescovi cattolici parlano di martirio, a rifiutare ciò sono soprattutto i pastori delle chiese evangeliche nere: “Il modo in cui muori non riscatta il modo in cui hai vissuto”, ha detto ad esempio il reverendo Howard-John Wesley, di Alexandria, Virginia, in un sermone all’indomani dell’omicidio di Kirk che ha accumulato decine di migliaia di visualizzazioni online. Si ricordavano le parole dell’attivista contro le minoranze – neri, omosessuali, musulmani – per concludere che “tutto questo è nazionalismo bianco ma non cristianesimo”. 

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.