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Crisi della religione e crisi della ragione

Stiamo sacralizzando tutto ciò che non ha niente a che fare con la fede

Sergio Belardinelli

Alla crisi del cattolicesimo corrisponde la vitalità di forme religiose selettive, fai da te: un Dio che è sempre più “personale” e personalizzato. Stiamo trasferendo certe istanze ad altri sistemi sociali, come la politica o la scienza

Sabato 28 gennaio, l’autore parteciperà al Festival della cultura e della libertà di Piacenza in una tavola rotonda sul tema “In che cosa crede il nostro tempo. Le radici religiose della crisi”.


 

In che cosa crede il nostro tempo? Quali sono i nostri valori? A queste domande cercano di rispondere molte ricerche che da molti anni vengono condotte in Italia, in Europa, negli Stati Uniti e un po’ in tutto il mondo. I valori religiosi, quelli civili, la famiglia, i valori del mercato e dell’impresa: tutto viene indagato nel tentativo di documentare i mutamenti valoriali che si registrano nel tempo. Considerato, però, che la nostra tavola rotonda vorrebbe indagare “Le radici religiose della crisi”, mi concentrerò in particolare sulla Chiesa e sullo stato di salute della fede in Dio.

 

A tal proposito, per quanto riguarda l’Italia e l’Europa, le ricerche di questi ultimi anni ci raccontano soprattutto della crisi della religione di chiesa di matrice cattolica e dei suoi dogmi tradizionali, ma anche della vitalità di forme religiose sempre più personali, selettive, fai da te, e di come altre fedi (vedi l’islam o il cristianesimo ortodosso) si stanno diffondendo nel panorama religioso del nostro paese. Esse ci raccontano altresì del calo progressivo dei fedeli praticanti, ma anche del grande valore sociale che viene riconosciuto alla fede religiosa, specialmente riguardo a ciò che essa produce in termini di servizio ai poveri e agli emarginati. Una sostanziale ambivalenza, dunque, sulla quale gli studiosi hanno richiamato più volte l’attenzione. 

 

La nostra fede è sempre più debole, selettiva e sincretistica; crediamo in un Dio che è sempre più “personale” e personalizzato. Ma nel contempo, specialmente tra le giovani generazioni, assistiamo al diffondersi della miscredenza e dell’aperta ostilità nei confronti della religione in quanto tale. Detto in altre parole, in questi ultimi decenni il mondo ha cambiato radicalmente i suoi connotati, rendendo la fede in Dio sempre più difficile. La marginalizzazione della sfera religiosa rispetto ad altri ambiti della vita sociale e politica, la crescente pluralizzazione degli stili di vita, la concorrenza che sembra essersi istituita tra scienza e fede nell’interpretazione delle questioni ultime, una marcata tendenza a relegare la religione nell’ambito delle superstizioni rispetto a una ragione che ormai si ritiene essere soltanto quella della scienza sono tanti elementi che in qualche modo hanno contribuito ad erodere i presupposti di plausibilità della fede religiosa.

 

Per quanto riguarda la Chiesa cattolica in particolare, potremmo aggiungere il discredito che l’ha colpita a seguito dei noti scandali di questi anni. Ma mi verrebbe da dire che non è questo il punto. Ciò che secondo me è rilevante sottolineare è piuttosto un certo sbandamento della Chiesa cattolica in ordine ai modi in cui essa cerca di riguadagnare terreno in un mondo secolarizzato. Anziché riprendere vigorosamente in mano la questione di Dio e della fede, ho l’impressione che la Chiesa cattolica si concentri su argomenti che definirei troppo mondani: la solidarietà sociale, le disuguaglianze, l’ecologia, l’avversione al mercato capitalistico. La fede viene come lasciata sullo sfondo. Nessuno che osi riproporre certi temi come il rapporto tra la fede e la ragione, tra il Dio di Gesù Cristo e quello di altre fedi, tra la chiesa cattolica e l’Europa. Per la Chiesa tutti questi temi, assai cari, poniamo, a san Giovanni Paolo II o a Benedetto XVI, sembrano essere diventati cause perse. Meglio ripiegare su temi più “secolari”, quali le disuguaglianze, l’ecologia o l’avversione al mercato, senza rendersi conto che forse proprio su questi temi si misura ormai anche la crisi del pensiero secolare stesso. 

 

Ciò che soprattutto sorprende è che l’esserci liberati di Dio e della fede cattolica non ci rende per questo più razionali e consapevoli. Dobbiamo piuttosto constatare che crisi della religione e crisi della ragione vanno ormai di pari passo. Se insomma Gerusalemme (la città della fede) piange, Atene (la città della ragione) di certo non ride. Le due città sembrano essere diventate indifferenti l’una all’altra. Ma da quando hanno smesso di confliggere stanno sprofondando entrambe in una crisi mai vista in precedenza. Con l’aggravante – ecco un punto decisivo per chiarire il senso in cui si configurano “le radici religiose della crisi” – che, magari senza che ce ne rendiamo conto, le istanze dogmatiche e sacrali della religione vengono ormai trasferite surrettiziamente in altri sistemi sociali che religiosi non sono e che di religioso non dovrebbero aver nulla. Mi spiego.

 

Se ci guardiamo attentamente intorno dobbiamo riconoscere che sta succedendo qualcosa di assai preoccupante per tutti: la fede in Dio vacilla, la religione è sempre più spinta in un angolo, ma è come se stessimo trasferendo certe sue istanze sacralizzanti agli altri sistemi sociali. Il che significa che stiamo trasformando in religione la politica, la scienza o, peggio ancora, le nostre emozioni e i nostri desideri individuali. Si pensi, da un lato, a quanto è avvenuto con il Covid-19 e sta avvenendo con i cambiamenti climatici, e, dall’altro, al furore della cosiddetta cancel culture o al gioco di bolle comunicative generato dai social. Tanti esempi che, sacralizzando certi ambiti che religiosi non sono, stanno come trasformando la secolarizzazione in una sorta di continuazione della religione con altri mezzi. Se ci pensiamo bene, davvero il colmo. 
 

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