La croce è solo un simbolo religioso o anche culturale?

Matteo Matzuzzi

Sarà la Corte Suprema a risolvere la controversia che si è aperta su un monumento in Maryland 

Roma. Una croce in cemento e marmo alta quaranta metri è un esplicito richiamo a una determinata religione o può anche più semplicemente essere un memoriale che di religioso ha ben poco? La questione non è poi così banale se entro l’anno sarà affrontata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. La croce in questione è quella che si trova in Maryland, a Bladensburg, in mezzo a un incrocio stradale (il Washington Post ha subito ricordato che il monumento è pericoloso per i motociclisti nello sventurato caso in cui andassero a sbattergli contro). Monumento eretto novantatré anni fa per ricordare i quarantanove caduti della contea di Prince George nella Prima guerra mondiale, tant’è che da allora la croce in questione è conosciuta come “la croce della pace”. A pagarla furono gli abitanti del luogo, compresi i parenti dei ragazzi morti in Europa combattendo contro gli Imperi centrali. L’Associazione umanista americana ha però fatto di quel monumento un nemico contro cui scagliarsi, tirando in ballo il Primo emendamento costituzionale che vieta di riconoscere ufficialmente una religione.

   

Nel dettaglio, i quaranta metri di cemento e di marmo a Bladensburg “discriminano i soldati patriottici non cristiani, trasmettendo ai non cristiani il messaggio poco sensibile secondo il quale i cristiani sono degni di venerazione mentre gli altri possono essere dimenticati”. Una motivazione che pare forzata – per usare un eufemismo – ma che invece ha convinto l’anno scorso una Corte d’appello federale con base in Virginia a stabilire che il monumento è incostituzionale e che pertanto deve essere “rimosso o distrutto”. Un verdetto non unanime, ma la sostanza non cambia. La motivazione sposa in toto le osservazioni dell’Associazione umanista: “La croce ha l’effetto primario di supportare una religione e coinvolge in modo eccessivo il governo nel campo della religione”. I difensori del monumento avevano ribattuto che il significato della croce è diverso e consiste esclusivamente nel voler commemorare le vittime di guerra. Nessuna valenza puramente religiosa, dunque: è come un segno apposto per riconoscere le tombe dei soldati americani caduti in Europa o Africa.  Un simbolo di umana pietà per chi dal conflitto non è più tornato. Osservazione rispedita al mittente, non solo dai giudici d’appello, ma anche dai ricorrenti, i quali hanno ben compreso che la questione sarebbe finita a Washington e per questo si sono affrettati a dire che loro ce l’avevano solo con la croce del Maryland, non con le altre croci piantate qua e là tra i deserti del Nevada, le praterie del midwest e le foreste del Montana. Ma ormai la strada era segnata.

  

Non è la prima volta che la Corte Suprema è chiamata a stabilire se nel caso della croce – o di altri simboli riconducibili alla religione cristiana –  sia prevalente l’elemento di identificazione con tale fede oppure quello culturale. La questione centrale è infatti questa: definire per quanto possibile il raggio d’azione del Primo emendamento costituzionale. Nel 2005 i nove giudici supremi stabilirono che il monumento ai Dieci comandamenti eretto sulla proprietà del Campidoglio texano rimandava sì alla religione, ma che il messaggio religioso faceva parte di un più ampio contesto secolare. Quattro anni più tardi, sempre la Corte Suprema decise che il governo federale aveva la facoltà di consentire che una grande croce rimanesse sul territorio di una riserva nazionale nel deserto californiano, ma essendo in gioco il trasferimento della proprietà del terreno, rimandò al tribunale di grado inferiore il riesame del caso. Nel 2012, un giudice federale ordinò che nessuno toccasse la croce.

   

Dati i precedenti e l’attuale composizione della corte – soprattutto dopo l’arrivo del conservatore cattolico Brett Kavanaugh, ma l’orientamento dei suoi colleghi, almeno nella maggioranza di essi non pare essere troppo dissimile –  è probabile (per non dire quasi certo) che l’ordine di demolizione della croce della pace del Maryland sia annullato. Da questa sentenza dipenderà, in futuro, anche il destino di tutti gli altri monumenti che mostrano – o anche solo ricordano – il simbolo cristiano. E c’è già chi è pronto a ingaggiare una battaglia sulla croce di marmo e cemento di Bladensburg. Il Catholic Herald, non a caso, ricorda che anche al cimitero nazionale di Arlington, enorme sacrario della patria americana dove sono sepolti i veterani di tutte le guerre che hanno visto gli Stati Uniti impegnati (più o meno quattrocentomila sono le tombe che costeggiano i tranquilli vialetti), di croci se ne vedono parecchie. Bisogna dunque rimuoverle anche da lì? Ai nove giudici supremi l’ultima parola.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.