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Conventi chiusi

Pubblicato in Vaticano uno studio sul crollo delle vocazioni. La causa? “Una cattiva recezione del Concilio Vaticano II: c’è stata la “mancanza di una chiara identità positiva” ed è necessario ora operare per una “migliore pastorale vocazionale e una più efficace medicina preventiva contro gli abbandoni”.

29 Settembre 2016 alle 06:18

Conventi chiusi

(foto LaPresse)

Roma. Incontrando, lo scorso inverno, i partecipanti al Giubileo della vita consacrata, il Papa si era detto disperato per il calo delle vocazioni. “Vi confesso che a me costa tanto quando voi nelle vostre comunità religiose avete un novizio, una novizia, due e la comunità invecchia, invecchia” tanto da “farmi venire una tentazione che va contro la speranza”, aveva detto Francesco. Oggi, a leggere il voluminoso studio di 700 pagine pubblicato dal claretiano padre Angel Pardilla (“La realtà della vita religiosa”, Libreria editrice vaticana), si comprende il senso dell’angoscia papale. I numeri sono chiari, le tendenze evidenti e difficilmente invertibili, confermate anche dalla chiusura, avvenuta qualche giorno fa, dello storico convento agostiniano di Gela, aperto 577 anni fa e trasformato in dormitorio per i poveri visto che anche gli ultimi due frati che l’abitavano sono stati trasferiti e di nuovi ingressi non ve ne sono.

 

Dal 1965 a oggi, il calo dei membri negli Istituti maschili ammonta a 130.545 membri, pari al 39,58 per cento rispetto a cinquant’anni fa. Negli istituti femminili, mezzo milione di religiose in meno sullo stesso arco temporale (calo netto del 44,61 per cento). I gesuiti – che restano l’istituto più numeroso e che la prossima settimana inizieranno le votazioni per eleggere il nuovo Superiore generale dopo le dimissioni dell’ottantenne Adolfo Nicolás – hanno perso il 53,54 per cento dei membri (la grande emorragia è coincisa con il generalato di Pedro Arrupe), i salesiani il 30,72. I frati minori il 49,5 per cento, i benedettini (ridotti a meno di settemila) il 42,2. In controtendenza ci sono i verbiti (sono 6.032, in crescita del 4 per cento) e i carmelitani della Beata Vergine Maria Immacolata (2.544). Sul versante femminile, gli istituti con più di mille religiose ammontavano a 240 nel 1965, oggi sono 98. Perdono il 64 per cento dei membri le Figlie della carità di san Vincenzo de’ Paoli e il 30 le Figlie di Maria Ausiliatrice. A crescere, in controtendenza, le Missionarie della carità di santa Teresa di Calcutta. Il calo aveva assunto dimensioni più contenute a cavallo degli anni Duemila, salvo aggravarsi ulteriormente nell’ultimo decennio.

 

La secolarizzazione non c’entra

 

L’aspetto più rilevante dello studio – e nuovo, quantomeno a un livello analitico –  è la motivazione che viene messa alla base del crollo. Tutto quel che s’è detto e scritto negli ultimi cinque decenni, dal calo delle nascite al cambiamento delle condizioni sociali dell’umanità, dalla secolarizzazione al materialismo, è solo una parte del problema e non il principale: la radice del fenomeno – osserva padre Pardilla, che alla condizione del clero ha dedicato vari studi – è nella recezione (mancata o superficiale) del Concilio Vaticano II: c’è stata la “mancanza di una chiara identità positiva” ed è necessario ora operare per una “migliore pastorale vocazionale e una più efficace medicina preventiva contro gli abbandoni”. Il Papa, però, aveva posto dei paletti al contrasto degli abbandoni.

 

Se la domanda è rivolta prioritariamente al Cielo – “Ma Signore, cosa succede?” – le risposte non possono essere troppo artificiose: “Alcune congregazioni fanno l’esperimento della ‘inseminazione artificiale’, accolgono, ‘ma sì, vieni vieni’ e poi i problemi che ci sono lì dentro… no. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere”. E questo anche per evitare il proliferare della cosiddetta “tratta delle novizie” dai paesi poveri a quelli occidentali, prassi denunciata da Francesco pochi mesi dopo l’elezione: “Bisogna tenere gli occhi aperti su queste situazioni”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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