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Come bersi i cappuccini con lo zucchero della misericordia gesuita

Impressioni dall’omelia papale per Padre Pio e padre Mandic. Mercoledì Francesco conferirà il mandato ai "missionari della misericordia".

9 Febbraio 2016 alle 19:58

Come bersi i cappuccini con lo zucchero della misericordia gesuita

Martedì mattina il Papa ha celebrato la messa in San Pietro con i cappuccini giunti a Roma da tutto il mondo (LaPresse)

Roma. All’uscita dalla basilica vaticana, di primo mattino, qualche giovane con saio addosso e iPhone 6 plus in mano commentava sorridendo l’omelia pronunciata dal Papa poco prima a braccio dinanzi alle teche con le spoglie di san Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandic: “E’ la vendetta dei gesuiti sui cappuccini” dopo secoli di dispute teologiche e terrene tra l’ordine dei frati minori e la Compagnia di Gesù. In effetti, nella sua predica centrata sul ruolo del confessore – in cui ha sottolineato come certi peccati possano anche non essere assolti – Francesco non aveva lesinato critiche a quanti, “come questi dottori della legge” si “sentono i puri, i maestri” e sanno “soltanto condannare”. Riprendendo un tema classico del suo pontificato, Bergoglio ha ricordato che “il confessionale è per perdonare. E se tu non puoi dare l’assoluzione, per favore, non bastonare. La persona che viene, viene a cercare conforto, perdono, pace nella sua anima”. Si faccia allora in modo “che trovi un padre che lo abbracci e gli dica ‘Dio ti vuole bene’. E mi spiace dirlo – ha proseguito il Papa – ma quanta gente dice ‘Io non vado mai a confessarmi, perché una volta mi hanno fatto queste domande, mi hanno fatto questo’. Per favore”. Quel che serve, ha aggiunto, “è un cuore largo. Il perdono. Non cadere nel pelagianesimo!”, e cioè nel dire “Tu devi fare questo, questo, questo, questo”. E’ necessario “riprendere e rinnovare sempre questo carisma dei confessori”; carisma che si traduce inevitabilmente nel dimostrarsi “grandi perdonatori, perché chi non sa perdonare finisce come questi dottori del Vangelo: è un grande condannatore, sempre ad accusare. E chi è il grande accusatore, nella Bibbia? Il diavolo! O fai l’ufficio di Gesù, che perdona dando la vita, la preghiera, tante ore lì, seduto, come quei due (san Leopoldo e san Pio) o fai l’ufficio del diavolo che condanna, accusa”.

 

A qualcuno dei presenti, fissando la maschera di silicone che da qualche anno riveste il volto del santo di Pietrelcina, sono tornate in mente le celebri confessioni da lui tenute a San Giovanni Rotondo, quando cacciava urlando i falsi penitenti che andavano lì o per conoscere il famoso cappuccino con le stimmate o perché non raccontavano proprio tutto, facendo inviperire padre Pio. Insomma, “se non bastonava, è vero che neanche dava dolci buffetti a chi gli si presentava davanti”, ci dice un frate anziano con barba da pope ortodosso che addenta una pizza a Trastevere. Di certo, Pio (e pure Leopoldo, del quale si parla ben poco in questi giorni, oscurato com’è dalla popolarità del frate del Gargano) sapevano confessare, e proprio per questo debbono essere da esempio. “Io lo dico a tutti i sacerdoti che vanno a confessare. E se non se la sentono, che siano umili e dicano ‘No, io celebro la messa, pulisco il pavimento, faccio tutto, ma non confessare, perché non so farlo bene’”, ha detto il Papa concludendo l’omelia.

 

[**Video_box_2**]Più tardi, incontrando nella Sala Regia i sacerdoti ai quali mercoledì sarà conferito il mandato di “missionario della misericordia” nell’ambito del Giubileo, Francesco ha ribadito il concetto: “Non possiamo correre il rischio che un penitente non percepisca la presenza materna della chiesa che lo accoglie e lo ama. Se venisse meno questa percezione, a causa della nostra rigidità, sarebbe un danno grave in primo luogo per la fede stessa, perché impedirebbe al penitente di vedersi inserito nel corpo di Cristo. Inoltre – ha aggiunto il Pontefice – limiterebbe molto il suo sentirsi parte di una comunità. Noi invece siamo chiamati a essere espressione viva della chiesa che come madre accoglie chiunque si accosta a lei”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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