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bandiera bianca
Sanremo e l'eterno ritorno dell'uguale
Il settantaseiesimo Festival ha voluto fare un punto di forza dell’andare in onda con l’imperturbabilità di chi risiede ancora nel 1990 come se fosse sempre il 1950. Una strategia che non ha ripagato
Correva l’anno 1990: il Festival di Sanremo festeggiava il quarantesimo anniversario, poco dopo la caduta del muro di Berlino, e Gabriella Carlucci (che conduceva insieme a Johnny Dorelli) ne giustificava la persistenza all’alba di un nuovo ordine mondiale domandando provocatoriamente alla platea dell’Ariston: chi di voi, a quarant’anni, si sente vecchio, superato, oramai fuori moda? Nessuno, era la sottintesa risposta, e allora sotto con le canzoni – vinsero i Pooh davanti a Toto Cutugno, ma l’immortalità arrise ad Amedeo Minghi e Mietta, du du da da da da.
Corre adesso l’anno 2026: l’ordine mondiale è del tutto impazzito o forse non c’è più, mentre Sanremo è ancora lì, immutabile, reduce da un’edizione che ha patito una certa fuga di telespettatori di fronte a cotanto eterno ritorno dell’uguale. Il settantaseiesimo Festival ha voluto fare un punto di forza dell’andare in onda con l’imperturbabilità di chi risiede ancora nel 1990 come se fosse sempre il 1950. Peccato solo che Laura Pausini (che conduceva insieme a Carlo Conti) non ne abbia giustificato la pervicacia domandando stavolta al pubblico presente in sala: “Chi di voi, a settantasei anni, non si sente vecchio, superato, oramai fuori moda? Chi di voi, giunto a quell’età, non si comporta come se niente fosse e va avanti nel modo esatto in cui è arrivato fin lì, facendo leva su abitudini consolatorie e trovando nella vecchiaia protezione da un futuro incalzante spaventoso? E allora sotto con le canzoni, du du da da da”.