bandiera bianca

L'alta velocità e l'arte perduta di stare al mondo

Antonio Gurrado

Dalle canzoncine a tutto volume alle telefonate urlate, i treni diventano un catalogo di inciviltà. Non servono vagoni per famiglie, ma per chi non distingue uno spazio condiviso dal salotto di casa

Ogni volta che prendo l’alta velocità mi domando perché sul treno non sia previsto un vagone dedicato alle famiglie con bambini, così che chi come me non ha famiglia e non ha bambini non debba essere coinvolto nei loro giochi, nelle loro canzoncine ad alto volume, nelle loro strida inconsulte. Vero è tuttavia che i bambini non hanno colpa (ce l’hanno, intendo, perché non tutti si comportano così; credo però siano sempre i genitori a farli viaggiare e a comprare loro i biglietti), ragion per cui la responsabilità ricade a quei non rari genitori incapaci di spiegare ai figli che in treno non si urla, non si ascolta musica senza cuffie, non si monopolizza l’attenzione collettiva per darsi all’attività ludica da Rogoredo a Termini. La questione diventa allora di più vasta portata e, di conseguenza, ogni volta mi domando perché sul treno non sia previsto un vagone dedicato a chi è incapace di stare in un vagone con altre persone, indipendentemente dall’età: gli adulti cioè che parlano ad alta voce, quelli che giocano a carte con vigore da bisca della mala, quelli che mangiano cibo puzzolente, quelli che passano il viaggio al telefono per vantarsi ad alta voce di avere comprato la prima classe con uno sconto conveniente, quelli che ci rendono partecipi dei loro gusti musicali, quelli che litigano, quelli che scalciano, quelli insomma che viaggiano senza saper viaggiare, senza nemmeno la scusa di avere dei bambini. Sono una schiacciante maggioranza, temo. Finisce dunque immancabilmente che, prima di giungere a destinazione, la mia domanda si dilati fino a diventare un quesito di portata universale: perché, quando prendo l’alta velocità, non è previsto un vagone solo per me? Giuro che non do fastidio a nessuno.

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