Frame del video youtube di Fundação Nacional do Índio  

Bandiera Bianca

La solitudine mancata dell'uomo della buca

Antonio Gurrado

La storia dell'indigeno più solo al mondo, ultimo superstite di una tribù amazzonica estinta, insegna che nessuno può realmente nascondersi

Buonasera, sono l’uomo più solo del mondo. O, come mi chiamavano antropologi e cronisti, l’Uomo della Buca. Vivendo selvatico nell’Amazzonia, dopo che tutta la mia tribù era stata sterminata, per ventisei anni infatti ho badato a me stesso scavando buche cosparse di paletti acuminati, dove restavano intrappolati gli animali di cui mi nutrivo. Dopo aver mangiato, toglievo i paletti e mi calavo io stesso nella buca, a riposare e a guardare il cielo nella speranza che mi guardasse solo lui. Speranza vana.

 

Sono l’uomo più solo del mondo e mi hanno trovato morto, per cause naturali, gli antropologi che hanno monitorato la mia vita per ventisei anni, analizzando ogni traccia della mia esistenza, ogni buca, ogni paletto, ogni impronta. Un giorno mi hanno visto mentre tagliavo legna da ardere e, senza che me ne accorgessi, mi hanno scattato una foto di schiena, l’esatto contrario della solitudine. Sono l’uomo più solo del mondo ma la mia vita è pubblica, la mia morte è una notizia, la mia foto campeggia in prima pagina sui giornali. E se tanto poco è bastato per me, pensate alle tracce che lasciate voi; rassegnatevi, non ci sarà mai buca in cui potrete davvero nascondervi.

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