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Cosa non funziona nel dibattito sui negozi di cannabis light

La discussione attorno alla sentenza della Cassazione si è trasformata in un contrasto fra bene e male. Per mettere tutti d’accordo, si adotti la discriminante della bellezza

3 Giugno 2019 alle 16:01

Cosa non funziona nel dibattito sui negozi di cannabis light

foto LaPresse

Meno Stato etico e più Stato estetico. Il dibattito successivo alla sentenza che dispone la chiusura dei negozi di cannabis light è tutto imperniato sul contrasto fra bene e male, con lo Stato nel ruolo del buono e i pittoreschi negozietti in quello del cattivo. In tali contrapposizioni tuttavia il fin di bene è sempre sindacabile, ragion per cui chi contesta la sentenza ha gioco facile nel ritorcerle contro lo stesso principio: per proibire sostanze potenzialmente dannose cosa facciamo, chiudiamo enoteche, tabaccai e gelaterie?

 

L’unica sostanza psicotropa di cui abuso sono i Pan di Stelle, ragion per cui la diatriba mi trova indifferente; ciò nondimeno, per mettere tutti d’accordo, propongo che venga adottata la discriminante della bellezza. Le rivendite di canapa sono spesso pacchiane e tristanzuole, quindi restino aperte solo le poche che non offendono la vista. Allo stesso modo, si può approfittarne per un repulisti di tutti i luoghi dal beneficio dubbio ma dall’indiscutibile pessimo gusto: sono in larga parte orrendi i compro oro, le slot machine, i bubble tea, i bazar di accozzaglie, gli antri per scommettitori e le fucine di schifezze alimentari. Se lo Stato vuole intervenire sulla moralità pubblica, inizi a sradicare la bruttezza e scoprirà che un’Italia bella sarà più libera e felice di un’Italia buona.

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Commenti all'articolo

  • Fabio65

    03 Giugno 2019 - 20:05

    Perché uno stato dovrebbe essere meno "etico"? Sono stato in vacanza a San Francisco. Nelle strade dove veniva distribuita la cannabis gratuitamente giravano centinaia di persone come zombie. Se il buon senso non aiuta penso che basterebbe guardare le esperienze all'estero. Cordiali saluti

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    03 Giugno 2019 - 19:37

    Charles Baudelaire, che di hascisc se ne intendeva, ne avrebbe apprezzato l’indole libertaria ma non altrettanto, temo, la provocazione. Mi riferisco ad Antonio Gurrado che, oggi, domanda: “per proibire sostanze potenzialmente dannose cosa facciamo, chiudiamo enoteche, tabaccai e gelaterie?”. Provocazione per provocazione, mi sembra più “provocatoria” - e pour cause - quella del “poeta maledetto”, icona del male di vivere di tutte le generazioni di “ribelli” dalla seconda metà dell’ottocento a tutt’oggi che, in “Les Paradis artificiels", così scriveva: "Se ci fosse un governo che avesse interesse a corrompere i suoi governati, non avrebbe che da incoraggiare l’uso dell’hascisc. Si dice che questa sostanza non provochi alcun danno fisico […] Ma è la volontà che è intaccata, ed è l’organo più prezioso. Mai un uomo, che può procurarsi in un istante […] tutti i beni del cielo e della terra, ne acquisterà la millesima parte con il lavoro. Bisogna innanzitutto vivere e lavorare.”

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