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Il trucco di Chernobyl

I numeri che non vi hanno detto e le mezze verità statistiche con cui si è costruita la “mostruosità” propagandistica della tecnologia nucleare. Siamo l’unico paese al mondo che, a causa della tragedia nella cittadina, decise chiusura e smantellamento delle centrali.

25 Aprile 2016 alle 20:23

Il trucco di Chernobyl

Il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl. L’impianto oggi è visitabile dai turisti (foto LaPresse)

Trent’anni da Chernobyl: un tempo giusto per la verità. Intanto. Condividiamo con Chernobyl una caratteristica: siamo l’unico paese al mondo che, a causa della tragedia nella cittadina ucraina, decise la chiusura e lo smantellamento delle proprie centrali nucleari. L’unico. Una decisione strategica e il futuro della politica energetica nazionale vennero delegate a una procedura bizzarra: un referendum, frettoloso e pilatesco. E indetto nel pieno della dinamica di un incidente. Falsato, inevitabilmente, dall’emotività e dalla deformazione informativa. E dalla più scorretta delle asimmetrie tra le parti in campo: con i favorevoli alle tecnologie nucleari costretti a confrontare le proprie ragioni, tecniche e razionali, con le esagerazioni mediatiche di una minacciata “apocalisse atomica”. Simbolizzata dalla cupa profezia dei monaci di Greenpeace: “Chernobyl produrrà milioni di morti”.

 

Nessuno al mondo si comportò come l’Italia. Nessuno chiuse gli impianti operativi. Molti misero in discussione programmi, futuro e ruolo delle tecnologie nucleari. Ma nessuno chiuse gli impianti. Resta il dato che nel mondo la quota di contributo del nucleare civile non si è mai ridotta. Nemmeno Fukushima ha intaccato questo dato. Anzi. Per variegati motivi – il ricorso a tecnologie no-carbon, il fabbisogno di potenza energetica dei paesi di nuovo sviluppo – la quota del contributo nucleare è destinata ad aumentare. Solo l’Italia, dunque, trasse dalla tragedia di Chernobyl la decisione dell’uscita immediata dal nucleare.

 

Oggi, a trenta anni da Chernobyl, è tempo di un bilancio. Distaccato, sui fatti e senza emotività. Un bilancio che, nel nostro caso, riguarda anche un giudizio sulle scelte dell’Italia nel 1987: quanto è costato, dal 1987 a oggi, il mancato sviluppo del nucleare in Italia? Ci provarono a quantificarlo alcuni coraggiosi studiosi nel 2011 (A. Gilardoni, S. Clerici, L. Romè, “I costi del mancato sviluppo del nucleare in Italia”) che calcolarono in circa 50 miliardi di euro tale costo nel periodo 1987/2009. Era, a detta dei tre studiosi, approssimato per difetto. A quella cifra andrebbero aggiunti oggi, ulteriori 7 anni. In cui tutti gli squilibri e i limiti della nostra struttura energetica si sono, ulteriormente, aggravati. Ma torniamo a Chernobyl. Si è trattato, certamente, del più grave incidente , tra i soli tre classificabili come tali (Three Mile Island, 1979, e Fukushima, 2011) della storia del nucleare civile. Chernobyl, con le sue conseguenze, è stato, in questi ultimi 30 anni, l’evento più studiato e analizzato dalla comunità internazionale. Anzitutto, ovviamente, sui suoi aspetti sanitari e sociali. Fin dall’inizio, un immenso bacino di popolazione, oltre un milione di persone (tra i 600.000 liquidatori e i 400.000 abitanti delle cittadine più coinvolte dall’incidente) sono state monitorate, dalle agenzie internazionali dell’Onu con screening, controlli, test analitici. Si è trattato del più colossale programma epidemiologico internazionale del secolo delle Nazioni Unite. Integrato con lo studio dell’evento incidentale, analizzato in tutte le sue cause e conseguenze tecniche, economiche, ambientali e sociali. Sono stati prodotti, anzitutto a cura dell’Unscear (l’organismo scientifico dell’Onu, nato nel 1955 per lo studio degli effetti delle radiazioni, a partire da quelli sulle popolazioni giapponesi) rapporti e analisi settoriali che costituiscono, ormai, una letteratura tecnico-scientifica imprescindibile per il settore nucleare nel mondo come per quello sanitario e ambientale. Tralasciamo i fattori di unicità e irripetibilità, della dinamica dell’incidente, che dovrebbero essere ormai assodati nella valutazione di Chernobyl: si trattò, in larghissima parte, di un incidente dovuto a una dinamica contraria a ogni standard consolidato e prodotto dalla condizione di collasso tecnico del sistema sovietico sul finire degli anni Ottanta; riguardò una tecnologia, quella dei reattori RBMK sovietici, anticonvenzionale, intrinsecamente instabile e che non ha riscontri in alcuna delle tecnologie occidentali.

 


Foto LaPresse


 

La dinamica tecnica di Chernobyl poteva verificarsi solo in quella realtà. E non poteva, in alcun modo, ripetersi in alcuna altra realtà o impianto nel mondo. Nel 2002 l’Onu ha lanciato un “programma decennale” per Chernobyl. Lo scopo: pubblicizzare le conclusioni della lunga campagna di monitoraggio sanitario (“The Human Conseguences of the Chernobyl Nuclear accident”) e indicare le strategie per la rinascita dei territori interessati (“Strategy for recovery”). Tutte le agenzie dell’Onu, dall’Oms, all’Aiea, alla Fao, all’Unscear e ai governi interessati, sono state impegnate a scrivere il bilancio di Chernobyl e a indicare le sue lessons learned. Nel 2003 questa complessa attività di monitoraggio è stata dall’Onu istituzionalizzata nel Chernobyl Forum, composto da 100 esperti internazionali di tutte le agenzie delle Nazioni Unite e dai governi interessati all’evento, Russia, Ucraina e Bielorussia. Il Chernobyl Forum ha prodotto nel 2006, a vent’anni dall’incidente, due distinti rapporti – quello dell’ Expert Group Environment (coordinato dall’Aiea) e quello dell’Expert Group Health (coordinato dall’Oms) – che contengono le conclusioni di 20 anni di studi e analisi. Le assunzioni del Chernobyl Forum sono state, ulteriormente, confermate nel Report del 2008 dell’Unscear sugli “effetti sanitari dell’incidente di Chernobyl” che concludeva con due affermazioni chiave: “La maggioranza della popolazione interessata dall’incidente non ha motivi di temere, per il futuro, conseguenze sanitarie dovute a effetti dell’incidente”; “i livelli annuali di esposizione radiologica della popolazione coinvolta sono risultati del tutto comparabili a quelli delle dosi naturali (natural background)”. Due conclusioni che demolivano, impietosamente, i fondamenti del catastrofismo mediatico su Chernobyl. E, anzitutto, il caposaldo della vulgata antinuclearista: la tesi che l’aspetto distintivo e specifico di un incidente nucleare è la proiezione di un numero di decessi futuri dovuta all’insorgenza, nel tempo, di malattie tumorali. Si tratta, come diremo, di un trucco. I report del Chernobyl Forum forniscono risposte alle domande chiave del trentennale dibattito internazionale sull’incidente. Ne prendiamo alcune essenziali. La prima: quanti sono stati i decessi effettivi per Ars (sindrome acuta da radiazioni) a Chernobyl? Cioè quante perdite effettive ha causato, nell’immediato, l’incidente “piu grave” della storia del nucleare? Nel rapporto del Forum i morti attribuibili all’Ars furono 28. Tutti nel 1986 tra i lavoratori che, per primi, intervennero sul luogo dell’incidente. Nella popolazione esterna e negli anni successivi al 1986 “non si verificarono, secondo il Forum, decessi per Ars”.

 

Secondo: quanti sono stati, nei 20 anni dall’incidente, i tumori letali causati dall’esposizione a radiazioni? “Non è possibile accertarlo – risponde il Forum – perché non esiste una possibilità di distinguere i tumori causati da radiazioni da quelli dovuti ad altre cause”. Gli studi epidemiologici sui residenti delle aree interessate al fallout radioattivo, “non hanno fornito evidenza di un aumento di mortalità per leucemie, tumori solidi e malattie diverse da tumori”. L’unico dato collegabile tra tumori registrati e il fallout radioattivo è quello di 4.000 tumori alla tiroide registrati, tra il 1992 e il 2002, tra persone che erano bambini al tempo dell’incidente. Di essi 15 hanno portato al decesso. Infine, nel gruppo dei 61.000 lavoratori russi che hanno sub’to dosi medie di 107 mSv (unità di misura delle dosi radiottive assorbite) un 5 per cento dei decessi avvenuti potrebbe essere collegato (statisticamente) a queste dosi. Ma il dato, secondo il Forum, non è accurato.

 

Terzo: quali sono stati i livelli di esposizione a radiazioni della popolazione interessata? Tranne i lavoratori impegnati sul sito nei primi giorni dell’incidente (tra cui, come abbiamo visto si verificarono, morti per Ars) “la gran parte dei lavoratori coinvolti nel recupero e delle persone che vivevano nelle zone interessate, prima dell’evacuazione, hanno ricevuto, nei vent’anni dall’incidente, dosi al corpo intero relativamente basse e confrontabili con la dose dovuta al fondo naturale (quella che avrebbero ricevuto anche senza l’incidente)”. Quanto alla situazione attuale: “I cinque milioni di residenti nelle aree contaminate di Bielorussia, Russia e Ucraina, ricevono annualmente dosi effettive, dovute al fallout, pari a meno di 1 mSv”. Cioè nulla. Infine: “Dati i livelli relativamente bassi a cui sono state esposte le popolazioni delle regioni colpite non c’è alcuna evidenza, continua il Forum, di osservare conseguenze sulla fertilità riproduttiva, effetti degenerativi nelle nascite o effetti ereditari futuri”. Ovviamente, in aggiunta ai numeri di queste patologie che si sarebbero verificate senza l’incidente.

 


Una manifestazione anti nucleare in vista del referendum che si tenne l'8 e 9 novembre 1987


 

Quarto: quale fu l’impatto ambientale del rilascio radioattivo del reattore esploso di Chernobyl? Il rilascio totale, in termini di becquerel, fu enorme. Ma in termini degli specifici radionuclidi emessi ebbe una dinamica precisa. A prevalere fu la diffusione di radionuclidi a vita breve e media (Iodio-131, stronzio-90 e Cesio-137) che nei trent’anni trascorsi sono, ormai, largamente decaduti. I radionuclidi pesanti (plutonio e americio), seppur presenti e depositati, prevalentemente, nei terreni circostanti la centrale e in un raggio di 100 km, “rappresentano livelli non significativi, informa il Forum, dal punto di vista radiologioco”. Insomma: nessun “deserto” atomico perenne. La recovery di quei territori è un’opera che è nell’ordine delle cose. Come si vede: nessuna apocalisse. Il “più grave” degli incidenti della storia del nucleare, quanto a mortalità causata e a proiezioni di fatalità nel futuro, non solo non presenta i tratti dell’apocalisse, ma si rivela di gran lunga di portata inferiore e limitata rispetto a ogni altro incidente “grave” nella storia della generazione di energia. Da dove nasce, allora, la convinzione diffusa che la specificità dell’incidente nucleare è data dal fatto che, ai morti nell’immediato, si devono sommare quelli futuri dovuti alle insorgenze tumorali nel tempo? Nasce da un trucco, dal malizioso uso di uno strumento statistico (che serve in radiologia per calibrare le norme di sicurezza ) che gli antinuclearisti hanno trasformato in una teoria “scientifica” e arma di propaganda. Si chiama teoria Linear No Threshold (Lnt). Afferma che a ogni dose di radiazione, dalla più minuscola alla più grande, è attribuibile una percentuale di probabilità di insorgenze patologiche. Gli antinuclearisti l’hanno trasformata in una predizione meccanica e automatica: il numero probabile è trasformato in morti accertate. Ma, soprattutto, si trasforma un criterio direttivo statistico in una previsione sanitaria. Stravolgendo la realtà. Quella correlazione statistica, presunta dalla Lnt, non si è mai verificata nei termini descritti. L’umanità ha avuto a disposizione, in questo secolo, il grande laboratorio dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaky per misurare gli effetti nel lungo termine delle radiazioni ionizzanti su popolazioni intere investite dal fallout radioattivo. Niente che assomigli alla Lnt è stato verificato. E niente che assomigli alla Lnt è stato verificato, come abbiamo visto, nei test che hanno seguito l’incidente di Chernobyl. La verità è molto semplice e banale: la contaminazione radioattiva, come la generalità di altri possibili fattori che inducono patologie, è deterministica, nei suoi esiti solo ad alte dosi assunte. E’ noto che a certi livelli di contaminazione (oltre i 5 Sv) gli effetti letali delle radiazioni sono certi. Ma la certezza riguarda, appunto, questi livelli. Sotto tali livelli funziona, naturalmente, una scala di effetti gravi. Ma non infinita verso il basso. Alle basse dosi assunte (a livello dei mSv), come è stato anche il caso di Chernobyl secondo i dati, l’automatismo finisce. Non è letteralmente possibile, scientificamente, alle bassi dosi prevedere, come invece fanno gli antinuclearisti, numeri di decessi reali in futuro o elevate probabilità che essi si verifichino per la sola causa della bassa radioattività assunta. Eppure sul trucco statistico della Lnt (sempre più discussa in radiologia) si è costruita la “mostruosità” propagandistica della tecnologia nucleare. Piuttosto, il bilancio sanitario di Chernobyl mette in luce un punto chiave su cui il catastrofismo mediatico sul nucleare dovrebbe riflettere: le patologie più appariscenti, nelle popolazioni coinvolte da incidenti nucleari, sono quelle dei sintomi di depressione, stress e ansia. Gli esperti dell’Onu attribuiscono una certa importanza, ovviamente, alle modalità spettacolari, catastrofiste e ansiologiche con cui i governi e gli organi di comunicazione trattano l’incidente nucleare: con una totale sproporzione tra realtà dei fatti ed effetti annunciati e previsti. Discutere sulla realtà di Chernobyl, dopo 30 anni, dovrebbe servire anche a cambiare la comunicazione ingenerosa e patologica del nucleare civile. 

Umberto Minopoli

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