Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini (foto LaPresse)

Casini e il Cav. in love

Salvatore Merlo

Roma. Manco a dirlo, al Cavaliere piace assai l’immagine di un presidente della Repubblica finalmente accessibile. Così adesso ha ripreso a telefonargli con frequenza, come non accadeva da anni, dai tempi del governo e del sottogoverno, del Polo e della Casa delle libertà, del Ccd e di Follini.

Roma. Manco a dirlo, al Cavaliere piace assai l’immagine di un presidente della Repubblica finalmente accessibile. Così adesso ha ripreso a telefonargli con frequenza, come non accadeva da anni, dai tempi del governo e del sottogoverno, del Polo e della Casa delle libertà, del Ccd e di Follini, delle baruffe e delle barzellette nell’appartamento di via dell’Anima, quando le riunioni politiche si tenevano a un passo dalla cucina, in un’atmosfera calda e vibrante di battute, tintinnii di bicchieri, mascelle in movimento, odore di cibo e di vino, “datemi Casini al telefono”. E poiché lo chiama a tutte le ore, l’altro, con quella sua aria da ragazzaccio, appena riconosce il numero sul telefonino lo mostra ai presenti, ai collaboratori, agli amici, a chi gli capita a tiro: “Guardate è ancora Silvio”. E certo, all’ombra del Quirinale, ai piedi del trono che fu di Giorgio Napolitano, ci si muove a tentoni come nelle nebbie dell’Ade, e insomma nessun candidato alla presidenza della Repubblica, tra mille giochi di specchi e nubi gassose, articoli di giornale e depistamenti, è ancora un vero candidato, dunque chissà. Eppure è vero che in questi giorni il Cavaliere ha riscoperto la gioia d’una confidenza carnosa con il vecchio Casini, la stessa di quando nel 1994 gli offrì la presidenza di Forza Italia, “siamo amici. Ma amici amici”. Ed è vero che l’ex allievo di Forlani, adesso, dopo tonfi e umiliazioni, si ritrova ancora una volta a galleggiare, incredibilmente, più eterno di Andreotti, e stavolta intorno al Palazzo dei Palazzi, nientemeno che un sughero sospeso nel mare Quirinale. Brucia dunque di ambizioni che corrono lungo i fili del telefono con Arcore: “Berlusconi e Casini sono come Al Bano e Romina”, ha detto Maurizio Crozza. Si sono amati e hanno divorziato, ma anche loro sono tornati a cantare insieme. E infatti Casini, che non parla da mesi con un quotidiano, l’ultima volta l’ha fatto con il Giornale dell’azienda: “Sono fiero di essere uno dei pochi a non avere avuto mai nulla di personale contro Berlusconi”. Ecco uno con il quale il Cavaliere condivide la grammatica, ecco un presidente che gli risponderebbe al telefono.

 

La loro è stata, e forse è ancora, un’amicizia intima e vitellonesca appena incrinata da repentine baruffe, quattordici anni di vita in comune, tra alti e bassi. “A volte riuscivamo a parlare perfino di politica”, raccontò con ironia Casini, pochi giorni dopo essere stato espulso come un calcolo renale dalla galassia di Berlusconi, e rievocando dunque così, con spirito bonario, quelle antiche riunioni casalinghe, satolle di pizzette e di maccheroni, con le quali nacque il centrodestra in Italia. Precursore di Gianfranco Fini nella ribellione al Sovrano, ma senza strascichi di rancore, già nel 1996 Casini dichiarava che “il Polo è finito”, esattamente come nel 2006 dichiarò che era finita la Casa delle libertà, e che “Berlusconi non è il mio padrone”. Un’infinita altalena di sorrisi e di rabbuffi.

 

[**Video_box_2**]“Ma quello si vede che ti vuole bene”, disse una volta mamma Rosa al figlio Silvio, dopo aver visto Casini in televisione. E d’altra parte, per Berlusconi, Casini è sempre stato un giovanottone da regolare con accondiscendenza. Una volta gli diede dell’“ingrato”, poi del “birichino”, mentre l’altro, con l’aria spavalda del giovane scavezzacollo, diceva che “Berlusconi è un adorabile simpaticone”. Alla fine il Cavaliere fece in modo di metterlo fuori dalla coalizione, ma senza mai riuscire ad affondarlo, perché ogni volta, quello, il “birichino”, invece di sprofondare, nella tempesta s’aggrappava volta volta a un nuovo tronco galleggiante: prima a Monti, con Alfano e Bersani (chi si ricorda l’ABC?), poi a Enrico Letta. E mentre i tronchi fatalmente s’inabissavano, Letta dopo Monti, lui era già altrove, agilissimo, lontano, al sicuro sulla riva. Così adesso è ancora lì, sempre a galla, sul pelo dell’acqua, stavolta di fronte all’imboccatura del porto Quirinale. E Berlusconi lo cerca, lo chiama, e i due si parlano con un abbandono di velluto, ritmato da risa fragorose, come ai vecchi tempi, quando Eva Tremila pubblicò il nudo integrale di Casini, e Berlusconi, in tono virile, consolatorio: “Ma dai, di cosa ti preoccupi? Hai pure un bel sedere”. E insomma il Cavaliere guarda Casini, il Casini quasi candidato al Quirinale, e vede un uomo capace di intendere il suo difficile gioco dei bisogni. D’altra parte, nelle loro telefonate, da sempre, i due si trasmettono inviti, proposte, promesse, qualche dispetto. E poiché la chiave psicoanalitica è di gran lunga la più illuminante nelle sue inclinazioni, il Cavaliere sorride all’idea di potersi permettere queste libertà con un capo dello stato.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.