Matteo Renzi (foto LaPresse)

Flessibilità, ancora tu

Renzi e quelle tre strade per convincere la Merkel a rottamare il 3 per cento

Claudio Cerasa

Investimenti, nuovo calcolo del deficit e proposta sulle pensioni anticipabili. Parla Gutgeld, consigliere di Renzi.

Roma. Flessibilità, già, ma in che senso? E come? E dove? E soprattutto quando? Matteo Renzi lo ha ripetuto anche ieri, durante il discorso conclusivo del semestre europeo, e lo ha detto con tono enfatico: anche grazie all’Italia la parola flessibilità è diventata finalmente il motore dell’azione dell’Europa. A parole, oggi, è difficile trovare qualche leader europeo convinto che la strada della non flessibilità sia preferibile a quella della flessibilità. Ma quando poi dalle parole si prova a passare ai fatti, ovvero si prova a passare a ciò che si può toccare, il ragionamento diventa più complicato. E a parte il fumoso piano Juncker da 300 miliardi – e a parte il piccolo sconto da quattro miliardi di euro concessoci dalla Commissione europea nel calcolo dell’ultimo rapporto deficit/pil – non si intravedono all’orizzonte novità importanti. E’ davvero così? Yoram Gutgeld, consigliere economico del presidente del Consiglio, ha cominciato a lavorare, su richiesta del premier, al dossier relativo alla traduzione concreta della parola flessibilità, e conversando con il Foglio spiega cosa potrà realisticamente chiedere l’Italia all’Europa e in particolare alla cancelliera Angela Merkel, che Renzi incontrerà a Roma il prossimo 22 gennaio. “Ci sono tre grandi filoni di discussione sui quali credo sia possibile coltivare progetti ambiziosi, e sono convinto che l’Italia potrà giocare un ruolo cruciale anche nella ridefinizione dei margini di flessibilità nei bilanci europei. Il primo filone riguarda l’unico modo per rendere sufficiente il piano Juncker. Quel piano, di per sé, è un passo avanti rispetto al passato ma è insufficiente e per diventare accettabile deve essere affiancato a un piano ulteriore di scorporo degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit. Il principio dovrebbe essere questo: si scomputa dal deficit una quota di quegli investimenti pubblici, per esempio quelli che si portano dietro investimenti privati. Ogni anno l’Italia registra investimenti pubblici nell’ordine dei 40 miliardi. Io dico che una buona parte di questi deve essere spesa senza essere inserita nel calcolo del deficit”. Il secondo punto è invece un punto centrale per capire in che modo il governo Renzi potrebbe avvicinarsi il prossimo anno a superare la quota del tre per cento nel rapporto deficit/pil. E la questione, dice Gutgeld, è più o meno questa.

 

La questione riguarda una questione tecnica sulla quale negli ultimi mesi si è speso anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: la revisione del così detto output gap. L’output gap – la differenza fra pil effettivo e pil potenziale, fra quanto un paese cresce davvero e quanto potrebbe se fosse in equilibrio di competitività – è il parametro chiave usato dalla Commissione europea nell’elaborazione delle stime sui deficit strutturali. Secondo i criteri della Commissione, per l’Italia la misura dell’output gap è pari al 3,5 per cento del pil. Secondo quelli dell’Ocse, la misura è pari al 5,1 per cento. E più questa misura è alta, più per un paese è possibile avere margini di manovra nella gestione dei conti. “Se riuscissimo a trovare un accordo sul principio che l’Italia deve avere come obiettivo quello di tornare al livello di pil pre-crisi, quello del 2007 per intenderci, il nostro cosiddetto output gap sarebbe oltre il 9 per cento. Tecnicamente le conseguenze di questo calcolo sarebbero importanti. L’output gap si tradurrebbe in un mancato gettito fiscale pari a oltre il 4 per cento. Significherebbe avere l’obiettivo di un pareggio strutturale con un deficit di oltre il 4 per cento e ci consentirebbe di stare al 3 per cento quest’anno e nei prossimi due anni, quando invece, secondo i calcoli attuali, il nostro deficit dovrà scendere all’1,8 per cento. Andare oltre il 3 per cento richiederebbe una rinegoziazione dei trattati che non è una questione sul tavolo delle trattative, ma arrivare a questo punto sarebbe un ottimo compromesso, e le linee guida presentate ieri dalla Commissione europea su questo tema sono un segnale importante”.

 

[**Video_box_2**]Il terzo punto è un punto delicato che potrebbe essere accennato da Renzi la prossima settimana alla cancelliera tedesca e che suona più o meno così: l’Europa deve concedere all’Italia più flessibilità sulle pensioni. “L’Italia – conclude Gutgeld – è uno dei pochi paesi europei ad avere, grazie alla riforma delle pensioni fatta dal governo Monti, un surplus di bilancio di lungo termine molto alto: 2,3 per cento l’anno. Germania e Francia, per capirci, hanno invece un deficit dell’uno e mezzo per cento. Questo ci va riconosciuto. E una volta riconosciuto questo dato, va resa possibile anche una riforma importante. Bisogna dare la possibilità a chi vuole andare in pensione in anticipo, anche per favorire il ricambio generazionale, di avere quella pensione in anticipo a condizione di vedersi ridotta la quota disponibile di pensione (e si risolverebbe del tutto anche la questione esodati). Oggi questo meccanismo non è reso possibile da un’assurda inflessibilità di conti contestata anche da diversi premi Nobel. Giocando con le giuste leve, però, la flessibilità potrebbe diventare più di una parola scritta su qualche documento europeo”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.