Kyoto è come Roma, ma il Marino giapponese è molto più paraculo

Giulia Pompili

Se la città si blocca per un acquazzone è colpa del sindaco. Se si costruisce troppo è colpa del sindaco, se si costruisce troppo poco è colpa del sindaco. Se le strade non sono sicure, se le case popolari non sono assegnate con giusti criteri, se le tasse sono alte, è colpa del sindaco.

Milano. Se la città si blocca per un acquazzone è colpa del sindaco. Se si costruisce troppo è colpa del sindaco, se si costruisce troppo poco è colpa del sindaco. Se le strade non sono sicure, se le case popolari non sono assegnate con giusti criteri, se le tasse sono alte, è colpa del sindaco. Eppure una cosa è certa: il fallimento di un comune è il fallimento di una comunità intera. Una volta compreso questo piccolo assioma, il risultato arriva facilmente: i cittadini smettono di lamentarsi. Impossibile, direte. A spiegare al Foglio gli esiti a dir poco miracolosi di un esperimento iniziato quindici anni fa nella città di Kyoto, in Giappone, è il professor Yoshifumi Muneta, classe 1956, una delle menti del progetto nato dall’altra parte del mondo per “zittire” i cittadini, facendoli partecipare. Nessuna lezione da impartire, anche perché i risultati non sono sempre soddisfacenti. E attenzione, perché non c’è nulla dei proclami alla Beppe Grillo e delle democrazie del web nel sistema introdotto nel regolamento comunale di Kyoto nel 2000. Anzi, c’è tutto il pragmatismo quasi machiavellico dei nipponici.

 

Muneta, professore di Urbanistica della Kyoto Prefectural University, ha studiato a lungo in Italia e in Europa ed è oggi il numero due del comune di Kyoto per la pianificazione urbana. L’antica capitale giapponese ha molte cose in comune con l’attuale capitale d’Italia, prima fra tutte un centro antico da preservare e valorizzare, e dei cittadini da far maturare. “I giapponesi sono molto simili ai romani, che oggi hanno perso il senso della comunità”, spiega al Foglio Muneta – in Italia per una serie di incontri organizzati dall’ambasciata giapponese in Italia. “E’ un luogo comune quello che vede i cittadini giapponesi uniti contro le avversità. Il nostro è un paese con una tradizione feudale, per cui i residenti sono preparati a vivere insieme ma lo fanno per consuetudine e per necessità. Inoltre non sono abituati a vivere democraticamente”. Una differenza fondamentale, per esempio, con le più antiche democrazie europee. Princìpi come quelli di libertà e uguaglianza sono difficili da comprendere nel Sol levante, ancora di più il significato di fraternità, che è un valore chiaro in un contesto cattolico, un po’ meno nella tradizione scintoista e buddista.

 

Quattordici anni fa Muneta faceva parte della commissione che ha introdotto per la prima volta in Giappone la partecipazione cittadina nella vita decisionale del comune di Kyoto. “Ci sono tre modi con cui il cittadino può partecipare alle attività: attraverso il voto, ovvero eleggendo i propri candidati al consiglio comunale; attraverso l’associazionismo” – che in Giappone dopo il terremoto dell’11 marzo 2011 si è iniziato a sviluppare, ma ancora poco sistematicamente – “e infine attraverso una forma di partecipazione diretta del cittadino, che poi è colui che paga le tasse”. Ma questo non significa che abbia sempre ragione. Il comune di Kyoto nel 2000 ha chiesto ai cittadini, sempre più piagnucolosi e insoddisfatti, di iniziare a partecipare alle decisioni dell’amministrazione. La prima modalità usata è stata quella del confronto con tutti: pensate se il sindaco della vostra città vi scrivesse per chiedervi un’opinione su una modifica della viabilità, sulla destinazione di un’area verde, su un appalto o su un’altra qualunque decisione debba prendere. Risultato? A Kyoto nessuno rispondeva. I pochi a farlo erano generalmente anziani, con molto tempo per studiarsi la questione e farsi un’idea (e attenzione agli anziani, spiega Muneta, “perché una città con molti cittadini oltre i sessantacinque anni” – come quasi tutte le città del Giappone – “rischia di bloccare il suo progresso”, perché le richieste degli anziani non coincideranno mai con quelle dei giovani). Ipotesi di partecipazione scartata. Il secondo esperimento è stato prendere quaranta cittadini, fargli studiare per quattro settimane una delle questioni su cui decidere, farli discutere, fargli prendere una decisione.

 

[**Video_box_2**]Ma chi avrà mai tutto questo tempo da dedicare? “I cittadini hanno preso coscienza dei propri limiti, delle proprie capacità. Hanno capito perché, a volte, è difficile decidere da che parte mettere i soldi pubblici”, spiega Muneta. L’unica modalità di discreto successo, alla fine, sembra essere stata quella del workshop à la giapponese. La si è usata, per esempio, per il progetto del parco Umekoji di Kyoto, e Muneta ci mostra le fotografie dei bambini che hanno partecipato. Un’area di Kyoto inutilizzata e ricostruita come parco seguendo i consigli dei bambini (significa delle mamme, significa consenso dei cittadini). Poi c’è stata la lunga epopea del bagno pubblico del quartiere Arashiyama di Kyoto: Muneta racconta di come i cittadini inizialmente fossero scocciati per essere stati coinvolti nella ristrutturazione di un piccolo e fatiscente edificio destinato alla pipì dei turisti. Lentamente, attraverso qualche concessione, il comune è riuscito a consegnare la responsabilità del gabinetto pubblico ai cittadini, dopo averlo ristrutturato secondo le loro richieste. Ma se non è facile responsabilizzare i cittadini, come si può risolvere uno dei problemi principali delle città italiane, vale a dire la presenza consistente di immigrati nelle grandi metropoli? “Ho studiato a lungo il problema, conosco la situazione del quartiere Esquilino di Roma, per esempio, e non saprei davvero cosa consigliare a un sindaco. Non c’è soluzione al problema”, dice Muneta. Dal punto di vista delle politiche sull’immigrazione il Giappone si comporta all’opposto dell’Italia. Ultimamente il premier Shinzo Abe sta cominciando ad aprire all’immigrazione soprattutto per via della mancanza di forza lavoro. Gli immigrati vengono fatti entrare e formati dalle autorità giapponesi a seconda del lavoro per cui sono richiesti. La maggior parte dei – pochi – immigrati in Giappone sono coreani, ma in nessuna città giapponese si creano le comunità metropolitane come le nostre china-town. E l’esempio della città di Toyota è eloquente. A metà degli anni Novanta il governo di Tokyo fece entrare in Giappone 800 mila persone, discendenti dei cittadini giapponesi emigrati in America latina all’inizio del Novecento. L’accoglienza nel quartier generale della grande casa automobilistica non fu delle migliori, tanto che il sindaco vietò ai latini – accusati di essere chiassosi e sfaccendati – di aprire ristoranti brasiliani nel centro della città.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.