Fleur dentro un arazzo

L’ultimo libro di Fleur Jaeggy, e lei vista nella tana piena di occhi di gatto che guardano altrove. Di lei si conosce la leggendaria riservatezza non meno della scrittura unica, amata dal poeta Iosif Brodskij.

Fleur dentro un arazzo

Fleur Jaeggy (a sinistra) con Ingeborg Bachmann nella Ungargasse, a Vienna, nel 1970

“Non sappiamo perché accada che il gatto volga lo sguardo altrove. Lui lo sa”.

 

Ci sono persone – non vale per tutti – che visibilmente, e senza neanche volerlo, appartengono a un tempo che non è quello a loro contemporaneo. Così, anche se ci è venuta incontro, sulle scale della sua casa milanese, mimetizzata in un paio di jeans e in un maglione blu, l’abbiamo riconosciuta lo stesso.

 

Lei, quella donna gentile e austera, dice di chiamarsi Fleur Jaeggy, è scrittrice, è nata a Zurigo in un giorno di fine luglio e ha appena pubblicato per Adelphi il suo ottavo libro, intitolato “Sono il fratello di XX”, che raccoglie racconti, brevi storie, frammenti di memoria e di biografie. Ma in realtà, ne siamo convinti, lei è la dama degli arazzi del museo parigino di Cluny. E’ l’alta signora bionda, sottile e sfuggente, che da più di cinque secoli, circondata da fiori, da animali ammansiti e da oggetti semplici ed enigmatici, mostra il mistero dell’evidenza a chi la osserva. Forse lo fa per stornare lo sguardo da sé, per osservare con più agio chi a sua volta la osserva, per nascondersi meglio. Ma agli occhi di chi, come noi, la vede la prima volta, a denunciare la vera identità di Fleur Jaeggy, e a rivelare il vero tempo a cui appartiene, ci sono anche altri indizi: la minuscola treccia nascosta di lato, nel folto dei capelli chiari, la fronte gotica, lo sguardo d’acquamarina o di ferro azzurrato rivolto e disposto all’altrove, anche quando sembra intento e concentrato su ciò che è vicino o sull’interlocutore del momento.

 

“A Mon Seul Désir “, arazzo fiammingo della fine del XV secolo (Parigi, Hôtel de Cluny, Museo nazionale del medioevo)

 

Ci sono naturalmente anche gli animali, continuamente evocati, anche loro piccole fiere ammansite o piccoli ragni sulla finestra dello studio. Gli occhi dell’amata gatta nata in un villaggio alle pendici del monte Pelio, in Grecia, e portata a Milano in anni lontani, accompagnano chi attraversa le stanze dalle fotografie (ora che la gatta non c’è più) che compaiono in ogni angolo della casa semplice, affollata di oggetti incaricati di formare una diga indispensabile allo scorrere del ricordo e alla sua protezione. E’ quel piccolo felino, l’animale totemico di Fleur Jaeggy, che il leone lo reca nella sua araldica zodiacale. Forse per questo Pietro Citati, che ne recensiva “I beati anni del castigo” (romanzo del 1989, il suo più famoso), scrisse che, non conoscendola, la immaginava come “una piccola Iside-gatto” che “ha lasciato le rive umide del Nilo, i templi di Plutarco e Apuleio, rinascendo tra i legni scuri e i veli e le trine del primo Ottocento”.

 

Di Fleur Jaeggy si conosce la leggendaria riservatezza non meno della scrittura unica, amata dal poeta Iosif Brodskij e scoperta da padre Giovanni Pozzi. Svizzero di Locarno, francescano umanista e filologo, allievo di Contini a Friburgo e curatore per Adelphi dell’opera della mistica duecentesca Angela da Foligno, Pozzi è morto nel 2002, quasi ottantenne. “Ero amica di padre Pozzi, che stava in convento a Lugano”, ricorda semplicemente Fleur Jaeggy quando le diciamo che, tra i racconti di “Sono il fratello di XX”, ci ha colpito moltissimo quello intitolato “La visitatrice”. La visitatrice è proprio Angela da Foligno, colei che fu apprezzata da Huysmans e che folgorò Bataille. In “un giorno senza data”, la vediamo apparire nelle sale del Museo archeologico di Napoli, con una “veste grigia, orlata di austerità, piccoli velluti rossi, due lacere scarpette”. Da un affresco, incuriosita e misteriosamente attratta dagli altri ospiti del museo, scende Venere. La dea e la mistica si sfiorano, si riconoscono, ognuna passa oltre, ognuna conosce il proprio destino e ognuna sa che l’unico sollievo è nel non opporgli resistenza. Sono invece le Ninfe costernate, impaurite dalla luce che irrompe nel museo, strappate alle loro nicchie, a desiderare qualcosa che non è né la resurrezione né la luce, ma l’eternità immobile “nella propria prigione, nella prigione dipinta”, dalla quale “osservare il proprio nulla”. In questo, più vicine ad Angela, che accende e spegne il fuoco pericoloso della sua esistenza nell’autoconfinamento e nella rinuncia, che alla dea. Così il racconto.

 

Poi, quando il discorso prende una rotta troppo definita, e vorremmo chiedere a Fleur Jaeggy qualcosa di più sulla sua ispirazione, sui suoi gusti letterari, su quell’impronta di incubo infantile così riconoscibile nel motivo degli oggetti che si animano quando nessuno li vede – è il soldatino di stagno di Andersen, come la Venere nel museo napoletano – è allora che la dama dell’arazzo di Cluny ci invita silenziosamente a guardare altrove. Ci indica, nello studio che affaccia su un piccolo terrazzo sui tetti, la sua macchina da scrivere. Inutile cercare il computer, non c’è. “E’ l’Hermes Ambassador con cui ho scritto e continuo a scrivere tutto”, dice poi, mostrandola sullo scrittoio ingombro, e subito dopo sulle foto che le ha scattato: “Amo fotografare le cose che mi piacciono per la loro forma”. Oggetti comuni, come la macchina da scrivere o le cesoie da giardino: “Non sono bellissime?”. E’ vero, sono bellissime. Nella foto a colori sono appoggiate a un angolo, il manico rosso spicca sul fogliame. Bellissima è anche l’Hermes Ambassador: nome simbolicamente promettente, fabbricazione svizzera, modello della seconda metà degli anni Quaranta, struttura grigioazzurra come certe copertine Adelphi, tasti di un verde chiaro e marino, come lo era il colore di certi mobili da cucina degli anni Cinquanta. Il cruccio della sua proprietaria, però, “è che non si trovano più i nastri. Io ne ho una grande scorta, ma l’inchiostro può seccarsi, sarebbe un disastro. Ma ho calcolato per quanti anni scriverò ancora e dovrei farcela”, aggiunge con un sorriso.

 

Fleur Jaeggy ha accettato, quando quasi non ci speravamo più e dopo una laboriosa trattativa a distanza, di parlare con il Foglio del suo ultimo libro. Per dirci che in fondo tutto quello che c’è da sapere è già lì, nelle 129 pagine che lo compongono, e che lei stessa di quelle storie non saprebbe dire altro, “né del prima né del dopo”. Ma chi ama il suo raccontare sa che esistono certi mirabili passaggi segreti tra un frammento e l’altro, tra un libro e l’altro, tra un personaggio fantasticato e un altro davvero conosciuto, e che vale sempre la pena cercare di scoprirli, così come vale la pena di rimanere per ore a contemplare le figure degli arazzi del museo di Cluny. Non rinunciamo, quindi, a esplorarne qualcuno, di quei passaggi, con lei.

 

C’è sempre, per esempio, nell’ordito dell’arazzo tessuto da Fleur Jaeggy, il tema del doppio. Anche a partire dal racconto che apre l’ultima raccolta e le dà il titolo. Ci sono un fratello e una sorella, separati da sette anni di distanza ma uniti dall’“incubo, il vero e unico incubo, del vivere”. E’ ancora una variazione sul tema dell’apprendistato alla vita che coincide con l’apprendistato alla morte, come accade nei “Beati anni del castigo” (nel quale la Jaeggy racconta gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi in vari collegi nell’Appenzell, in Svizzera). Nel racconto “Sono il fratello di XX”, colui che così si definisce (così come in “Proleterka”, libro del 2001 che tornerà in libreria a novembre, la protagonista e voce narrante chiama sempre se stessa “la figlia di Johannes”, in terza persona) è il fratello che osserva, si sente osservato e si rispecchia nella sorella. E’ il fratello che vuole dare la propria versione dei fatti. Vuole spiegare che non è vero, come lei va raccontando, che lui si è ucciso, ma che ha semplicemente tentato di “riuscire nella vita”.

 

La voce dei morti è un’altra costante, nelle storie di Fleur Jaeggy, come lo è l’idea che crescere non significa mai perdere l’innocenza. Non si può perdere quel che non si ha, e l’innocenza non esiste, meno che mai nei bambini e assolutamente mai nei molti bambini che compaiono nei racconti di Fleur Jaeggy. Ma è pure sospeso qualsiasi giudizio morale. Che colpa può avere (il racconto è “L’erede”) la piccola e malevola Hannelore, “una bambina senza fissa dimora”, se desidera e provoca l’incendio nel quale morirà la sua benefattrice, che l’ha lasciata erede di tutto? E poteva andare altrimenti, poteva anche in quel caso non bruciare la casa e chi vi abitava (in “Osmosi”), se Franzi, la bambina tardiva del pastore protestante e di sua moglie Ruth, trova un fantoccio su un sentiero – una radice, la mandragola – e capisce oscuramente che quella è Theresia, la sua gemella morta alla nascita della quale nessuno le aveva mai parlato, ma che viene a rivendicare la sua parte di vita, contendendola a lei? 

 

Nella scrittura di Fleur Jaeggy il reale e il fantastico, il romanzesco e il vissuto sono semplici convenzioni, se non sinonimi. Tutto si equivale, come è logico che sia, e nulla è smisurato, se non l’ordinaria distanza tra gli esseri umani. Il vecchio scapolo Caspar, “L’ultimo della stirpe” (un altro racconto contenuto in “Sono il fratello di XX”), che sarà ucciso dai suoi fratelli, i morti bambini che scendono dai loro ritratti, non è meno reale dell’amico Brodskij ricordato nella sua casa di Brooklyn, quando usciva nel gelo invernale perché di quello, di una qualità “baltica” dell’aria, aveva bisogno per respirare a New York. Una volta, racconta Fleur Jaeggy, “lo ha fatto anche qui a Milano, in questa stessa stanza. Faceva freddissimo e lui ha aperto la porta sul terrazzo. Per continuare a parlargli mi sono dovuta mettere cappotto e guanti, ma lui era felice”. La protagonista di “Proleterka”, l’adolescente che parte in crociera verso la Grecia con un padre con il quale non ha alcuna confidenza (lei vive nei collegi e a lui, divorziato dalla madre di lei, toccano solo due settimane estive), la “figlia di Johannes” che ha bisogno di ripeterselo in continuazione, dice a un certo punto che il nome di quella nave jugoslava, “Proleterka”, non le piace: “Ci sono nomi di navi più belli. Come l’‘Indomita’, dove è stato impiccato Billy Budd”. E conclude: “Conosco Billy Budd molto più di mio padre”.

 

Trasformare il padre sconosciuto in creatura del romanzo, la madre lontana e creduta frivola e indifferente in protagonista di un racconto (“Il velo nero”), è anche un modo per perdonare. “La conoscenza è l’unico perdono, penso, che si possa raggiungere”, dice ancora la protagonista di “Proleterka”. Pensiamo sia davvero superfluo chiedere a Fleur Jaeggy se vale la stessa cosa anche per lei, oltre che per il suo doppio romanzesco, perché è evidente, è così. Ed è evidente che dai libri più amati crediamo di attingere la conoscenza del mondo, la più ferma e profonda possibile. Nella sua costellazione, dice Fleur Jaeggy, ci sono certamente Conrad e Melville. Ma sappiamo, dalle cose che ha scritto, che ci sono anche poeti come Robert Frost e Keats, e Thomas De Quincey e Marcel Schwob. E naturalmente Robert Walser, lo scrittore austriaco di cui Fleur scoprirà da adulta un’ignorata e fisica vicinanza. E’ il folgorante incipit dei “Beati anni del castigo”: “A quattordici anni ero educanda in un collegio dell’Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. E’ morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la positura del corpo nella neve. Noi non conoscevamo lo scrittore. E non lo conosceva neppure la nostra insegnante di letteratura. A volte penso sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell’Appenzell, dopo quasi trent’anni di manicomio, a Herisau. E’ un vero peccato che non sapessimo dell’esistenza di Walser, avremmo colto un fiore per lui. Anche Kant, prima di morire, si commosse quando una sconosciuta gli offrì una rosa”.

 

Fleur Jaeggy ricorda ora che lei in quei luoghi faceva “lunghe passeggiate soprattutto d’inverno, con la neve, ed era meraviglioso, perché non c’era nessuno e ogni tanto si entrava in un mare di nebbia, bellissimo. Mi alzavo alle cinque. Cosa che poi non avrei più fatto per niente al mondo”.

 

“Nome francese, cognome tedesco, ma né francese né tedesca, svizzera”, diceva di Fleur Jaeggy il suo amico ed estimatore padre Giovanni Pozzi. E’ cresciuta avendo come riferimento due lingue, l’italiano materno e il tedesco paterno. E’ la terribile e magnifica chance offerta al bambino che impara a dare da subito due diversi nomi alla stessa cosa, quando impara a nominarla. Le chiediamo quanto ha contato, per lei, quella magnifica e terribile chance: “Ho avuto due lingue madri, è vero.

 

C’era l’italiano, che era anche la lingua della scuola, ma il tedesco era come una lingua sempre appollaiata su di me, che mi suggeriva. Penso che il tedesco forse è una mia base mentale. E’ la lingua dei sogni, la lingua degli antenati, la lingua dei morti che passano accanto, che vengono in visita. Ed è una lingua che mi piace moltissimo. Mi piacciono i poeti tedeschi, che posso leggere in originale. Amo il suono di quella lingua”. Lo possiamo ascoltare, quel suono, in una canzone scritta con Franco Battiato e Manlio Sgalambro, nella quale Fleur Jaeggy recita in tedesco la parte del testo composta da lei. Si intitola “Shackleton” e non è il solo prodotto nato dalla collaborazione con il musicista catanese. Rievoca la vicenda dell’esploratore inglese Ernest Henry Shackleton, a capo di un’esplorazione antartica durante la quale la sua nave, l’“Endurance”, rimase intrappolata nei ghiacci (ma grazie alla determinazione del comandante, tutto l’equipaggio riuscì a salvarsi).     

 

Ancora una volta, Fleur Jaeggy torna a essere la dama di Cluny. O semplicemente si manifesta in lei il gatto (la “Iside-gatto” di Citati) che fa quel misterioso gesto diversivo chiamato dagli etologi “Übersprung”, al quale lei dedica nel suo libro appena uscito una riflessione che è anche una poetica. Il gatto che scarta, che devia l’attenzione quando sembra avere in proprio potere il bersaglio, che indugia prima della zampata finale, è lei, davvero. Übersprung è “volgersi altrove, passare ad altro, manifestare il gesto del distacco, come un addio. La divagazione dal tema, l’evasione da una parola, e insieme la caccia alle parole, il disfarsene: sono altrettanti modi mentali dello scrivere”, oltre che di vivere (che poi, a questo punto, è la stessa cosa).

 

Fleur Jaeggy si alza e va a prendere sulla scrivania una minuscola scatola d’argento. La mostra come una reliquia. Sul coperchio è inciso debolmente un cuore, sull’altro lato c’è una data antica, 1745. E’ un ricordo di Ingeborg Bachmann, la poetessa austriaca che fu sua grande amica fino alla morte, avvenuta nel 1973 a seguito delle ustioni riportate nell’incendio della casa di via Giulia, a Roma, dove la Bachmann viveva. In “Sono il fratello di XX” anche a lei è dedicato un ricordo scarno, essenziale (“La stanza asettica” è il titolo, poco più di una pagina). Fleur ripone la piccola scatola al suo posto: “Ci terrei a dire una cosa su di lei. Quando l’ho conosciuta e ci siamo frequentate e abbiamo fatto dei viaggi insieme, era una persona piuttosto felice. Tutti dicono che era infelice, che aveva grandi tormenti o cupezze… ma io ricordo una compagna di viaggio perfetta, bravissima, che si occupava degli itinerari; la cosa terrificante sono stati gli ultimi mesi a Roma”. Fleur Jaeggy conosce nome e cognome di quell’infelicità, “ma sono talmente ‘scuola Bachmann’ che non lo direi mai. La nostra amicizia era basata anche sul tacere e sulla protezione reciproca”. Non le piace affatto, dice quasi con orrore, che si frughi ancora, a quarant’anni dalla morte, nella vita dell’amica, alla ricerca di lettere, di tracce di amori e di dolori. “Ingeborg non avrebbe voluto che si leggessero le sue lettere”. Ed è tutto. Raramente apodittica – solo stavolta lo è stata – dice che si sorprende a pronunciare sempre più spesso la parola “forse”: “Perché non so: più vado avanti negli anni, più non so. Osservo un ragno sul vetro della finestra per capire che cosa fa, come vive. Non so altro”.

 

Prima di salutarla, le raccontiamo che uscendo dalla metropolitana milanese avevamo visto una giovane donna cieca con un labrador. Una coincidenza, perché c’è una giovane donna condotta dal suo labrador, nel racconto intitolato “Nomi” (la donna del racconto è in visita ad Auschwitz, ed è come se vedesse tutto). “Davvero? Non mi ricordavo di averlo messo nel libro”, dice sorridendo Fleur Jaeggy.

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