cerca

Giuro che voglio fare sesso

Le obamiane regole per combattere gli abusi nei college equiparano il sesso allo stupro, per non sbagliare. Se poi nella dittatura del “consenso affermativo” si perde il giusto processo, pazienza. Giuristi liberal in rivolta.

25 Ottobre 2014 alle 06:09

Giuro che voglio fare sesso

Foto Ap

New York. Dirlo apertamente è scorretto, ma seguendo la logica delle leggi antistupro che si stanno diffondendo nei college americani si arriva a un’affermazione generale: ogni rapporto sessuale è uno stupro. Se, come recita il testo della legge della California 967, per essere lecito l’incontro sessuale deve essere approvato con il “consenso affermativo” dei partecipanti, e il consenso “deve estendersi nel corso dell’attività e può essere revocato in ogni momento”, se “l’assenza di proteste o resistenza non equivale al consenso” e se nemmeno “l’esistenza di una relazione stabile fra le persone coinvolte deve essere intesa come indicatore del consenso” significa che il sesso, quello normale, è a rigore di legge uno stupro che non finisce in tribunale. Il sesso non esiste, esistono soltanto stupri che vengono denunciati e stupri che rimangono taciuti. A parte l’aspetto grottesco di una relazione che richiede un consenso esplicito – meglio se verbalizzato con un “sì”, come nelle chiamate dei call center – per ogni stadio della vicenda, dal gioco di sguardi fino ad arrivare al dunque, l’ondata legale per fermare la cultura della violenza nei campus combatte il crimine cambiandone la definizione. Per opporsi alla cosa si lavora sul nome: intanto diciamo che tutti i rapporti possono facilmente finire nella casistica dello stupro, poi si vede. Sono gli effetti del passaggio dal modello del “no means no” a quello del “yes means yes” invocato da una parte del mondo femminista, secondo cui l’assenza di un esplicito rifiuto del corteggiamento non comporta di per sé un permesso o un invito a infilarsi sotto le lenzuola.

 

Sdoganato il principio, ogni mossa è passibile di interpretazione. Quel bacio era un sì? Quando ti sei tolta il reggiseno stavi esprimendo il tuo consenso affermativo? Le droghe e l’alcol che circolano in abbondanza nei college americani rendono ancora più nebbioso il processo postumo di ricostruzione e decrittazione dei segnali scambiati dai partner, e naturalmente i giudizi e le percezioni dello stesso evento si modificano con lo smaltirsi della sbronza, con i cambi di umore, con i pentimenti e via dicendo. Il principio “yes means yes” riduce lo spazio dell’interpretazione intorno all’abuso sessuale, spazio occupato normalmente dallo strapotere del maschio, come le femministe Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon spiegano dagli anni Settanta. Invocavano allora l’idea che la dominazione maschile fosse a tal punto pervasiva da meritare una protezione speciale per le sue vittime, fino a cedere sul principio di uguaglianza di fronte alla legge per bilanciare la disparità. Un po’ come succede nele ammissioni agevolate alle università per le minoranze etniche. 

 

La legge della California non è un caso isolato, ma l’apripista di un movimento per la revisione delle leggi antistupro promosso dalla Casa Bianca. All’inizio dell’anno Obama ha creato una task force con l’incarico di diramare nuove linee guida ai legislatori per combattere gli abusi sessuali nei college. Quando l’avvocato femminista Robin Steinberg ha notato che l’idea del governo consisteva, in sostanza, nel promuovere i diritti delle vittime erodendo la possibilità di difesa per gli accusati, ha detto: “Non manderei mai i miei figli maschi al college!”. Le nuove direttive di Harvard sulla violenza hanno scatenato la reazione di 28 professori della scuola di legge, fra cui uno dei maestri di Obama, Charles Ogletree, perché le regole “negano gli elementi basilari del giusto processo” e la procedura è “viziata contro la difesa”. John Banzhaf, professore di legge della George Washington University già definito un “femminista radicale” sta conducendo una campagna garantista per difendere il diritto al giusto processo nel nuovo clima del “yes means yes”. A sostenerlo sono sopratutto giuristi liberal e femministe dissidenti, e il dibattito sta aprendo un dilemma nel cuore dei liberali: è giusto difendere le vittime di abusi fino a ledere la possibilità degli accusati di difendersi efficacemente?

 

[**Video_box_2**] Ezra Klein, opinionista e data journalist del sito Vox, la mette giù così: “Per funzionare, il ‘yes means yes’ deve creare un mondo in cui gli uomini hanno paura. I critici temono che i college si riempiano di casi in cui gli organi di giustizia del campus condannano ragazzi per azioni effettivamente ambigue. Purtroppo è necessario perché la legge abbia successo”. Detto brutalmente: se uno stato di polizia autorizzato a intentare processi farsa serve a tenere a bada gli ormoni degli studenti, ben venga. Non proprio liberale come principio, però l’emergenza talvolta può giustificare una sospensione del diritto. Ma quella dei college è una vera emergenza? I numeri sugli abusi sessuali sono incredibilmente facili da manipolare ma la Casa Bianca dice che una donna su cinque subisce una violenza al college. Significa che lo scorso anno circa 193 mila donne sono state stuprate, ovvero una percentuale 25 volte superiore rispetto a quella rilevata dal dipartimento di Giustizia sulla popolazione generale. Christina Hoff Sommers, altra femminista non convenzionale, sostiene che i dati del governo sono basati su un campione statisticamente irrilevante, fatto di due università soltanto. Certo, nella cultura americana del college ci sono molte cose storte, ma forse non tutte possono essere raddrizzate con un’iniziativa legale che per non sbagliare criminalizza. Come accade spesso, Camille Paglia ha toccato la questione antropologica che si muove sotto la crosta giuridica: “I liberal non hanno il senso del male”, concepiscono l’uomo come un essere che può darsi la perfezione, “credono che le proteste e le leggi dei corrivi burocrati delle università e dei regolatori del governo possano cambiare radicalmente tutti gli uomini”.

 

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi