Josè Manuel Barroso e Matteo Renzi (foto LaPresse)

Paese “deviante”

Renzi e Banca d'Italia rispondono agli appunti dell'Ue sulla Finanziaria

Marco Valerio Lo Prete

Il vice dell’Economia Morando al Foglio sulle ragioni sviluppiste di Roma (e contro le critiche in stile Passera).

Roma. “Se quello attuale è il momento della open transparency totale, penso che sia finito in questo palazzo il tempo delle lettere segrete”. Così, arrivando a Bruxelles nella sede del Consiglio dell’Unione europea, Matteo Renzi ha motivato la decisione italiana di pubblicare ieri mattina la lettera ricevuta da parte dell’esecutivo di Bruxelles con gli appunti alla legge di stabilità italiana. Il presidente della Commissione Ue uscente, il portoghese José Manuel Barroso, sempre ieri, si era mostrato infastidito dalla scelta di Roma di rendere nota una lettera “strictly confidential” fin dall’intestazione. Renzi per tutta risposta si è detto “stupito che Barroso si sia sorpreso”. Poi ha aggiunto: “Da oggi pubblicheremo tutti i dati di quanto si spende in questi palazzi (di Bruxelles, ndr), e sarà molto divertente”.

 

Toni un po’ divertiti e un po’ di sfida, in vista del giudizio definitivo dell’Ue sulla manovra italiana che arriverà il 29 ottobre. Per il momento Bruxelles fa sapere di avere notato una “deviazione significativa” di Roma dal processo di aggiustamento verso l’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale. Siamo già alla temuta bocciatura che costringerà il ministero dell’Economia a riscrivere la legge di stabilità, firmata proprio ieri dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano? “Assolutamente no”, dice al Foglio Enrico Morando, viceministro dell’Economia. Se la pubblicazione della lettera “è stata decisa dal governo per evitare il solito tourbillon di illazioni”, è pur vero che “essa non contiene novità rispetto a quanto avevamo annunciato”. Ma una domanda c’è: come può l’Italia giustificare un aggiustamento strutturale dei conti verso il pareggio di 0,1 punti di pil invece che di 0,5 punti? La risposta è duplice, secondo Morando: “Primo, la congiuntura è peggiore del previsto. Siamo ancora in piena recessione e adottare ulteriori misure restrittive di politica fiscale ci penalizzerebbe. Secondo: come i trattati prevedono, stiamo attuando riforme strutturali che necessitano di risorse aggiuntive per essere portate a termine”.

 

La riforma del mercato del lavoro e quella dell’istruzione (“in via d’attuazione, non solo annunciate in un comizio”, precisa Morando) sono le due riforme che necessitano di maggiori risorse fiscali, anche a costo di sottrarle all’unico obiettivo della stretta sui conti pubblici. “Per il lavoro è necessario puntare ad ammortizzatori sociali tendenzialmente universali, cosa che facciamo nella manovra – dice il viceministro dell’Economia, Enrico Morando – Inoltre, come la stessa Commissione Ue ci chiede da anni nelle sue raccomandazioni, è necessario pure ridurre i costi del lavoro per impresa e dipendente, discorso che avviamo con il taglio dell’Irap e dei contributi sui nuovi assunti, così da incentivare assunzioni stabili”. Poi si giustifica l’esborso di maggiori risorse per la scuola e per il credito d’imposta per spese in ricerca e sviluppo. Questa la linea ufficiale di “difesa” rispetto a Bruxelles. Morando è ottimista sull’esito finale: “Ci discostiamo da un obiettivo, ma non cambiamo direzione. Quelli italiani non sono argomenti capziosi”. A riprova di ciò, ieri è arrivato un assist di non poco conto dalla Banca d’Italia sull’incremento deliberato del rapporto deficit/pil fino al 2,9 per cento: “Data l’eccezionale durata e profondità della recessione, le scelte del governo appaiono motivate – ha scritto Palazzo Koch nel Bollettino di ottobre – Un più graduale processo di riequilibrio può aiutare a evitare una spirale recessiva della domanda”.

 

Inoltre Via XX Settembre, in maniera appena più sotterranea, sta tentando da settimane di dimostrare che il calcolo del “pil potenziale” fatto a Bruxelles, a partire dal quale si misura l’aggiustamento fiscale necessario per il pareggio di bilancio, penalizza Roma. Infine, c’è l’ultima linea di resistenza, nel caso che una piccola correzione dei saldi fosse comunque richiesta: “Stiamo discutendo di 2 miliardi di differenza. Noi possiamo metterli anche domattina, su una manovra da 36 miliardi e su un bilancio di 800 miliardi”, ha detto ieri Renzi. 

 

[**Video_box_2**]Il giudizio europeo conta, ma non c’è soltanto quello. Via via che i contorni della manovra si sono andati precisando, non sono mancate le critiche. Nella mattinata di ieri addirittura circolavano voci di “dimissioni rientrate” del capo economista del Mef, Lorenzo Codogno, fin dalla primavera più pessimista di Palazzo Chigi sull’andamento del pil, voci subito smentite al Foglio dal Mef. Soprattutto, sono emerse critiche di metodo come quelle messe in fila ieri, in un’intervista a questo giornale, da Corrado Passera, ex ministro e animatore del movimento Italia Unica. Di fondo c’è poca enfasi sulla riduzione della spesa pubblica, dice Passera: “In questi ultimi anni la spesa primaria corrente dello stato è già stata ridotta. Ma noi la riduciamo ancora, garantendoci coperture per circa 11,5 miliardi con maggiore deficit e per 15 miliardi con minori spese. Poi, se si guarda solo al Def, per ragioni contabili gli 80 euro in busta paga per i redditi più bassi compaiono come maggiore spesa. Ma questo cambierà”. Sulle risorse da limare alle regioni, circa 4 miliardi di euro, che assomiglierebbero a tagli lineari, Morando replica: “I risparmi saranno realizzati sulla base di proposte che le stesse regioni avanzeranno. E la legislazione sui fabbisogni standard in gran parte già esiste, permettendo di ridurre le uscite lì dove è più necessario. In definitiva, niente tagli lineari”. A proposito di tasse, il governo approva oggi l’eliminazione della componente lavoro dalla base imponibile dell’Irap, per un costo di 6,5 miliardi, ma allo stesso tempo torna indietro sull’abbassamento dell’aliquota deciso qualche mese fa dallo stesso governo e dal valore di 3 miliardi: “Il taglio dell’aliquota era solo una misura di avvicinamento all’obiettivo che oggi raggiungiamo e che è sempre stato da tutti condiviso, come saprà Passera e non solo: eliminare l’aspetto che più fa dell’Irap una tassa nemica del lavoro”, conclude Morando prima di tornare a lavorare alla redazione di una prima risposta ufficiale a Bruxelles.