Yoram Gutgeld, deputato del Pd

Il sarto di Chigi

Claudio Cerasa

Prego, da questa parte. La scena ovviamente va presa per quella che è, ma in piccolo offre una sintesi perfetta di un preciso tratto culturale del renzismo: di quell’insieme fatto di gravità e leggerezza, cazzeggio e consenso, incoscienza e popolarità. Siamo a Roma. Il cronista ha appuntamento con la mente economica di Matteo Renzi, con Yoram Gutgeld, deputato del Pd.

Roma. Prego, da questa parte. La scena ovviamente va presa per quella che è, ma in piccolo offre una sintesi perfetta di un preciso tratto culturale del renzismo: di quell’insieme fatto di gravità e leggerezza, cazzeggio e consenso, incoscienza e popolarità. Siamo a Roma, è mercoledì 22 ottobre, primo piano di Palazzo Chigi. Il cronista ha appuntamento con la mente economica di Matteo Renzi, con c, deputato del Pd, consigliere del presidente del Consiglio, il sarto del renzismo, l’inventore della formula degli ottanta euro, il nuovo teorico della spending review, uno dei pochi volti del governo Leopolda a essere accettato a Palazzo Chigi nonostante un accento fiorentino non ancora perfettamente calibrato. Gutgeld ci riceve intorno alle 17, passa di fronte alla stanza di Luca Lotti, supera l’ascensore accanto al commesso, gira a destra e ci accompagna nella sua stanza. Prego, da questa parte. Gutgeld apre gentilmente la porta del suo ufficio, invita ad accomodarsi, il cronista accende la luce e scopre che il consigliere di Renzi ha confuso un ufficio di un altro collega, praticamente abbandonato, con quello suo. Gutgeld si accorge dell’errore e con un sorriso si scusa con il cronista: “Ti devo dire la verità, in quest’ufficio non ci sono quasi mai, qui lavoriamo in un modo un po’ particolare: siediti che ti spiego”.

 

La seconda stanza in cui Gutgeld fa accomodare il cronista è quella giusta e il consigliere del premier, che è uomo pungente e di spirito, parte dalla piccola gaffe per spiegare qualcosa in più su un governo, quello guidato da Renzi, che lui ha visto nascere non il 22 febbraio del 2014, giorno del giuramento del segretario del Pd, ma due anni prima. Ai tempi della Leopolda 2012. Della campagna elettorale contro Bersani. Quando Gutgeld contribuì a scrivere il programma di Renzi (gli 80 euro allora erano 100) e quando con Renzi iniziò un percorso che ha sempre avuto un senso, secondo Gutgeld. “Non c’è nulla di casuale in quello che vedete. C’è un filo. Chi ci conosce sa che torna tutto”.

 

“Il programma che stiamo mettendo in pratica oggi – dice Gutgeld – non è improvvisato ma è nato due anni fa: oggi stiamo solo cogliendo i frutti. Stiamo mettendo insieme i fili. Prego, da questa parte”.

 

Con Gutgeld discutiamo del metodo Renzi, del metodo di questo governo, sfioriamo il tema della legge di stabilità, dei programmi del prossimo anno ma la nostra conversazione comincia con una definizione quasi matematica. Di cosa è fatto il governo Renzi? Con Gutgeld ci avventuriamo in una formula: sessanta per cento impatto reale delle riforme, trenta per cento psicologia, dieci per cento equilibri politici. “Ci sono tre grandi direttrici da prendere in considerazione per capire bene il senso di questo governo e le vorrei riassumere così: equità, semplicità, trasparenza. Non sono slogan: possono piacere o no ma sono questi gli assi intorno ai quali ruotano i nostri provvedimenti. Equità e trasparenza si spiegano da sole, sulla semplicità mi piacerebbe spendere qualche parola. Fare qualcosa di semplice significa fare qualcosa che possa essere capito da tutti e non c’è riforma efficace se la riforma non viene compresa da tutti e non ha un impatto anche dal punto di vista emotivo. Gli ottanta euro sono una formula perfetta perché tutti capiscono cosa significa. Non è una detrazione, una sottrazione, è un’addizione: è qualcosa che avrai e che invece non avevi. Ci dicono spesso che questo governo avrebbe il vizio di giocare troppo con la comunicazione. Consiglio ai critici di andarsi a rileggere gli scritti di uno psicologo israeliano di cui vado pazzo, Daniel Kahneman, che nel 2002 vinse insieme con Vernon Smith il premio Nobel per l’Economia, con alcuni test fantastici: ci dimostrano come la psicologia abbia un impatto cruciale nell’economia reale e come il livello di fiducia dei consumatori sia spesso un elemento irrazionale, che va stimolato anche con le parole, le promesse, le riforme. Dare 80 euro, da questo punto di vista, è un messaggio insieme equo, semplice e trasparente: i consumatori e gli elettori lo capiscono e prima o poi ci daranno la loro fiducia, e torneranno a spendere i soldi che per ora hanno deciso di tenere in tasca. Tagliare la componente lavoro sull’Irap e caricare sulle spalle dello stato il costo dei contributi è anche questo un messaggio chiaro: le aziende lo capiranno. Abbiamo previsto gli incentivi per 850 mila posti di lavoro, ma se saranno di più, ce lo auguriamo, potremo soddisfare tutte le richieste. In molti mi chiedono perché abbiamo fatto questa operazione di incentivazione solo adesso e non ad aprile. Semplice: perché prima serviva il Jobs Act. Perché il nostro obiettivo non è solo incentivare nuovi posti di lavoro ma spingere anche per la stabilizzazione dei precari”.

 

“Abolire del tutto l’Irap costerebbe ancora 16 miliardi di euro ma se dovessimo avere 16 miliardi disponibili sarebbe più sensato destinarli per una ulteriore riduzione del costo del lavoro, cioè riducendo per esempio i contributi previdenziali e riducendo ulteriormente l’Irpef: potrebbe essere una strada equa. Vorrei però far notare, sennò sono solo chiacchiere, che rispetto a nove mesi fa oggi un’azienda che paga a un lavoratore uno stipendio di 1.200 euro netti si trova in questa situazione. Quella persona, a febbraio, costava circa 2.200 euro all’azienda. Oggi quella persona, tra bonus Irpef e anticipo del tfr, è passata a guadagnare potenzialmente 1.350 euro. E l’azienda, con il taglio Irap e la decontribuzione, si ritrova a pagare per quella persona circa 1.650 euro. Spero ci si renda conto di cosa stiamo parlando”. Facciamo notare a Gutgeld che però i numeri dicono un’altra cosa e stando al Def nei prossimi anni la stima sul calo della pressione fiscale è piuttosto irrisoria: -0,1 per cento. “Sono numeri che sviano. Gli ottanta euro, per questioni di definizioni Eurostat, sono conteggiati come se fossero un aumento di spesa, quando evidentemente non lo sono: sono una diminuzione delle tasse, lo capisce anche un bambino. Ai professoroni che ci criticano guardando questi numeri io dico: aprite gli occhi, per la prima volta c’è un governo che sta abbassando le tasse, che lo fa con una logica, che promette di abbassarle ancora, e che sta dando alle aziende la possibilità non di licenziare più facilmente ma di assumere più facilmente. Questa per me si chiama equità. E’ un concetto di sinistra. E la stessa sinistra che oggi ci critica è una sinistra che negli ultimi vent’anni, di questo concetto, ha parlato molto ma fatto poco”.

 

La sinistra, già. Gutgeld – che nel mondo renziano è uno di quelli convinti che la percezione del “Renzi di destra” sia stata forse più legata ad alcuni personaggi che hanno partecipato alle prime Leopolde facilmente identificabili con il pensiero conservatore – sostiene che sabato, con la Cgil in piazza nello stesso giorno in cui Firenze ospiterà la Leopolda renziana, sarà possibile osservare in modo distinto due modi diversi di pensare alla sinistra: “Da una parte, a Firenze, ci sarà una sinistra che vuole cambiare, dall’altra parte, e lo dico con rammarico, ci sarà una sinistra che invece, di cambiare, non ne vuole sentire”. Gutgeld, poi, sostiene anche che appoggiare la Leopolda, per chi crede nel progetto di Renzi, è quasi un dovere morale – “la Leopolda, per il Pd, è come una lepre nelle gare di atletica: la lepre, all’inizio della gara, corre più veloce degli altri corridori, e stimola gli atleti ad andare più veloci. La Leopolda, oggi, ha ancora questo senso, e senza questo spirito oggi il Pd sarebbe ancora al 25 per cento”. Gutgeld, andando avanti nel suo discorso, discorso che parola dopo parola porta il cronista a ragionare su un fatto importante dell’èra Renzi, ovvero sull’inevitabile accentramento a Palazzo Chigi di alcuni importanti dossier economici del governo (fino a ieri, per dirne una, il commissario alla revisione della spesa pubblica era un dipendente del Mef, oggi la spesa pubblica è alle dipendenze di Chigi), fa un passo in avanti e aggiunge un dettaglio significativo per capire come e quando le tre direttrici del renzismo dovranno essere combinate bene l’una con l’altra per far funzionare il motore del governo Leopolda. Un momento particolare: quando nei prossimi mesi potrebbero spuntare – tra lotta all’evasione fiscale, piano di 300 miliardi di Juncker, Project bond, tagli alla spesa – nuovi soldi da spendere. Sia sul fronte spending review, dossier che Gutgeld ha ereditato da Carlo Cottarelli. Sia sul fronte europeo (c’è in ballo il piano Juncker). Sia sul fronte delle privatizzazioni (entro fine anno il governo ha promesso di mettere in vendita il 5 per cento di Eni ed Enel). Dice Gutgeld: “Sono convinto che i soldi che si riusciranno a raccogliere, anche in Europa, andranno destinati ad alcuni tipi di investimenti precisi. Meno tratti ferroviari di lungo raggio, più piani di viabilità nei centri urbani, piano contro il dissesto idrogeologico, turismo, infrastrutture di base. In questo contesto, poi, voglio dire che la spending review sarà cruciale perché tagliare non significa necessariamente fare dei sacrifici ma significa anche rendere alcuni settori più produttivi. Per quanto mi riguarda sono orgoglioso di essere vicino a un governo che per la prima volta nella storia applicherà ai comuni i famosi costi standard e che per la prima volta, succederà all’inizio del prossimo anno, metterà online i dati dei comuni e delle regioni in modo che i cittadini possano giudicare se le tasse locali servono per più servizi o per coprire sprechi”. La spending review, già. Il predecessore di Gutgeld, Carlo Cottarelli, in questi giorni ha ripetuto con insistenza che i ministeri non hanno mai messo a disposizione del commissario i documenti necessari per portare avanti un piano ambizioso di revisione della spesa. Gutgeld, a sorpresa, smentisce però che ci siano burocrati capaci di ostacolare il percorso del governo e offre un punto di vista interessante: “Devo dire la verità: a volte cucire il tutto è complicato, per comporre un vestito occorre molta pazienza, molta flessibilità, molta diplomazia ma problemi veri non esistono: i tecnici del Mef, a partire dalla Ragioneria generale dello stato, sono con noi, i ministeri lavorano bene e alla fine dobbiamo ammettere che il principio è semplice: se una cosa la si vuole fare, quella cosa si fa. Non ci sono ostacoli. Dipende tutto da noi. Questo è un bene, ovviamente, ma è anche una notevole responsabilità”. Gutgeld dice di non essere in grado di poter formulare oggi una stima precisa rispetto alla progressione con cui il governo taglierà la spesa pubblica nei prossimi anni (“non credete alle cifre che girano, sul tema ragioneremo quando sarà il caso, posso dire che ci sarà una progressione e che nulla verrà risparmiato”); confessa che la manovra da 32 miliardi che ha stupito tutti è una manovra che il governo ha messo appunto non all’improvviso ma già alla fine di agosto, “e l’unica novità rispetto al nostro testo iniziale sono gli 11 miliardi di euro in più a disposizione frutto della flessibilità esercitata sul nostro deficit”; dice (spiegando anche il piccolo siparietto iniziale) di non utilizzare troppo il suo ufficio perché con Matteo si lavora così, senza punti di riferimento, spesso stando al telefono, spesso nelle sue stanze, spesso stando tutti in gruppo, di sicuro non da un ufficio all’altro; e infine accetta di addentrarsi in un tema che in questi mesi di governo Renzi ha scelto di non affrontare fino in fondo: la Fiat.

 

[**Video_box_2**]Il cronista ricorda a Gutgeld che nella penultima direzione del Pd fatta da Renzi prima di lanciare la sua corsa a Palazzo Chigi (gennaio) l’allora segretario del Pd si mostrò molto critico nei confronti della Fiat (oggi, si sa, il rapporto è diverso) arrivando al punto di rimproverare Enrico Letta per non aver avuto nulla da dire quando l’azienda guidata da Sergio Marchionne decise di spostare fuori dall’Italia la sua sede fiscale. Chiediamo a Gutgeld: dal punto di vista economico è giusto o no che il governo si preoccupi di declinare la sua politica industriale anche stando attento a preservare la nazionalità di alcuni campioni nazionali? E’ giusto o no che alcune aziende ritenute strategiche vengano tutelate dalle mani straniere, come ha fatto in passato un governo non proprio statalista, come quello inglese di David Cameron, che, anche a costo di andare contro il mercato, ha difeso AstraZeneca dall’offerta americana di Pfizer? Dice Gutgeld: “L’italianità delle aziende è stata per troppi anni un feticcio dietro il quale il nostro paese ha nascosto un suo preciso modo di essere conservatore. Un paese che è in grado di attrarre capitali e capitalisti stranieri è un paese in salute. Lo stesso discorso vale per Fiat, o meglio per Fca. Non mi interessa dove sia la sede dell’azienda. Mi interessa che quell’azienda investa in Italia. E credo che anche questo, a proposito di semplicità, sia un punto importante da far capire a quegli imprenditori che hanno intenzione di investire nel nostro paese”. Il nostro tempo con Gutgeld finisce ma prima non posso non chiedere un’ultima cosa. Poco economica, molto politica: fino a quando regge questo governo? Gutgeld, rivendicando il suo dottorato in Logica, prova a fare un discorso lineare. Non di previsione, solo di logica, appunto. “Leggo quello che scrivete e leggo che molti di voi pensano che questo governo durerà meno di quello che si crede. Non credo sia così. A Palazzo Chigi si lavora bene. La maggioranza è più forte di quello che si pensa. Ostacoli non ce ne sono. Avversari non ne parliamo. Io vedo un quadro politico stabile. E dovendo mettere questo quadro politico in rapporto con il carattere di Renzi la metterei così: il governo andrà avanti più di quanto pensiate ma non essendo un governo simile a quello precedente non potrà permettersi di galleggiare, e sono convinto che Matteo prenderebbe in esame il piano B, ovvero il voto, solo nel momento in cui dovesse sentirsi in questo stato. Solo in quel caso. Ma fidatevi. Fidatevi della logica: non succederà”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.