Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Piano segreto del governo su investimenti, imprese e fisco

Claudio Cerasa

Il Foglio è entrato in possesso di un documento riservato redatto da quattro economisti legati al governo che verrà presentato ufficialmente nelle prossime settimane.

Roma. Tre sì: fisco, investimenti e sviluppo industriale. Un no: alla richiesta di un sostegno all’export per le imprese come suggerito da Sergio Marchionne. Il Foglio è entrato in possesso di un documento riservato redatto da quattro economisti legati al governo che verrà presentato ufficialmente nelle prossime settimane e che avrà un peso importante all’interno della politica industriale dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi. Al documento ha lavorato una squadra trasversale e inter-ministeriale formata da quattro tecnici legati al ministero del Tesoro, al ministero dello Sviluppo e al Dipartimento economico di Palazzo Chigi: Fabrizio Pagani, capo di gabinetto del Mef; Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del Mise; Stefano Scalera, consigliere del ministro dell’Economia; Carlotta de Franceschi, ex responsabile per la finanza pubblica in Italia di Credit Suisse e oggi nella squadra degli economisti guidati da Yoram Gutgeld a Palazzo Chigi. Il succo del documento, il cui contenuto sarà collegato alla prossima legge di stabilità che il governo dovrà presentare entro il 15 ottobre (sarà di 20 miliardi, ma poco meno di 10 saranno ricavati dal taglio alla spesa pubblica), è riassumibile in due pacchetti. Il primo riguarda un piano di defiscalizzazione degli investimenti (“Industrial compact”). Il secondo riguarda un tema più delicato riassumibile nell’espressione “lotta agli eccessi della repressione fiscale”. Il primo punto è quello più complicato ma forse più importante ed è un possibile progresso rispetto a una precedente legge introdotta dal governo Letta. Si tratta di un rifinanziamento della legge sul credito di imposta la cui dotazione verrà portata dagli attuali 200 milioni a 500 milioni di euro, con estensione dell’arco temporale dell’agevolazione a 5 anni (prima erano tre). Costo dell’operazione: 2,5 miliardi di euro. Senso dell’operazione: le spese in ricerca e sviluppo fatte dalle imprese verranno defiscalizzate al 50 per cento fino a un massimo di compensazione per ogni impresa pari a 10 milioni di euro.

 

Accanto a questa operazione il quartetto ha inserito nella proposta altri due meccanismi di defiscalizzazione. Meccanismo numero uno: “Misure dedicate alla crescita dimensionale delle imprese, per favorire aggregazioni e acquisizioni attraverso la defiscalizzazione delle operazioni” (in sostanza incentivi per le imprese che vogliono aggregarsi e allargarsi e che finora si sono trattenute per evitare di ritrovarsi con un’eccessiva tassazione sulle proprie plusvalenze). Meccanismo numero due: “introduzione di un regime opzionale di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzazione dei beni immateriali”. Si tratta del famoso “Patent box”: un meccanismo di sostegno ai brevetti che darebbe la possibilità a chiunque guadagni da un proprio brevetto di veder defiscalizzato al 50 per cento l’ammontare del reddito generato dallo sfruttamento di quel brevetto (l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa a non avere un piano di defiscalizzazione su questo campo e il risultato è che molti brevetti italiani vengono registrati in Gran Bretagna, in Lussemburgo, in Spagna, in Portogallo, in Belgio e in altri paesi dove esiste una normativa più ospitale). Fisco e brevetti. Ma nel dossier c’è qualcosa di più.

 

Tra i testi del documento risulta anche un piano di rifinanziamento del fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese e viene annunciata una riforma del settore: “incrementando l’attuale grado di copertura”, “favorendo la cartolarizzazione di portafogli più rischiosi”, “incentivando l’ingresso di operatori più piccoli” e coinvolgendo nell’operazione anche la Bce (alla quale potrebbe essere affidata una parte della cartolarizzazione, ma solo per le tranche più sicure). Ma l’aspetto più interessante e sul quale vale la pena di spendere qualche riga riguarda il secondo punto del progetto: quello relativo agli eccessi della repressione fiscale. Progetto che non è ancora una proposta ufficiale ma che è un tema che verrà sottoposto al presidente del Consiglio e che non dispiace al dipartimento economico di Palazzo Chigi. L’idea è quella di mettere in campo alcuni interventi di lotta al fisco ingiusto per convincere anche l’opinione pubblica che questo governo ha un approccio diverso sul tema della fiscalità. Nulla a che vedere con una nuova riduzione dell’Irap o dell’Irpef (anche se la Legge di stabilità dovrebbe contenere una diminuzione della tassazione sulle imprese) ma tutto invece è legato a due tasse che i tecnici della squadra di governo stanno ragionando se abolire o no. Sui punti c’è ancora discussione, non tutte le idee sono convergenti ma l’idea è questa.

 

[**Video_box_2**]Da un lato proporre di uscire dal circolo dei paesi che hanno aderito alla Tobin tax (tassa sulle transazioni finanziarie in vigore in Italia dal primo marzo 2013 che ha avuto l’effetto di far crollare le contrattazioni finanziarie: meno 62 per cento tra la primavera del 2012 e il novembre 2013). Dall’altro proporre di fare una marcia indietro definitiva rispetto al super bollo auto, per evitare che gli eccessi di fiscalità sulle automobili possano far crollare ulteriormente le immatricolazioni come accaduto nell’universo della nautica (Monti nel 2012 alzò le tasse sulla nautica da diporto prevedendo di incassare almeno 120 milioni di euro in un anno ma l’aumento della tassazione ebbe l’effetto di dimezzare il fatturato del settore e di far incassare allo stato solo 25 milioni). Nel documento nessuna traccia invece di possibili sostegni all’export per le imprese. Marchionne ha detto di aspettarsi dal governo “misure a sostegno dell’export, come quella di togliere l’Irap sulle esportazioni aggiuntive”. Ma sulla linea degli aiuti di stato, anche per evitare scivoloni incostituzionali, la linea del governo al momento è no. Sempre che poi il potere seduttivo di Marchionne non riesca in extremis a conquistare qualche concessione al governo Leopolda.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.