Un momento della seduta di ieri, durante il discorso di Matteo Renzi (Foto LaPresse)

Fatica senza lavoro e ozio senza riposo, così è l'Aula che vota in segreto

Salvatore Merlo

Il patto del Nazareno vacilla, il governo traballa? Balle, è storia eterna del cosmo nascosto della politica.

Ci sono momenti in cui nell’attività parlamentare tutto è congettura, speranza, rappresentazione opinabile. “Il patto del Nazareno non scricchiola affatto”, sorride Anna Maria Bernini, e Luigi Zanda sbuffa, ché si vota ormai da dieci giorni, o quasi, e a Montecitorio l’esercizio risulta un po’ vano nella dissipazione incorporea dei numeri, delle assenze, dei calcoli che non tornano, dei giochi di prestigio, delle furberie acrobatiche nel buio dell’urna posta ai piedi della presidenza della Camera. Eppure non è un dramma. Fatica senza lavoro, ozio senza riposo, sì, “ma niente di nuovo. Queste elezioni per gli organismi costituzionali sono un singhiozzo da sempre, purtroppo, sin dall’inizio della Repubblica”, mormora Fabrizio Cicchitto, lui che per età, per esperienza, per biografia, è quasi un emerito della politica italiana. Dunque “nemmeno la vita del governo scricchiola”, s’innervosisce Roberto Speranza, che incarna invece l’ottimismo giovanile del tempo renziano, “figurarsi, ma dài”. Nel 2002 Marco Pannella dovette consegnarsi a uno dei suoi scioperi della fame perché il Parlamento, in diciotto mesi, non era riuscito a nominare i giudici di quella Corte costituzionale che pure da anni lui stesso chiamava “la somma cupola della partitocrazia”. E insomma, oggi, mentre l’Aula di Montecitorio si riempie ancora una volta di deputati e senatori per la seduta comune, per il voto a scrutinio segreto, per eleggere, finalmente, Luciano Violante e Donato Bruno alla Consulta, mentre il Parlamento sembra risolversi in un unico, corale sforzo fisico e di nervi, gli uomini e le donne del Pd e di Forza Italia, di Ncd e del centro, della maggioranza e della strana opposizione guidata da Berlusconi, fanno spallucce, si arrabbiano, scorrono sornioni i titoli dei giornali, anche il fondo ammonitorio del Corriere della Sera, quello di Michele Ainis: “Scherzare con il fuoco. Quando le Camere non decidono”.

 

Ma le Camere, dicono i parlamentari, non decidono oggi come non decidevano ieri, nel gioco contorto delle elezioni a scrutinio segreto. E già trent’anni fa, a Palermo, nell’ambiguità elusiva del Palazzo, Salvo Lima si rivolgeva così ai suoi deputati regionali: “Picciotti, mi raccomando. Lo scrutinio è segreto. L’importante però è non sbagliare”. E nel 1964 non si riusciva a eleggere il presidente della Repubblica. Tra strepiti sonnacchiosi, stiramenti e sbadigli, si dovette ricorrere alla cosiddetta “seduta fiume”, alla “maratona”, si votò a oltranza, con deputati e senatori precettati a Roma, per giorni, decine di votazioni, un triste Natale, con l’alberello alla bouvette e la gente fuori convinta che in Aula la stessero a fare tanto lunga per via di un gettone di presenza da cinquantamila lire. Alla fine ce la fece Saragat.

 

[**Video_box_2**]E insomma tutto cambia e nulla cambia, e i governi, in sessant’anni di Repubblica, malgrado l’asma prolungata delle votazioni incerte e infinite, hanno avuto la loro vita più o meno agitata, le maggioranze si sono sempre fatte e disfatte, le leggi sono state approvate, emendate, pasticciate, e insomma le ventisette legislature hanno vissuto e sono morte, qualcuna più qualcuna meno dignitosamente, malgrado il languore oscuro dei franchi tiratori, malgrado la crudeltà dei tradimenti, l’esercizio dilatorio delle promesse e delle bugie all’ombra di un voto che per sua natura non contiene mai scatti virtuosi ma è nascosto, segreto, in un cosmo in cui nascondigli e segreti non proteggono certo moralità e lealtà. Nel 1971 il Parlamento riuscì a eleggere Giovanni Leone al Quirinale soltanto dopo ventitré estenuanti votazioni. Mentre nel 1992 soltanto la tragedia e il sangue di Capaci sciacquarono via la torpida carambola di Palazzo, dopo sedici votazioni fu eletto Oscar Luigi Scalfaro. E Carlo Bo, senatore a vita, in quei giorni opachi, quando Forlani e Andreotti si combattevano senza mai fronteggiarsi apertamente, disse che a Montecitorio gli era sembrato di assistere alla scena dell’assalto ai forni nei “Promessi Sposi”. E insomma l’Italia è il paese di Machiavelli e dei ribaltoni nazionali e internazionali, dei cambiamenti di alleanza sia in guerra e sia in pace, e anche nell’Aula di Montecitorio, intorno alla piccola urna che raccoglie le anonime schede, da sempre ciascuno accende una trattativa personale, un garbuglio che corrisponde a un interesse, a un calcolo, a una furbizia e a una speranza. Niente di nuovo, appunto.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.