Matteo Renzi durante l'informativa alla Camera (Foto LaPresse)

Nel frigorifero del governo

Così Renzi si traveste da Schröder e rottama la sindrome da Letta bis

Claudio Cerasa

Ieri mattina Matteo Renzi ha aperto il frigorifero del governo, ha mostrato le scorte di cibo accatastate negli scaffali, ha spiegato quali sono i piatti che nei prossimi mille giorni dovranno uscire dalla cucina di Palazzo Chigi.

Roma. Ieri mattina Matteo Renzi ha aperto il frigorifero del governo, ha mostrato le scorte di cibo accatastate negli scaffali, ha spiegato quali sono i piatti che nei prossimi mille giorni dovranno uscire dalla cucina di Palazzo Chigi e alla fine, con un discorso fluido, ben articolato, con qualche lacuna, buone citazioni, non perfetto ma distante anni luce dalle soporifere frasi appiccicate a fatica l’una con l’altra pronunciate all’inizio del mandato, il presidente del Consiglio ha seguito il consiglio di Sergio Marchionne (Matteo, non fare il vago, dicci le tue priorità) e ha spiegato che il cuore dell’esperienza del governo è legato a due questioni cruciali: mercato del lavoro (sul quale ha detto di essere disposto a intervenire anche con un decreto se il Parlamento tergiverserà troppo sul disegno di legge delega) e la giustizia (tema sul quale il segretario ha manifestato tutta la sua visione garantista ribadendo che non basta un’indagine, o una citofonatina dei magistrati a un qualche giornale, per considerare un indagato condannato o per far cambiare al governo la sua politica industriale – vedi il caso Eni). Renzi non è sceso nello specifico, ha adottato la tecnica del patchwork (metto insieme una serie di spunti di buon senso senza spiegare come li farò ma sapendo che il solo dire “li farò” darà l’impressione di averle quasi già fatte quelle cose lì) ma la cornice offerta prima ai deputati e ai senatori appare corretta ed è simile a quella suggerita su questo giornale dal sindaco di Firenze Dario Nardella: viviamo una fase storica, una fase in cui ci sono pochi nemici, in cui il paese è dalla nostra parte e in cui, per questo, bisogna osare e muoversi anche sfidando i sondaggi. E’ il modello Schröder 2003, è l’idea di utilizzare il consenso come un mezzo e non come un fine, è l’idea di non confondere la politica dei mille giorni con la politica dei mille piedi. E anche se chiedere a Matteo Renzi di governare senza pensare troppo alla popolarità è come chiedere ad alcuni politici di passare le serate in un cineforum specializzato in pellicole bielorusse piuttosto che in un ottimo locale di burlesque non si può dire che il discorso di Renzi non abbia avuto un suo effetto. Sinistra ultra sindacalizzata del Pd in rivolta – e, se proprio di modello Schröder dobbiamo parlare, Renzi non dovrebbe aver paura di sacrificare i potenziali Oskar Lafontaine del Pd. Riformisti non solo del Pd pronti a stappare spumanti – ieri Renzi, parlando di mercato del lavoro e di apartheid dei lavoratori, ha usato lo stesso lessico utilizzato durante le primarie del 2012, quando a suggerirgli la politica economica era il giuslavorista Pietro Ichino, grande sostenitore dell’abolizione dell’articolo 18. Magistrati in tenuta anti sommossa – “Basta slogan, basta dichiarazioni di intenti, le riforme di Renzi finora sono molto deludenti”.

 

E un senso generale di lieve precarietà indotto da una dichiarazione solo apparentemente simbolica del premier: “Abbiamo la responsabilità di indicarvi un orizzonte per il paese e vi proponiamo di utilizzare come scadenza della legislatura quella naturale. Non abbiamo paura di confrontarci con gli italiani”. In altre parole, Renzi conferma che, legge elettorale o non legge elettorale, il governo non commetterà lo stesso errore commesso dal suo predecessore, Enrico Letta, e che se questo Parlamento non riuscirà a declinare in modo soddisfacente la politica dell’esecutivo, beh, il segretario del Pd non ci penserà due volte ad andare a votare (sottinteso: anche a costo di tornare alle urne con questa legge elettorale, ma con la certezza di avere quanto meno un nuovo gruppo parlamentare nella prossima legislatura capace di comprendere senza fraintendimenti l’accento fiorentino). I sostenitori della teorica del complotto dicono che il discorso di ieri di Renzi va letto anche seguendo questa logica – la logica elettoralistica di chi mostra tutto il frigorifero pieno e di chi è pronto a dire da un momento all’altro con questi cuochi non si può cucinare e a questo punto, piuttosto che servire una minestra riscaldata, meglio cercare altri bravi ragazzi da piazzare ai fornelli (e ovviamente, visto mai, nella nuova segreteria unitaria del Pd Renzi si è tenuto stretto il ruolo di responsabile organizzazione, affidato all’ultra renziano e vicesegretario Guerini). In cuor suo, in realtà, Renzi pensa sia meglio, molto meglio, governare con il mite e disciplinato Angelino Alfano che con il complicato e disordinato Nichi Vendola. E i mille giorni, certo, forse sono un obiettivo esagerato. Ma ciò che non è esagerato dire è che sarà proprio sul terreno della riforma del Lavoro che si capirà se sugli scaffali del governo Renzi esistono gli ingredienti giusti per trasformare il giovane governo Leopolda in un piccolo governo Schröder.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.