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Di apocalisse in apocalisse

C’è qualcosa che non torna. Il 24 settembre del 2007, il segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki-moon spiegava che "se non agiamo adesso, le conseguenze dei cambiamenti climatici saranno devastanti”. Fallito il raggiungimento di quell’obiettivo, ora l'Onu punta a un accordo sulle emissioni che entrerà  in vigore un nuovo accordo dal 2020. Tredici anni dopo quel “act now”.

14 Settembre 2014 alle 06:30

Di apocalisse in apocalisse

foto AP

“Esistono cinque categorie di bugie; la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale”

George Bernard Shaw

 

C’è qualcosa che non torna. Il 24 settembre del 2007, il segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki-moon radunava a New York 80 rappresentanti di diversi paesi da tutto il mondo e spiegava loro in breve che “ormai sappiamo abbastanza per potere agire. Se non agiamo adesso, le conseguenze dei cambiamenti climatici saranno devastanti”. Erano i mesi in cui Al Gore vinceva il premio Nobel per la Pace grazie al suo impegno nella battaglia contro il riscaldamento globale e a un film sulle conseguenze e le cause dei cambiamenti climatici che pochi anni dopo sarebbe stato vietato nelle scuole inglesi per il tasso troppo alto di imprecisioni scientifiche. Anche l’ex vicepresidente americano era solito usare le stesse parole di Ban Ki-moon: “Act now”, agiamo adesso. O sarà troppo tardi. L’uomo, il grande colpevole dell’innalzamento delle temperature globali (giravano certi grafici, allora, che solo a vederli si cominciava a sudare) doveva immediatamente fare qualcosa per impedire al mondo di bruciare. Quello slogan, “Act now”, divenne così la parola d’ordine di una generazione: canzoni, film, libri e manifestazioni scandivano quelle due parole come se davvero non ci fosse più tempo da perdere. Non era la prima volta che si usava, ma il 2007 fu l’anno di massimo spolvero per il movimento volgarmente detto catastrofista, per quella corrente di pensiero cioè che pensa che l’uomo, producendo più emissioni di CO2 rispetto al passato, stia danneggiando irrimediabilmente l’atmosfera terrestre, influenzandone il clima. Non erano discorsi nuovi, ma fino ad allora avevano trovato poco spazio sui media. “Effetto serra” faceva un po’ troppo anni Novanta, serviva qualcosa di più chiaro e spaventoso. Il “global warming” era perfetto, anche perché si applicava benissimo a qualsiasi evento naturale di buon impatto mediatico: si stacca, come normale nei mesi estivi, un iceberg dall’Antartide? E’ il global warming. Crolla un pezzo di Dolomiti (cosa ancora più normale, se così non fosse non sarebbero la meraviglia di montagne che sono)? E’ colpa del global warming. Fa caldo ad agosto? E’ il global warming. Non nevica come una volta? E’ colpa del global warming. Non ci sono più le mezze stagioni? Sempre global warming è.

 

Effettivamente in quegli anni la media globale delle temperature stava aumentando anno dopo anno, ma il fatto che appena trent’anni prima le temperature in ribasso avessero fatto gridare molti all’imminente arrivo di una piccola èra glaciale non servì da lezione. L’opinione pubblica venne convinta che il riscaldamento globale non si sarebbe più arrestato, e che se non avessimo smesso subito di produrre CO2 in eccesso saremmo morti a causa degli sconvolgimenti climatici da noi stessi generati nel giro di pochi decenni. Campagne educative nelle scuole, martellamento mediatico e disprezzo per chi opponeva dubbi scientificamente fondati trasformarono la battaglia al global warming in religione (molti avevano finalmente uno scopo buono nella vita, da raggiungere attraverso riti di purificazione e gesti salvifici insegnati dai nuovi sacerdoti di Papa Gore) e l’Act now divenne preghiera quotidiana. Spegnere la luce uscendo da una stanza, non tirare lo sciacquone dopo avere orinato e far bollire le verdure nella stessa acqua in cui si era fatto il bagno diventarono stile di vita politicamente corretto che faceva sentire a posto con la propria coscienza. Restavano da convincere politici e governi, ma nella testa di Al Gore e delle Nazioni Unite, quello sarebbe venuto da sé: il cuore della gente era stato conquistato grazie agli scienziati, con un giochino che nessuno sarebbe andato a verificare. Si cominciò a dire (e ancora oggi si ripete) che il 97 per cento degli esperti di clima del mondo era convinto che il global warming avesse origini antropiche (fosse cioè causato dalle attività umane) e per farlo l’Onu istituì una commissione di esperti (pochi scienziati, diversi meteorologi, molti politici) pagata per dimostrare che il clima stava cambiando per colpa nostra, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, quell’Ipcc che nel 2007 si divise il Nobel per la pace con Al Gore. Il quale Al Gore intanto viveva in una casa che da sola consumava più energia di un’intera cittadina e volava in giro per il mondo con aerei che producevano molta CO2 per mettere in guardia donne, uomini e bambini. Politici e governanti si riempivano anche loro la bocca di “act now”, alzavano un po’ le tasse ai propri cittadini spiegando loro che lo facevano per incentivare le energie rinnovabili, ma poi non si mettevano d’accordo tra di loro per il famoso taglio alle emissioni che quel 24 settembre del 2007 Ban Ki-moon (da poco segretario generale) chiedeva come immediatamente necessario.
I summit decisivi per salvare il clima si susseguivano senza posa come le stagioni (di una volta, certo), e ogni volta quel “act now” risuonava nelle parole degli organizzatori, degli ambientalisti accampati fuori dai palazzi in cui si tenevano gli incontri e nei giornali che ne raccontavano supinamente gli esiti. “Non c’è più tempo, bisogna agire subito”, è stato lo stucchevole leitmotiv di Bali 2007, Poznan 2008, Copenaghen 2009, Cancun 2010, Durban 2011, Doha 2012 e Varsavia 2013.

 

C’è qualcosa che non torna, però. In quel settembre del 2007 l’obiettivo dichiarato di Ban ki-moon era raggiungere un accordo su un nuovo trattato prima che scadesse il protocollo di Kyoto nel 2012. Quando, cinque anni dopo, il protocollo di Kyoto arrivò a fine corsa, nessun paese lo aveva rispettato. Tutti avevano sforato i limiti di CO2 prodotta e dato il via negli anni a un mercato di compravendita di quote di emissioni tra paesi ricchi e paesi poveri.

 

Fallito il raggiungimento di quell’obiettivo, ora le Nazioni unite di Ban ki-moon puntano a riuscire a trovare un accordo sulle emissioni al summit di Parigi del 2015, in modo da far entrare in vigore un nuovo accordo in stile Kyoto dal 2020. Cioè tredici anni dopo quel “act now” che aveva aperto gli occhi al mondo.

 

Martedì scorso, l’Organizzazione mondiale della meteorologia (Wmo) ha presentato alle Nazioni Unite il consueto rapporto annuale sui gas a effetto serra. Lo scenario, a sentire gli esperti dell’agenzia meteorologica dell’Onu, è drammatico. Il 2013 è l’anno dei record: mai così tanta CO2 nell’atmosfera (396 parti per milione). Tanto per cambiare, l’avvertimento è “sta scadendo il tempo”, con la solita rassicurazione: “Il mondo ha gli strumenti per mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi Celsius – ha detto Michel Jarraud, segretario generale del Wmo – come stabilito dalle Nazioni Unite nel 2010. C’è ancora una possibilità per il nostro pianeta e un futuro per i nostri figli e nipoti”. A patto che si agisca adesso. Un adesso sempre più relativo, a ben vedere, poiché è lo stesso “adesso” di cui Ban ki-moon parlava sette anni fa, lo stesso del film di Al Gore, dei titoli dei giornali, delle interviste degli esperti da almeno dieci anni a questa parte, lo stesso “adesso” che nel 1989 faceva dire al Worldwatch Institute che “ci restano solo dieci anni per salvare la Terra”. Forse siamo già morti e non ce ne siamo accorti, di sicuro all’Onu hanno un’idea di adesso un tantino dilatata. Incuranti di tutto ciò, al Palazzo di vetro continuano – Cassandre inascoltate – a lanciare il loro avvertimento, facendolo ripetere ogni volta da un’agenzia diversa, ma sempre controllata dalle Nazioni unite. Lo schema è rodato: prima qualche esperto dell’Onu dice che la situazione sta peggiorando, poi si scatenano i guru. Vandana Shiva, militante anti Ogm al centro di una polemica sulla sua partecipazione a Expo 2015, ha detto che l’uomo è colpevole delle alluvioni in Kashmir e che dobbiamo “agire subito per prevenire simili disastri”.

 

Tra dieci giorni, il 23 settembre, l’Onu organizza l’ennesima kermesse sul clima, con l’obiettivo di preparare la preparazione a qualche incontro preparatorio del summit di Parigi del 2015 nel quale si preparerà la politica sulle emissioni da mettere in pratica nel 2020. Alcuni paesi come la Cina, l’India e la Germania hanno già fatto sapere di avere impegni più importanti quel giorno, ma siamo sicuri che Ban ki-moon non si lascerà sfuggire l’occasione per ricordare al mondo intero che ci è rimasto poco tempo e che dobbiamo agire adesso. E’ interessante vedere chi è che si occupa della campagna mediatica in vista dell’incontro: quella stessa l’Organizzazione mondiale della meteorologia che in teoria dovrebbe limitarsi a studiare e presentare i dati delle proprie ricerche. Invece da qualche giorno ha lanciato sul suo canale YouTube una serie di quindici video in cui alcuni volti noti del meteo in tv fingono di essere nel 2050 e fare le previsioni del tempo: temperature altissime, uragani, cicloni pomeridiani e piogge improvvise vengono raccontate ai telespettatori con la faccia e la voce di chi è ormai abituato a convivere con questi eventi atmosferici. I video naturalmente finiscono con un appello di Ban ki-moon ad agire subito contro i cambiamenti climatici.

 

Anche stavolta però c’è qualcosa che non torna. Da almeno quindici anni, infatti, le temperature globali hanno smesso di aumentare. Eppure l’uomo non ha smesso di immettere CO2 nell’atmosfera (CO2 che, va ricordato per inciso, non è un gas inquinante, ma l’elemento che permette alle piante di fare la fotosintesi clorofilliana e di conseguenza produrre ossigeno). Gli stessi esperti delle Nazioni Unite lo hanno ammesso nell’ultimo report pubblicato qualche mese fa. La realtà non segue i modelli computerizzati che avevano fatto giurare ad Al Gore e a parecchi scienziati in tutto il mondo che di questo passo le temperature avrebbero continuato a salire. Invece è tutto fermo. Da un po’. Sembrerebbe dunque che, commentava il Wall Street Journal qualche giorno fa citando alcune recenti ricerche scientifiche, il riscaldamento globale causato dall’uomo sia così lento e provvisorio che una qualsiasi variazione naturale delle temperature lo possa annullare.

 

In tal senso è interessante l’evoluzione semantica dell’allarme: dopo lo scandalo del Climategate, quando cioè migliaia di email di scienziati che in privato ammettevano di truccare certi dati per far sembrare il riscaldamento più rapido vennero pubblicate da un hacker su internet, il termine global warming è stato rapidamente sostituito da climate change, cambiamenti climatici. Estate molto calda? Segno dei cambiamenti climatici. Estate fresca? Segno dei cambiamenti climatici. Non nevica in inverno? E’ il climate change. Nevica troppo? E’ il climate change. L’allarme si è così spostato poco per volta dalle temperature ai cosiddetti fenomeni estremi che secondo molti esperti sarebbero in aumento. Aspettatevi un futuro in cui uragani, cicloni tropicali e alluvioni saranno la norma, dicono. I parametri per calcolare la potenza di una tromba d’aria sono improvvisamente diventati i danni che causa, e non la sua potenza. In questo modo si ha gioco facile, poiché rispetto al passato quasi tutte le zone in cui passano uragani et similia sono molto più popolate e urbanizzate, e si possa così dire che nessun uragano aveva mai provocato così tanti danni. Peccato che anche in questo caso qualcosa non torni. Non esiste statistica globale sull’effettivo aumento del numero e della potenza di eventi meteorologici estremi, e la stessa Ipcc, nel suo ultimo report, ha ammesso che comunque è azzardato collegare tali fenomeni alle attività umane e all’aumento delle emissioni. “Hey, dove sono tutti gli uragani?”, si chiedeva un editoriale di Slate qualche giorno fa. Già, perché siamo in piena stagione, ma finora si è fista poca roba. Addirittura, lo scorso primo settembre non si è registrato un solo ciclone in tutto il mondo, cosa che non succedeva – ha fatto sapere il Met Office britannico – da almeno settant’anni. Fa sorridere – se non facesse incazzare – pensare che esperti mondiali e capi di stato che si raduneranno a New York il prossimo 23 settembre sostengano seriamente che tagliare le emissioni di CO2 farebbe tornare le temperature globali ai livelli di inizio Novecento. E’ un atteggiamento ideologico che non tiene conto della realtà, e di come il sistema clima sia questione troppo complessa per pensare di regolarla come un termostato. Un esempio? Mentre i ghiacci del Polo sud sono in costante crescita già da qualche stagione (“E’ colpa del global warming”, assicurano gli esperti) quest’estate la sorpresa l’ha fatta il ghiaccio al Polo nord, che ha avuto un’estensione minima superiore di due milioni di km quadrati rispetto al 2012, e leggermente superiore a quella dell’anno scorso. Siamo ancora sotto la media degli ultimi trent’anni, ma di questo passo è difficile che l’anno prossimo l’Artico sia completamente libero dai ghiacci ad agosto, come previsto da alcuni illuminati qualche anno fa.

 

“The climate change agenda needs to adapt to reality”, chiedeva dieci giorni fa sul Wall Street Journal Edward P. Lazear, già presidente del gruppo dei consiglieri economici di Obama, ex capo della commissione della Casa Bianca sull’economia dei cambiamenti climatici e professore a Stanford. Lazear partiva da un’osservazione tanto elementare quanto corretta: se anche gli Stati Uniti riducessero a zero le emissioni che derivano dai trasporti nel giro dei prossimi quattro anni (per fare un esempio tanto auspicabile quanto improbabile) le emissioni globali continuerebbero comunque ad aumentare per “colpa” dei paesi in via di sviluppo. Il carbone costa poco, sarebbe assurdo pensare che paesi come India e Cina si mettessero a utilizzare solo energie rinnovabili per continuare a crescere. La soluzione? Adattarsi, dice Lazear. Come l’uomo ha sempre fatto nella sua storia. Spendere energie e forze per essere in grado di vivere anche con mezzo grado in più tra cento anni. Sempre che le temperature prima o poi ricomincino ad aumentare.

 

Ma se non si riescono a ridurre le emissioni si può sempre provare a ridurre il numero della popolazione mondiale. E’ la tesi, bollita ma sempre nuova, che Alan Weisman sostiene nelle oltre 500 pagine del suo ultimo libro, da poco tradotto in Italia da Einaudi, “Conto alla rovescia”. “Se non prendiamo il controllo – scrive Weisman – e non caliamo di numero, senza brutalità, reclutando pochi nuovi membri della nostra razza affinché un giorno ci sostituiscano, sarà la natura a darci una bella pila di lettere di licenziamento”. Il reporter americano ha girato tutto il mondo e racconta con furbizia casi limite di sovrappopolazione come quello della Striscia di Gaza o il caso del Messico per intonare un inno alla pillola, al preservativo e alla pianificazione famigliare, per elogiare il Giappone che ha smesso di mettere al mondo bambini ma finalmente può permettersi di liberare le cigogne nelle risaie e far mangiare un po’ di chicchi anche alle cavallette. Il discorso di Weisman pesca direttamente in Malthus, e arriva a dire che se la popolazione mondiale continuerà a crescere al ritmo di un milione di persone ogni quattro giorni la vita sul nostro pianeta non potrà resistere a lungo: l’uomo non avrà abbastanza risorse per nutrirsi, e la sua presenza in sovrannumero danneggerà ecosistemi e atmosfera. Ecco perché è un imperativo smettere di fare troppi figli e portare la popolazione mondiale a 1,6 miliardi di persone. Weisman dimentica volutamente le implicazioni economiche che questo progetto al limite del totalitarismo avrebbe – una popolazione sempre più vecchia non più supportata da un numero sufficiente di giovani – e cerca di convincere i lettori che la riduzione della popolazione sarebbe auspicabile perché “ognuno di noi ricorda un mondo migliore. Meno affollato. Più bello. Dove ci si sentiva più liberi”. In pratica Weisman vuole che smettiamo di riprodurci perché quando torna a casa dai parenti vede sempre più costruzioni là dove un tempo c’era l’erba e lui correva felice. E lo fa spaventandoci con dati facilmente smentibili. Nel suo “What to expect when no one’s expecting”, Jonathan Last spiega chiaramente che non esiste nessuno studio sensato sulla reale capacità del pianeta di reggere un certo numero di abitanti. L’unica certezza che abbiamo, dice Last, è che carestia delle nascite e invecchiamento della popolazione stanno minacciando la crescita economica in tutto il mondo. Anni di bombardamento mediatico ed educativo sui pericoli della sovrappopolazione sommati alla colpevolizzazione della stessa esistenza umana la quale starebbe danneggiando irreparabilmente il pianeta, hanno cresciuto generazioni ciniche. La storia dell’umanità insegna che l’uomo ha saputo superare i suoi limiti completamente, trovando risorse fino a poco prima impensabili.

 

L’età della pietra non è finita perché non si trovavano più pietre in giro, ma perché l’uomo trovò nuove risorse e inventò nuovi strumenti. Però discorsi del genere non sono ben accetti da chi mena le danze del pensiero unico su clima e ambiente. Dopo 36 anni di militanza (lo raccontava qualche giorno fa il Corriere della Sera), l’associazione italiana Amici della Terra verrà espulsa a inizio ottobre dalla federazione internazionale Friends of the Earth. Accusati di tenere un atteggiamento poco radicale nei confronti delle grandi battaglie sui cambiamenti climatici, gli Amici della Terra hanno ribattuto accusando il movimento internazionale di essere un produttore di carriere ambientaliste in cui si fa strada seguendo il “pensiero unico e il conformismo”. Ma va?

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