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Quando si taglia una testa

Si rimane coscienti dopo che il capo è stato mozzato? Spada, ghigliottina, coltello o motosega? Cosa sappiamo della decapitazione.

25 Agosto 2014 alle 10:40

Quando si taglia una testa

Caravaggio, "Giuditta taglia la testa a Oloferne",

Articolo estratto dal Foglio del lunedì.

 

L’uomo con la testa tagliata vive ancora uno o due minuti, nonostante perda in pochi secondi la coscienza del mondo esterno [1].

 

Lunga disputa in ambito accademico sul comportamento delle teste mozzate, col dubbio che esse siano ancora capaci di assistere alla propria fine [2]. Di qui le espressioni dei decapitati, occhi ruotati oppure sguardo beffardo o anche pieno di orrore [3].

 

In uno studio pubblicato nel gennaio 2011, i ricercatori della Radboud University Nijmegen, guidati da Anton Coenen, hanno rilevato un lampo di segnali elettrici che si verifica circa un minuto dopo la decapitazione (di ratti, in questo caso). Per il team questo segnale elettrico rappresenterebbe il gemito finale del cervello [4].

 

Finché tutto l’ossigeno presente nel sangue del cervello non viene consumato si rimane consci. Il dolore dovrebbe essere minimo: i nervi che si trovano accanto alle vertebre vengono recisi impedendo che il segnale del dolore arrivi al cervello [4].

 

Decapitare, «dal latino medievale decapitare, der. di caput-pitis – Uccidere tagliando la testa, soprattutto in seguito a condanna» (dall’Enciclopedia Treccani) [5].

 

I primi a praticare la decapitazione in modo sistematico sono stati gli egizi, nel periodo del Faraoni (dal IV millennio al IV secolo a. C.). Nella Roma imperiale la decapitazione era la pena di morte riservata a chi possedeva la cittadinanza, essendo ritenuta rapida e non infamante (per schiavi e ladroni si applicava la crocifissione) [6].

 

Il taglio della testa, eseguito dal boia tramite una spada, detta spada da esecuzione, ha molte varianti: nel Regno Unito era usata una scure, in Francia, dal 1792 al 1977, la ghigliottina che successivamente si diffuse in molti stati [6].

 

Al giorno d’oggi solo l’Arabia Saudita conserva la decapitazione come metodo ufficiale di esecuzione, anche se secondo organizzazioni non governative è praticata da dittature africane e asiatiche. È poi usata spesso dai terroristi sugli ostaggi [7].

 

La spada da esecuzione si diffuse in Europa durante il Rinascimento e cadde in disuso dal volgere del XVIII secolo, con l’introduzione della ghigliottina. Ultimo europeo giustiziato con una spada: lo svizzero Héli Freymond, decapitato a Moudon il 10 gennaio 1868 per omicidio [8].

 

In Europa, la spada da esecuzione, sviluppata dal modello della spada a due mani del Tardo Medioevo, ha lama diritta, priva di punta. In Asia e in Africa, invece, la lama è ricurva. Nelle culture del continente africano, la spada da esecuzione è simbolo di potere del sovrano [8].

 

Giambattista Bugatti, detto Mastro Titta, il boia più famoso. Eseguì 516 condanne, tutte poi descritte nelle sue Annotazioni. Nel 1864, a 85 anni, fu messo a riposo da Pio IX con una pensione di 30 scudi. Prima di ogni esecuzione si confessava e faceva la comunione. Lauretta Colonnelli: «Usava la ghigliottina e il cappio per l’impiccagione, ma era specializzato anche nella mazzolatura col maglio e nello squartamento. Aveva un mestiere di copertura: verniciatore di ombrelli in via del Campanile 4, una traversa di via della Conciliazione» [9].

 

La ghigliottina fu adottata ufficialmente come forma di esecuzione in Francia il 20 marzo del 1792 e il suo uso venne abrogato da Mitterrand nel 1981, insieme alla cancellazione della pena di morte [10].

 

Joseph Guillotin nacque a Saintes, paese di 20.000 anime, nel 1738. Medico e letterato, lo ricordano tutti per aver dato il nome all’attrezzo che decapita meglio di qualsiasi altro. Ma non l’aveva inventata lui, il vero ideatore si chiamava Antoine Louis che tanto avrebbe voluto chiamarla Louisette [10].

 

Invece prese piede il nome da Guillotin, che nel 1789, durante un dibattito sulla pena di morte, propose che tutti i crimini fossero puniti allo stesso modo, senza distinzioni di classe e «senza ulteriori offese». Allora i nobili condannati a morte venivano decapitati con un’ascia, e spesso male, cioè necessitando di più colpi. Il popolo, invece, veniva impiccato. Metodo anch’esso rischioso: spesso l’osso del collo non si spezza e allora la vittima attacca a scalciare emettendo versi osceni per un paio di minuti [11].

 

«La lama cade, la testa è tagliata in un batter d’occhio, l’uomo non è più. Appena percepisce un rapido soffio d’aria fresca sulla nuca» (Guillotin) [11].

 

«La “vedova” (uno dei tanti appellativi dovuto al fatto che si ergeva isolata sul patibolo, “altera come una donna sola”) avrebbe provocato, in un crescendo di odio parossistico, una cifra oscillante tra i 15 e i 25 mila morti» (Lorenzo Mondo) [2].

 

Prima vittima, il ladro Nicholas Pellettier, il 25 aprile 1792; ultima l’omicida tunisino Hamida Djandoubi, il 10 settembre 1977. Erano le 4 e 40 della mattina. Salì i gradini del patibolo nel cortile di un carcere senza pubblico. Lo fece a fatica perché già gli mancava una gamba [3].

 

A convincersi che la ghigliottina fosse il metodo ideale fu re Luigi XVI. «Esperto bricoleur, volle apportare una modifica: invece della poco affidabile lama a mezzaluna, ne suggerì una obliqua. “Complimenti”, gli dissero dopo averla provata. La prima vendetta della ghigliottina fu che si abbatté anche sul suo collo. La seconda fu che, dopo aver funzionato perfettamente per anni, nel suo caso combinò un pasticcio, non riuscendo a segarlo del tutto, lasciandolo a morire dissanguato tra urla atroci e un accresciuto giubilo popolare. Si dice che il boia di Parigi, il leggendario Henri Sanson, pur avendo già eseguito migliaia di tagli perfetti, davanti alla testa coronata si emozionò e fece del suo peggio» (Gabriele Romagnoli) [3].

 

Dopo che la testa di Luigi XVI fu mozzata dalla ghigliottina, molti cittadini presenti all’esecuzione vollero intingere il loro fazzoletto nel sangue del monarca di Francia per conservare un souvenir di quella storica giornata [12].

 

Il caso del condannato al patibolo descritto da Djuna Barnes in Nightwood (1936) che «leggendo un libro quando il carnefice lo toccò sulla spalla per dirgli che era ora e lui, alzandosi, mise tra le pagine un tagliacarte per tenere il segno e chiuse il libro» [13].

 

Romagnoli: «La storia della ghigliottina è stata tragica e, inevitabilmente, ridicola. Il vertice dell’assurdo è nel presunto dialogo tra il boia Henri Sanson e la sua regale vittima Maria Antonietta. Lei, emozionata, gli pesta un piede e, in un riflesso condizionato di nobiltà, gli dice: “Pardon!”» [3].

 

Anche l’Inghilterra ebbe un re decapitato, Carlo I, la cui esecuzione, compiuta nel 1649 per mezzo della scure custodita dal boia nella Tower of London, si deve al puritano Oliver Cromwell. Grande impalatore di nemici, anche Dracula, il sanguinario principe di Valacchia, fu decapitato, dai turchi, in battaglia, perché si rifiutava di pagare i tributi. La testa fu portata al sultano come trofeo della vittoria [6].

 

I narcos messicani, soliti abbandonare per strada in bella vista le teste mozzate, i corpi decapitati o fatti a pezzi dei loro nemici. «Quando uccidono gli Zetas, il cartello messicano più potente, sono sadici: picchiano con bastoni o pagaie che hanno la lettera Z a rilievo, in modo da lasciare la loro firma sui cadaveri; decapitano le vittime con la sega elettrica per poi esibire la loro testa e diffondere il terrore. A volte i genitali delle vittime vengono tagliati e infilati in bocca, i cadaveri senza testa vengono appesi ai ponti e addirittura una volta la faccia di un uomo fu staccata e cucita sopra un pallone da calcio» (Roberto Saviano) [14].

 

«Il boia jihadista invece lavora di macelleria antica (coltello che sega, non colpo di scure o lama compassionevole di ghigliottina) e corre a completare la propria voluttà mettendo il film in Rete» (Adriano Sofri) [15].

 

Note: [1] Wave of death signals time of death, ricerca della Nijmegen University; [2] Lorenzo Mondo, La Stampa 14/8/2009; [3] Gabriele Romagnoli, la Repubblica 20/8/2006; [4] Focus 2/2011; [5] Treccani.it; [6] L’Indipendente 18/7/2004; [7] Renzo Guolo, Il fondamentalismo islamico, Laterza 2002; [8] Philipp Abbott, Armi: storia, tecnologia, evoluzione dalla preistoria a oggi, Mondadori 2007; [9] Lauretta Colonnelli, Conosci Roma?, Clichy 2013; [10] Monica Ricci, Corriere della Sera 16/3/2008; [11] Antonio Castronovo, La vedova allegra, Nuovi Equilibri 2009; [12] Franco Giubilei, La Stampa 27/10/2010; [13] Sergio Sergi, Silvana Bonetti Sergi, Temperamento e stili emotivi nel Rorschach, Armando 2012; [14] Roberto Saviano, la Repubblica 17/7/2013; [16] Adriano Sofri, la Repubblica 21/8.

Redazione

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