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Nel paese dei mumin

Fiabe a fumetti popolate di ippopotami: il mondo della finlandese Tove Jansson che ha incantato i bambini degli anni Cinquanta. Fin dagli anni della scuola si era distinta per audacia, irriverenza e sense of humour.

17 Agosto 2014 alle 06:21

Nel paese dei mumin

In ognuno degli abitanti della Valle dei Mumin Tove Jansson mise una parte di sé, un lato della propria esperienza da esorcizzare o sublimare

Non che si fosse mai riproposta di essere pedagogica. Ma i milioni di bambini che adorarono e adorano i suoi Mumin hanno trovato in lei una maestra d’eccezione. Non che Tove Jansson (1914-2001) abbia mai avuto in mente di insegnare alcunché, men che meno a un pubblico infantile. Ma la lezione trasmessa dai suoi panciuti ippo-troll, le fantastiche figurette da fumetto, un po’ ippopotami, un po’ folletti, che creò negli anni Quaranta e continuò a disegnare per trentacinque anni di gloriosa attività di fumettista, resta impagabile, inossidabile, intramontabile. Imparare a essere soli. A stimare il prezzo della libertà e a calcolarne gli effetti collaterali e le controindicazioni. Accettare l’ignoto, l’inesorabile, l’incerto come una sorpresa, una consolazione, un costante motivo di meraviglia. E poi scoprire le misure incomputabili del tempo, il gioiello inafferrabile dell’amore, la potenza indomabile della natura e quella addomesticabile della paura…

 

Proprio per fare i conti con le proprie paure e con le minacce che gravavano sul suo tempo l’artista finlandese nata a Helsinki il 9 agosto 1914 – cento anni fa – e appartenente alla minoranza di lingua svedese, si inventò negli anni della Seconda guerra mondiale un luogo fatato, uno spazio di fuga, un regno da fiaba dove ambientare storie da raccontare cominciando con un “c’era una volta” e concludendo con un promettente lieto fine. Ma, a scanso di melensaggini, lei che fin dagli anni della scuola si era distinta per audacia, irriverenza e pungente sense of humour, si guardò bene dall’immaginare principi e principesse. Tutt’altro che scolara modello, si era fatta notare e venerare dai compagni per le caricature degli insegnanti disegnate alla lavagna, per certe cartoline umoristiche e perfino per un giornaletto di vignette confezionato tutto da sé. In accademia poi, insofferente ai temi biblici e ai motivi classici tratti dal “Kalevala”, l’epos nazionale di Finlandia, predilesse soggetti fantastici, paesaggi mistici e ritratti eseguiti con la perizia della fisionomista acuta, con la maestria con cui avrebbe realizzato la serie incantevole e spietata degli autoritratti. Negli anni Trenta dei totalitarismi dilaganti, le caricature di Hitler e dei nazisti eseguite per il periodico politico Garm le costarono varie condanne per “offesa a uno stato amico” e inevitabili provvedimenti di censura. “Ha lo humour nelle dita, nella penna, nella linea” dicevano di lei gli estimatori del suo tratto guizzante, essenziale, vivido e animatissimo anche quando ridotto ai minimi termini. Poteva un’artista così favoleggiare di principi al ballo, di cenerentole o belle addormentate nel bosco?

 

Al bosco dormiente nella stagione invernale avrebbe detto di essersi ispirata, stando a un’intervista rilasciata negli anni Novanta, per inventare invece i Mumin: alle forme tondeggianti delle radici degli alberi ricoperte di neve, cicciotte e paffute come i suoi troll. Ma probabilmente strizzava l’occhio ai favolisti della tradizione e si divertiva a giocare con la propria fama. La vulgata più accreditata vuole che Tove abbia disegnato la sagoma del suo primo Mumin a quattordici anni, sulla parete del bagno del cottage di Pellinge, un’isola dell’arcipelago di Helsinki dove la famiglia Jansson trascorreva l’estate. Era un ippopotamino calvo, magro e furente, col gran nasone e la coda a ricciolo, e nelle sue intenzioni, chiariva la didascalia della figura, doveva rappresentare “Kant”, proprio il filosofo, al quale, per chiudere una discussione con il fratello più piccolo, metteva in bocca la battuta tranchant: “La libertà è la cosa più importante di tutte!”.

 

Il nome Mumin (o Moomin, nella versione inglese pubblicata ogni giorno per sette anni, dal 1952 al ’59, nelle strisce dell’Evening News) che, vibrante nelle lunghe vocali scure, prese subito il posto di quello del pensatore di Königsberg, risale invece a uno scherzo dello zio svedese Einar, il fratello di mamma Ham, che più volte ospitò la nipotina nella sua casa di Stoccolma. Avendo sorpreso la bimba che di notte frugava nella dispensa dei biscotti, la mise in guardia da certi esserini dispettosi che abitavano dentro lo stipo, pronti a balzar fuori dall’ombra per scacciare intrusi golosi. Il prototipo dei Mumin aveva appunto quelle caratteristiche. Era un’ombra furba, maligna, rabbiosa, colorata di nero e con gli occhietti rossi: non proprio la creatura che si vorrebbe incontrare di notte. Estratti dalla cucina dello zio, gli spiritelli misteriosi e spaventevoli presero a incarnare certi demoni personali saliti dal profondo, a comparire con impertinenza nascosti dentro i quadri di Tove, o messi a mo’ di firma nell’angolo delle sue caricature. In seguito ne ammorbidì le forme e ne addolcì il carattere per farne gli animalini senza spigoli – ma puntuti, cocciuti, dotati di fin troppo umana suscettibilità – che conosciamo: protagonisti di molte avventure e maestri esemplari del tutto sui generis.

 

In ciascuno di loro, in ognuno degli abitanti della Valle dei Mumin – nell’Emulo zelante e nella screanzata Piccola Mi, nel malinconico Troll Mumin e nell’innamoratissima Dada, nella paurosa Gillan e nella Morra scostante, angosciante, raggelante – la loro autrice mise una parte di sé, un frammento della propria esperienza, un lato della propria esistenza da poter esorcizzare o sublimare: da riprodurre in un personaggio riconoscibile, simpatico, il più delle volte comico, con cui potersi a cuor leggero identificare. Di qui il gioco irresistibile del “chi è chi?”. “Chi sei tu nella Valle dei Mumin?”, una regione che Tove volle il più possibile realistica – “la luna deve brillare sempre al posto giusto” –, immaginaria, certo, ma riprodotta con precisione di cartografa rifacendosi al paesaggio scandinavo. “A quale dei personaggi rassomigli?”.

 

La domanda mi viene posta a bruciapelo dalla biografa di Tove Jansson, la storica dell’arte Tuula Karjalainen, una frizzante signora che sprizza energia ed entusiasmo contagioso, la quale mi fa da guida nella grande mostra che ha curato per il centenario dell’artista, allestita fino al 9 settembre all’Ateneum di Helsinki e poi in partenza per un lungo tour attraverso l’Europa, gli Usa e il Giappone. Al genio multiforme di Tove Jansson, e anche alla sua figura storica, al suo modo singolare di essere donna, dotata di fascinosità irresistibile, l’esposizione di Helsinki e questa nuovissima biografia illustrata (per ora uscita solo in Finlandia e in Germania: l’abbiamo letta in tedesco, “Tove Jansson. Die Biografie”, nell’edizione pubblicata da Urachhaus) rendono giustizia, restituiscono il giusto spessore. Senza nulla togliere ai Mumin, che le valsero la fama internazionale, le conquistarono i suoi venti milioni di lettori, le procurarono traduzioni in una cinquantina di lingue (in Italia i libri con le loro storie sono pubblicati da Salani, e la cifra tonda delle 50 lingue si è toccata l’anno scorso al festival del libro per ragazzi di Bologna, con l’acquisto dei diritti di pubblicazione per tutta la serie da parte della Macedonia), ne ridimensionano la portata, riconducendoli al di qua dell’esplosione del fenomeno sfuggito dalle mani dell’autrice, al di qua della trasformazione in un’icona o in un marchio di fabbrica apposto, oltre che sulle copertine dei libri, su una miriade di oggetti: pupazzi, magliette, tazzine, biancheria, cancelleria, prodotti di pasticceria… Tutta un’industria di gadget attualmente gestita dalla nipote di Tove, Sophia, la figlia del fratello Lars.

 

Certo, quando i bimbi di tutto il mondo presero ad adorarli, quando in Scandinavia i Mumin finirono per minacciare di togliere il primato negli affetti infantili a Babbo Natale, e in Giappone divennero superstar dei cartoni animati, Tove aveva già “divorziato” da loro. Proprio quell’espressione aveva usato col suo editore per descrivere una relazione ormai consunta, svuotata come un matrimonio stanco e logoro, come un amore privato del “fulgore” che aveva acceso la passione. Il bagliore, lo splendore, “la gloria” erano, nella visione dell’arte e della vita di Tove un quid imprescindibile, l’elemento di magia che poteva catalizzare la riuscita di un’opera, infiammare l’aureola intorno a una persona, innescare una potente attrazione e fondere una liaison amorosa. Così era sempre stato per lei, immancabilmente presa con tanta serietà dalle relazioni personali e professionali da non poter far altro che lavorare con e per amore. “Labora et amare” (sic!) era il motto, a rigore un po’ sgrammaticato, che lei stessa aveva formulato per il suo ex libris. Gli alterni e ripetuti innamoramenti, sempre folli e avvolti in un’aura gloriosa, segnano dall’inizio alla fine il suo cammino esistenziale e artistico.

 

Per il suo insegnante di pittura Samuel Besprosvanni (Sam Vanni). Per il suo più stretto compagno di studi, il pittore e designer Tapio Tapiovaara. Per il filosofo, politico, compositore di aforismi Atos Wirtanen, uno spirito inafferrabile nella sua smania solitaria di libertà. Poi per il misterioso “pittore di marine” frequentato, per vendetta o per consolazione?, negli anni della storia con l’imprendibile Atos. E per la drammaturga Vivica Bandler, che le dischiuse un lato inatteso del paesaggio dell’eros, visto dalla “Rive Gauche” – come Tove preferì definire il suo lesbismo, non tanto per camuffare quello che in Finlandia fino al 1971 fu considerato un crimine (fino al 1981 una malattia mentale) quanto perché non si sentì mai “a tutti gli effetti una lesbica” – per colei che le aprì “la stanza segreta di una casa da sempre ben nota”, e le permise perfino di migliorare e arricchire il suo rapporto con gli uomini. Infine per quella che rimase l’ultima compagna della sua vita, Tuulikki Pietilä, l’artista grafica che visse per anni con Tove sull’isola deserta di Klovharu, lambita da marosi tanto violenti da non potervi, per intere stagioni, sbarcare, raggiungibile solo a nuoto, almeno per una nuotatrice ardimentosa come Tove, che amava sfidare il mar Baltico – testimoniano certe foto scattate dal fratello Per Olov – incurante delle ondate e dell’acqua gelida…

 

Tutte queste figure trovano la loro rappresentazione contraffatta nella Valle dei Mumin. Il che non significa affatto che la serie richieda una lettura cifrata o vada vista come una galleria di vecchi amori. “Amanti un giorno, amici per sempre” era la regola di Tove Jansson, che mantenne un profondo legame affettivo con ciascuno dei suoi compagni di letto. Tra i Mumin, d’altra parte, non mancano neanche, riproposti nelle vesti di Mamma e Papà Mumin i genitori dell’artista. Lo scultore Viktor Jansson, detto “Faffan”, autore tra l’altro di una statua sorprendente, oggi posta nel parco dietro il teatro nazionale di Helsinki, che ritrae la figlia come un “convolvolo”, una pianta rampicante, tenace, flessuosa e oscuramente erotica: la figura alta, slanciata, leggera di silfide ninfa silvestre, le braccia sollevate nel gesto accogliente di chi porge, invita, tasta, tocca, tenta, cattura e poi non molla più, un timido passo in avanti tanto discreto quanto inarrestabile… E l’illustratrice, grafica editoriale, prima designer ufficiale di francobolli (nonché fondatrice della sezione femminile dei boy scout) Signe Hammarsten, detta “Ham”, la madre, per Tove in assoluto la persona più cara, colei che, tenendola in grembo, nella primissima infanzia le aveva insegnato a disegnare, la donna da cui capì che carta, matite, pennelli e colori erano parti integranti dell’universo femminile. I due fratelli, Per Olov, il fotografo, e Lars, minori di rispettivamente sei e dodici anni, furono coinvolti nell’impresa Mumin come traduttore in inglese il primo e come autore degli ultimi episodi il secondo, cui Tove dagli anni Settanta, avendo più a cuore la propria carriera di pittrice che di fumettista, decise di cedere il testimone. Per lei la rottura con i suoi troll era consumata, la cometa era spenta, il divorzio dichiarato.

 

Del resto, di una serie di addii, partenze, separazioni narrano le avventure dei Mumin: provocate da catastrofi naturali – l’inondazione, l’eruzione del vulcano, l’atterraggio della cometa – che evocavano le scene atomiche viste alla fine della guerra, o imposte dalla voglia di scoperta, dall’avvicendarsi delle stagioni e delle età, dalla smania insopprimibile di libertà di cui, dai tempi in cui pronunciavano le battute di Immanuel Kant, lo spirito di queste creaturine è permeato. “La libertà è il bene più grande di tutti” scriveva sul muro del bagno nella casa delle vacanze d’estate una Tove 14enne dando voce al suo primo fumetto. Parlando ancora dei suoi personaggi settant’anni dopo, disse che con la famiglia dei Mumin aveva voluto creare degli esseri semplicemente felici, senza consapevolezza, gentili tra loro, rispettosi della reciproca libertà: “I Mumin sono liberi di essere soli, di pensare e sentire a proprio modo, di avere un segreto, eventualmente di confidarlo”. Che poi il loro modo di sentire e pensare, il loro segreto rivelato, la loro inguaribile solitudine riuscissero enigmatici ai giovani lettori era un problema che Tove non volle neanche porsi. “In ciascun libro per bambini dev’esserci qualcosa di non spiegato, di non illustrato, uno stimolo a immaginare e sognare con la propria testa”, diceva ai più scettici sul valore educativo delle sue storie, i quali, più che turbati dal fatto che non vi si parlasse mai per nulla di scuola, che i personaggi bevessero, fumassero, imprecassero senza ritegno, che inneggiassero alla cancellazione di ogni proibizione e divieto – “possa ogni filo d’erba crescere secondo il proprio estro!” –, erano messi in crisi da certe frasi dalle risonanze arcane.

 

“Tutto è incerto, ed è proprio questo che trovo rassicurante”, osservava Too-ticki nella “Magia d’inverno” notando i colori che prende la neve al crepuscolo: “E’ rosa, no è lilla, no è gialla, no è blu!”. “L’amore è un gioiello radioso che appartiene a chi sa apprezzarlo e agli altri sfugge” dicevano Dada e Sasa incantate dal loro rubino “grosso come una testa di pantera, incandescente come il tramonto, vivo come il fuoco e lo scintillio dell’acqua”. “La nostalgia è una prigione. Non si può essere liberi se si ammira troppo, se ti manca troppo qualcuno”, sospirava il piccolo Troll Mumin soffrendo la lontananza del suo amico Tabacco. “L’inesorabile è là fuori: alla finestra, nel bosco, sul mare”, sentenziava papà Mumin prima di mettersi in mare per l’ennesima volta. E quando “tutta la montagna tremò e si riscosse, e la cometa prese a ululare forte, come se avesse paura – ma forse era la terra a gridare così –, tutti restarono distesi a lungo, aggrappandosi al suolo, stringendosi le mani; il tempo era spaventosamente lento e ciascuno era da solo con se stesso”.

Alessandra Iadicicco

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