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Perché le università dell’élite americana sfornano zombie ben pagati

Sulla copertina del magazine New Republic, giornale dell’élite intellettuale e liberal del nord-est degli Stati Uniti, campeggia il riverito vessillo di Harvard in fiamme. Il titolo è esortativo: non mandate i vostri figli all’Ivy League.

24 Luglio 2014 alle 10:06

Perché le università dell’élite americana sfornano zombie ben pagati

New York. Sulla copertina del magazine New Republic, giornale dell’élite intellettuale e liberal del nord-est degli Stati Uniti, campeggia il riverito vessillo di Harvard in fiamme. Il titolo è esortativo: non mandate i vostri figli all’Ivy League. Il giornale diretto da Chris Hughes non è improvvisamente diventato una fanzine anarcoide per chi vuole abbattere i pilastri su cui si regge la classe dirigente americana e globale, più semplicemente sostiene che le università dai nomi e motti altisonanti – Harvard, Yale, Princeton e via dicendo – sono diventate pascoli per “pecore eccellenti”, per utilizzare l’espressione più clemente fra quelle proposte. La meno clemente parla di “zombie”.

 

L’articolo è firmato da William Deresiewicz, critico letterario con impeccabile pedigree accademico (laurea, master e dottorato alla Columbia) immancabilmente finito dietro la cattedra di un’istituzione del medesimo rango (Yale) e uscito dal circolo più esclusivo d’America dopo essersi reso conto che l’educazione d’élite genera mostri. E il tratto fondamentale di questa mostrificazione è la mediocrità. Una mediocrità eccellente, che apre le porte di aziende e istituzioni, garantisce una navigazione sicura verso l’antico binomio denaro-potere, proietta i suoi stereotipati adepti in un universo parallelo popolato di “super people” che mentre conseguono una seconda laurea “praticano uno sport, suonano uno strumento musicale, parlano un paio di lingue straniere, hanno fatto servizi socialmente utili in qualche remoto angolo del mondo, coltivano un hobby”.

 

Diventeranno banchieri, professori, ceo, avvocati, lobbisti, politici, filantropi, opinionisti, trader di Wall Street, campioni di basket, leader del mondo libero; alcuni – pochissimi – avranno il coraggio di lasciare l’istituzione che garantisce l’accesso automatico alla classe dirigente per fondare il nuovo Facebook, ma la via estrema di Mark Zuckerberg è quasi inaccettabile per chi ha fatto dell’azzeramento del rischio una regola di vita.  Ma la mediocrità intrinseca che le università d’élite propinano prescinde dai risultati, monetari e di piazzamento sulla scala sociale, che promettono. “Entrare a Harvard è difficile – scrive Ross Douthat, columnist del New York Times e autore di un libro critico sulle istituzioni dove lui stesso si è formato – ma è facilissimo uscirne senza avere imparato nulla di significativo”. Per Deresiewicz “il nostro sistema educativo sta creando giovani intelligenti, con talento e seriamente impegnati, certo, ma anche ansiosi, timidi e perduti, con poca curiosità intellettuale e senza senso di uno scopo. Vanno tutti nella stessa direzione, facendo benissimo quello che fanno ma senza avere idea del perché lo facciano”. Sono zombie con denti scintillanti che giocano a lacrosse, vanno in barca a vela, cercano il “successo” come valore in sé, ma la formazione che ricevono nei campus che trasudano prestigio e nobiltà è puramente strumentale, sconnessa dalla dimensione del significato: “Cosa significhi educazione e perché abbia senso riceverla non è una domanda che ci si pone”.

 

Dopo 24 anni nell’Ivy League, Deresiewicz si è reso conto che quel modello educativo poco ha a che fare con l’educazione: non insegna a pensare – o, meglio, riduce il pensare allo sviluppo delle facoltà cognitive – e dunque non prepara a “costruire l’io”. Una studentessa ha confidato al professore di avere abbandonato Yale perché “soffocava quella parte di me che chiamerei anima”. Solitudine, riflessione, rischio, senso critico, costruzione dell’io sono categorie estranee al popolo dell’Ivy League, perché lo stesso sistema educativo ha postulato all’origine l’illegittimità di certe domande intorno al significato. Gli anni a Harvard sono un investimento esprimibile in termini monetari retribuito da un premio quantificabile negli stessi termini. E’ la “mercificazione dell’esperienza”, meccanismo spaventoso se applicato proprio all’esperienza che dovrebbe stimolare le parti non mercificabili dell’umano. Il sistema si regge su un “patto di non aggressione”, dice Deresiewicz, fra studenti e professori: “Gli studenti sono trattati come clienti, persone da blandire, non da sfidare; i professori sono premiati per la ricerca, quindi cercano di passare meno tempo possibile in aula”. Da una macchina del genere non possono che uscire preparatissimi replicanti: “Credevo che il nostro compito fosse creare un mondo in cui tutti gli studenti avessero la possibilità di studiare all’Ivy League. Ora credo che dobbiamo creare un mondo dove non ci sia bisogno di studiare all’Ivy League”.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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