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Mariage pour tous in chiesa

In Francia ci sono preti che si portano avanti col lavoro

Oggi l’instrumentum laboris del sinodo. Divorziati, risposati e comunicati

26 Giugno 2014 alle 09:46

In Francia ci sono preti che si portano avanti col lavoro

Quando mancano quattro mesi all’apertura del Sinodo straordinario sulla famiglia, in programma dal 5 al 19 ottobre prossimo a Roma, sarà presentato oggi l’Instrumentum laboris, la traccia che orienterà i padri sinodali nel confronto biennale al termine del quale il Papa tirerà le somme con la consueta esortazione apostolica – il cardinale Thomas Collins, arcivescovo di Toronto, ha confermato in un’intervista che grande attenzione sarà data al problema della nullità dei matrimoni. A illustrare la sintesi delle risposte giunte a Roma tramite il questionario compilato da fedeli delle varie diocesi del mondo saranno i cardinali Lorenzo Baldisseri, Peter Erdo (arcivescovo di Budapest e relatore generale del Sinodo) e André Vingt-Trois (arcivescovo di Parigi e presidente delegato). A loro si uniranno mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario speciale dell’Assemblea, e una coppia di coniugi. Ieri, al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro, Francesco ha salutato un gruppo di settanta pellegrini francesi guidati dal vescovo di Fréjus-Toulon, mons. Dominique Rey, e impegnati da tempo a contrastare il mariage pour tous. E proprio in Francia c’è chi s’è portato avanti, anticipando le tendenze più favorevoli all’aggiornamento dell’insegnamento cattolico in fatto di morale sessuale presenti in settori (prevalentemente europei) dell’episcopato.

 

Come ha infatti documentato un’approfondita inchiesta della Conférence Catholique des Baptisé-e-s Francophones, movimento riformista che punta alla promozione di un cattolicesimo “aperto e fraterno” senza mettere in discussione dogmi e tradizione della chiesa romana, oltralpe si contano già preti ben disposti ad aprire le chiese per celebrazioni con protagonisti divorziati desiderosi di contrarre nuove nozze. I più lo fanno in modo clandestino, timorosi che “qualche tradizionalista metta al corrente il nunzio”, e sottolineano che più che un secondo matrimonio si tratta in realtà di una sorta di benedizione, di un momento di preghiera perfettamente lecito. C’è chi lo chiama “celebrazione dell’amore”, chi “cerimonia”, chi ancora “accoglienza nell’amore”.

 

[**Video_box_2**]“La chiesa vuole regolamentare troppo” Il tutto è fatto per venire incontro a quanti “non sono ammessi all’eucaristia e alla confessione”, perché rei d’avere rotto ciò che Dio aveva precedentemente unito. Spesso, le cerimonie hanno luogo senza che il vescovo diocesano abbia dato il permesso: in molti casi non è neppure informato sulle intenzioni del parroco, che a ogni modo è pronto a uscire dalla chiesa e benedire i divorziati in un giardino adiacente se le alte gerarchie dovessero vietare celebrazioni all’interno degli edifici di culto. Reazioni che, a dire dei rispondenti, non farebbero altro che confermare “la freddezza manifestata dalla chiesa e la sua voglia di regolamentare”. Anche per questo, diversi sacerdoti che hanno partecipato all’inchiesta sostengono di aver senza alcun problema concesso l’accostamento all’eucaristia dei divorziati previo “esame della coscienza”. E poi, come ha risposto qualcun altro degli intervistati, “il fatto che possano fare la comunione è evidente, è il Signore che li invita, non il prete”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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