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In difesa della guerra al terrore

La guerra civile in Siria, e la disintegrazione del paese, sta avendo effetti tremendi e prevedibili. L’Iraq è in un pericolo mortale. 

17 Giugno 2014 alle 06:19

In difesa della guerra al terrore

Soldati americani in Iraq (Foto: Ap)

La guerra civile in Siria, e la disintegrazione del paese, sta avendo effetti tremendi e prevedibili. L’Iraq è in un pericolo mortale. Tutto il medio oriente è minacciato. Dobbiamo intanto ripensare la nostra strategia in Siria; sostenere il governo iracheno sconfiggendo i terroristi, pur chiarendo che la politica di Baghdad deve cambiare. E poi abbiamo bisogno di un piano onnicomprensivo per il medio oriente che faccia tesoro delle lezioni apprese nell’ultimo decennio. (…)

 

E’ inevitabile che gli eventi di Mosul abbiano riportato il dibattito a quel che accadde nel 2003, alla decisione di rimuovere Saddam Hussein. La domanda cruciale ovviamente è che cosa fare ora. Ma siccome alcuni commentatori hanno subito ricordato che se non fosse stato per quella decisione, oggi l’Iraq non dovrebbe affrontare questa crisi – e addirittura in modo ancora più eccezionale hanno sostenuto che, se non fosse stato per quella decisione, ora tutto il medio oriente sarebbe in pace – è necessario chiarire alcuni punti prima di articolare una soluzione.

 

Tre, quattro anni fa al Qaida in Iraq era una forza sconfitta. Il paese aveva sfide enormi davanti a sé, ma aveva anche la speranza di poterle superare. Non era una minaccia per i suoi vicini: dalla rimozione di Saddam, e nonostante le violenze, l’Iraq ha contenuto l’instabilità all’interno dei suoi confini. Certo, la minaccia del terrorismo era ed è molto concreta, ma il settarismo del governo di Maliki ha spazzato via quella che era l’opportunità concreta di costruire un Iraq coeso. Questo, unito all’incapacità di usare i profitti del petrolio per ricostruire il paese e all’inadeguatezza delle forze irachene, ha contributo ad alienare le simpatie della comunità sunnita, così come all’incapacità dell’esercito iracheno di respingere l’attacco a Mosul e ancora prima a evitare la caduta di Fallujah. E si discuterà ancora del fatto che il ritiro delle forze americane sia arrivato troppo presto.

 

Non c’è allo stesso tempo alcun dubbio che la causa più grande della conquista di Mosul da parte dello Stato islamico (Isis) è quel che accade in Siria. L’operazione a Mosul è stata pianificata e organizzata da Raqqa, dall’altra parte del confine siriano. I combattenti sono stati addestrati e forgiati nella guerra in Siria. E’ vero che il movimento nasce in Iraq, ma l’estremismo islamista in tutte le sue diverse manifestazioni come gruppo s’è ricostituito, riarmato e rifinanziato per lo più grazie alla sua capacità di crescere e fare esperienza nella guerra in Siria.

 

Allora, se tutto questo dipende dalla decisione di rimuovere Saddam, se davvero vogliamo avere questa discussione, dobbiamo fare una cosa che di solito non si fa: basarci sugli argomenti che, nel 2003, s’opponevano a quella decisione e fare come se Saddam fosse rimasto al potere in Iraq. Prendiamo quel che dicevano i contrari al regime change a Baghdad.
La decisione era sbagliata perché non c’erano le armi di distruzione di massa e il casus belli era dunque falso. Quel che sappiamo ora è che Assad, senza che l’occidente se ne accorgesse, stava costruendo armi chimiche. L’abbiamo scoperto soltanto quando le ha usate. Sappiamo anche dagli ultimi report degli ispettori che se è vero che Saddam si era liberato fisicamente delle armi, aveva comunque mantenuto il know-how e l’expertise per costruirle.

 

E’ probabile, visto quello che oggi sappiamo su Assad, che Saddam, che aveva usato le armi chimiche sia contro gli iraniani negli anni Ottanta sia contro il suo stesso popolo, non le avrebbe più utilizzate? Sicuramente è probabile almeno quanto il fatto che sarebbe tornato a utilizzarle.

 

La seconda argomentazione contro l’invasione in Iraq è che oggi il paese sarebbe stabile. Lasciamo per un attimo in disparte il trattamento che Saddam ha utilizzato contro la maggioranza del suo popolo, la posizione di “stabilità” di Saddam era quella dell’oppressione. Prendiamo in considerazione quel che è accaduto dopo le primavere arabe del 2011. Poniamo il fatto che Saddam e i suoi due figli fossero stati, nel 2011, al potere in Iraq. E’ serio dire che la rivoluzione che s’è sparsa per tutto il mondo arabo avrebbe colpito la Tunisia, l’Egitto, la Libia, lo Yemen, il Bahrein, la Siria, con tutti gli altri piccoli focolai nella regione, ma che miracolosamente l’Iraq, il più brutale e tirannico di tutti i regimi, sarebbe restato un’oasi di calma?

 

E’ più facile immaginare che l’Iraq sarebbe rimasto coinvolto nelle stesse convulsioni del resto della regione. La risposta più probabile di Saddam sarebbe stata quella di rimanere al potere, avremmo avuto un leader sunnita che cerca di restare dov’è contro una rivolta sciita. Nella porta accanto, in Siria, una minoranza appoggiata dagli sciiti avrebbe cercato di restare al potere fermando una rivolta della maggioranza sunnita. Il rischio sarebbe stato uno scontro settario in tutta la regione, con i paesi che non combattevano tra loro per procura, ma con gli eserciti nazionali.

 

E’ bizzarro dunque guardare al calderone che è oggi il medio oriente e sostenere che se non avessimo rimosso Saddam ora questa crisi non ci sarebbe. Se vogliamo studiare una soluzione corretta per il futuro, dobbiamo comprendere le lezioni non soltanto del 2003 ma anche delle primavere arabe del 2011. La realtà è che tutto il medio oriente sta attraversando una transizione enorme, dolorosa e lunga. Dobbiamo liberarci dall’idea che “noi” l’abbiamo causata. Non è vero. Possiamo discutere se le nostre decisioni hanno aiutato o no, e se l’azione o l’inazione sia la migliore delle strategie. Ma le cause primarie della crisi risiedono dentro alla regione, non fuori da essa. (…).

 

Oggi abbiamo tre esempi di strategia occidentale per operare un regime change nella regione. In Iraq, abbiamo deciso di rimuovere Saddam, l’abbiamo fatto e abbiamo lasciato i soldati sul terreno per la ricostruzione. L’intervento si è rivelato molto duro e oggi il paese è di nuovo a rischio. In Libia, abbiamo richiesto il regime change, abbiamo rimosso il regime con un intervento aereo evitando di mandare truppe sul terreno e ora la Libia è in preda all’instabilità e alla violenza, ha esportato molti guai e molte armi in tutto il nord Africa e anche più giù. In Siria abbiamo richiesto il regime change, non abbiamo fatto nulla e ora è lo stato messo peggio di tutti.

 

Quando decidiamo di agire, poi, è spesso difficile capire sulla base di quali princìpi ci muoviamo. Gheddafi, che nel 2003 ha rinunciato alle armi di distruzione di massa e ha collaborato con l’occidente nella guerra al terrorismo, è stato rimosso perché minacciava di sterminare il suo popolo ma Assad, che sta in effetti sterminando il suo popolo usando le armi chimiche, è ancora al potere.

 

Che cosa vuol dire tutto ciò? Come facciamo a dargli un senso? Trovare una soluzione è immensamente complesso, e si tratta di una sfida che durerà per tutta una generazione. Non è una guerra che vinci o perdi in modo chiaro. Non c’è una soluzione facile o indolore. Intervenire è difficile. Intervenire parzialmente è difficile. Non intervenire è difficile.

 

Ok, ma se è tutto così difficile, perché non starsene fuori, come vuole la posizione di default assunta oggi dall’occidente? La risposta è che il risultato di questa lunga transizione ci riguarda nel profondo. I gruppi jihadisti non ci lasceranno mai stare. L’11 settembre c’è stato per una ragione, e la ragione e l’ideologia che le sta dietro non sono scomparse.

 

In questo scontro saranno decise tante cose: il futuro dei paesi presi singolarmente, il futuro del medio oriente, la direzione del legame tra politica e religione nell’islam – e quest’ultimo punto ci influenzerà in molti modi: influenzerà il grado di radicalismo all’interno delle nostre società; influenzerà il modo in cui l’islam si sviluppa nel mondo. Se l’estremismo è sconfitto in medio oriente potrà essere sconfitto anche altrove, perché questa regione è la casa spirituale del messaggio estremista.

 

Non c’è alcuna strategia sensata per l’occidente che si basi sull’indifferenza. Questo è uno scontro che ci riguarda, che ci piaccia o no. Le agenzie per la sicurezza europea già pensano che in futuro ci sarà una minaccia rappresentata dai combattenti che tornano dalla Siria: c’è un rischio concreto che la Siria diventi il paradiso dei terroristi come lo era l’Afghanistan negli anni Novanta. Ma pensiamo anche agli effetti che la Siria ha sul Libano e sulla Giordania. Non c’è modo che la conflagrazione stia dentro ai confini siriani. Capisco che tutto quel che è avvenuto dopo gli interventi in Afghanistan e in Iraq abbia reso l’opinione pubblica ostile a ogni coinvolgimento. L’azione in Siria non doveva essere necessariamente fatta con gli stessi impegni militari. Ma ogni volta che decidiamo di non agire, alla fine dovremo agire in modo molto più grande.

 

Oggi il presidente Obama fa bene a mettere tutte le opzioni sul tavolo riguardo all’Iraq, inclusi gli strike mirati contro i terroristi; e fa anche bene a insistere su un cambiamento d’approccio da parte del governo iracheno. Gli elementi moderati dell’opposizione siriana devono ottenere il sostegno di cui hanno bisogno; Assad deve sapere che non può ottenere una vittoria completa; i gruppi estremisti, in Siria e in Iraq, devono essere colpiti, in coordinamento e con il consenso degli altri paesi arabi. Per quanto possa sembrare poco invitante, l’alternativa è sin peggiore.

 

Ma un’azione in Siria o in Iraq soltanto non risolverà le sfide della regione. Abbiamo bisogno di un piano per il medio oriente che ci consenta di combattere l’estremismo a livello mondiale. E il primo punto è identificare la natura della battaglia. E’ contro l’estremismo islamico. La battaglia è questa. Naturalmente in ogni contesto ci sono ragioni storiche e territoriali che aumentano la complessità delle decisioni. Naturalmente un modo brutto – tirannico – di governare ha aumentato ed esacerbato le sfide. Ma tutti questi problemi diventano ben più difficili da risolvere quando l’estremismo religioso si sovrappone a tutto il resto. L’unità di un paese è impossibile. La stabilità pure. Anche il progresso lo è. Lo stato smette di costruire per il futuro e cerca di sopravvivere alla giornata. Le divisioni uccidono la coesione. L’odio rimpiazza la speranza.

 

Dobbiamo unirci a coloro che nel mondo arabo vogliono combattere l’estremismo. Molti media occidentali continuano a ignorare un elemento cruciale del medio oriente di oggi. Ci sono persone – tante persone – nella regione che comprendono questa battaglia e sono pronti a combatterla. Dobbiamo stare con loro. Siamo stati ingenui con le primavere arabe del 2011. L’evoluzione è spesso preferibile rispetto alla rivoluzione. A volte l’evoluzione non è possibile, ma dove si può, dobbiamo sostenere i paesi verso il cambiamento. Dove c’è stata una rivoluzione, dobbiamo essere chiari che non sosterremo sistemi di governo basati sul settarismo religioso. Dove gli estremisti combattono, li affronteremo con la forza. Questo non significa l’arrivo di truppe occidentali in Iraq. Ci sono altre soluzioni, ma gli estremisti devono sapere che, se ci attaccano, li attaccheremo (…).
Non vinceremo finché non accetteremo la natura di questa guerra. L’Iraq fa parte di un contesto più grande. E’ il tempo di prendere delle decisioni. Le alternative sono orrende, è vero. Ma per tre anni abbiamo guardato la Siria inabissarsi: più va giù più stringe la corda anche attorno a noi. Dobbiamo mettere da parte le differenze del passato e agire ora, per salvare il futuro.

 

Questo saggio è stato pubblicato sul sito dell’ex premier inglese. Questa è una versione riadattata per il Foglio.

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