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La guerra di Putin per il Polo

La nuova frontiera dell’energia corre lungo il Circolo polare Artico

3 Gennaio 2014 alle 06:59

La guerra di Putin per il Polo

Forse riceveremo presto dispacci da Arzamas-17, una nuova base costruita nell’Artico dall’esercito russo. E sentiremo le parole dei soldati che tornano a terra magri e pieni di pensieri dopo mesi di pattuglia a meno quaranta, lungo la striscia di piattaforme che segna l’ultimo confine di uomini e macchine prima del Polo. Probabilmente somiglieranno a racconti di Forte Bastiani, resoconti di una legione straniera che si muove nel freddo. Vladimir Putin mostra di avere pensieri precisi sul punto, agli inizi di dicembre ha riunito lo stato maggiore ed è sembrato severo con i generali: ha detto loro che la Russia deve avere ogni leva per proteggere l’Artico, quindi ha ordinato di formare unità speciali in grado di raggiungere questo obiettivo. Saranno unità in assetto da combattimento, forze pronte nel più breve tempo possibile, probabilmente già nel corso del 2014. Quanti uomini? Chi li sceglierà? E dove vivono adesso? Il ministero della Difesa non parla di numeri, ma ha già ricevuto l’ordine di rimettere in sesto tre basi che risalgono all’epoca dell’Unione sovietica e sono abbandonate dagli anni Novanta, quando i debiti e la crisi hanno costretto la Russia a cambiare bandiera e ambizioni.

I lavori sull’isola orientale di Novosibirsk sono partiti e dovrebbero terminare nel giro di settimane; molto presto sarà il turno dell’aeroporto di Tiksi e di Severomorsk-1, un grande centro dell’esercito nella penisola di Kola, il tallone di terra che separa la Russia dalla Finlandia. Tre basi, tre luci intermittenti che battono sulla costa a distanza regolare, tre stazioni in tre punti decisivi per tenere sotto controllo ogni angolo dell’Artico. Nell’ultimo vertice con lo stato maggiore Putin ha sfiorato le corde più delicate dei militari e ha parlato senza segreti dei movimenti americani nel grande nord del mondo. “Gli Stati Uniti mandano i loro sottomarini nell’Artico, i loro missili impiegano meno di sedici minuti a raggiungere Mosca dal mare di Barents. Che dovremmo fare? Lasciar perdere l’Artico? Tutto il contrario, noi dobbiamo esplorarlo”. E non si è fermato a quello, ha chiesto ai generali una buona prova di patriottismo, ha detto loro che bisogna “coltivare lo spirito della nazione” – e la nazione, sostiene Putin, non potrebbe esistere senza l’Artico. Naturalmente il patriottismo non è tutto, così come l’ipotesi di un attacco diretto a Mosca. Quel che muove il capo del Cremlino – quel che piegherà verso nord una parte consistente del budget nazionale a partire dai prossimi anni – è soprattutto l’enorme quantità di risorse che si trova a migliaia di metri di profondità, sono le rotte dei mercantili che potrebbero viaggiare presto dall’Asia verso l’Europa. Interessi che riguardano Russia, Canada, Stati Uniti, i paesi della Scandinavia e persino la Cina.

La nuova frontiera dell’energia corre lungo il Circolo polare Artico, ha scritto il direttore di Oil Magazine, Gianni Di Giovanni: “Basta considerare le enormi riserve di petrolio e di gas naturale ancora inutilizzate per capire che il futuro dell’economia globale potrebbe dipendere da questa regione affascinante”. Secondo il Servizio geografico americano l’Artico nasconde il 13 per cento delle riserve di greggio e il 30 per cento del gas naturale, ma per adesso è una distesa senza legge che rimane impenetrabile per la gran parte dell’anno. Un trattato dell’Onu stabilisce che nessun paese possa reclamare il territorio dell’Artico, ma le regole delle Nazioni Unite sembrano poca cosa di fronte alla spinta patriottica di Putin. La Russia è il paese con la parte più consistente di territorio compresa nella fascia polare, il che spinge il Cremlino verso posizioni aggressive nei confronti dei concorrenti: nel 2007, per esempio, la nave Akademik Fedorov ha lasciato il porto di San Pietroburgo e si è mossa verso i mari del nord per portare a termine una spedizione scientifica durata quasi un anno. L’obiettivo della missione era determinare se la regione polare (la cosiddetta dorsale di Lomonosov) fosse collegata alla Siberia: in altre parole si cercava di dimostrare che quella terra è un’appendice della Russia. Durante la missione gli scienziati a bordo della Akademik Fedorov hanno lasciato sul suolo marino, a 4.200 metri dal pelo dell’acqua, una capsula con una bandiera russa in titanio, come per ricordare ai concorrenti di questo grande gioco che bisognerà sempre fare i conti con il Cremlino prima di raggiungere il Polo nord. E i rivali non mancano, a partire dagli Stati Uniti, che controllano diverse installazioni militari dalla Groenlandia alla Scandinavia – nel porto norvegese di Tromso stazionano regolarmente i sottomarini che, secondo Putin, mettono in pericolo la sicurezza della Russia. Anche il Canada ha dato il via a nuovi programmi militari per rafforzare il controllo sulla regione artica, e l’anno scorso il premier di Ottawa, Stephen Harper, ha firmato il decreto che permetterà all’esercito di addestrare truppe scelte in una base nel territorio del Nunavut. In Europa è la Danimarca il paese che avanza le pretese più significative sulle risorse energetiche del grande nord, ma anche la Norvegia segue con interesse gli sviluppi di questo scontro, che per adesso è principalmente scientifico e diplomatico.

La battaglia per la conquista del Polo nord potrebbe diventare un po’ più reale dopo le notizie in arrivo da Prirazlomnoye, una piattaforma petrolifera che appartiene ai russi di Gazprom e si trova nel mar di Pechora. A dicembre il numero uno della compagnia, Alexei Miller, ha convocato i giornalisti nel suo quartier generale di San Pietroburgo e ha pronunciato le parole che molti aspettavano da mesi: “Siamo i pionieri dell’estrazione petrolifera nell’Artico”. Il loro giacimento è entrato nella fase produttiva, entro quest’anno pomperà 12.000 barili al giorno e l’obiettivo è arrivare a 120.000 nel 2020. Sino a questo punto Prirazlomnoye aveva fatto discutere soprattutto per le proteste degli ambientalisti, in particolare per un’azione di Greenpeace che si è conclusa con l’intervento dell’esercito e con l’arresto di trenta persone (fra loro c’era anche un italiano, Cristian D’Alessandro, che è uscito di prigione grazie al provvedimento di clemenza di Putin). L’annuncio di Miller è una svolta per l’industria petrolifera del paese, che è il principale produttore al mondo di idrocarburi, ma potrebbe lasciare il primato agli Stati Uniti e alla loro rivoluzione shale. Non è un caso che, nel corso del 2013, due compagnie straniere come Eni ed ExxonMobile abbiano ottenuto la possibilità di esplorare, insieme con i russi di Rosneft, le acque dell’Artico in cerca di petrolio, una scommessa che offre ottime possibilità di successo (Eni avrà a disposizione due blocchi nel mare di Barents, ExxonMobile si concentrerà sul mar di Kara). Per Putin è un lavoro “ad alto rischio e alta ricompensa”, e per chiarire il messaggio il governo ha già rimosso per i prossimi quindici anni le imposte sull’esportazione del greggio che sarà estratto nei giacimenti marini del nord.

E poi c’è la questione mercantile. Nella città di Murmansk i russi hanno la loro flotta di rompighiaccio nucleari, la più potente al mondo, e questo permette loro di mantenere un vantaggio strategico significativo sui rivali. La flotta è sotto il controllo di Rosatom, la società pubblica che gestisce decine di impianti in patria e si espande rapidamente all’estero, dalla Finlandia alla Turchia. I dati sullo scioglimento dei ghiacci sono spesso contraddittori, ma negli ultimi anni i centri di navigazione norvegesi hanno registrato un incremento significativo nel numero di cargo in viaggio nell’Artico. La rotta permette di risparmiare tempo e carburante soprattutto nei viaggi dall’Asia all’Europa, dal porto di Shanghai a quelli di Rotterdam o di Amburgo, evitando il passaggio attraverso il canale di Suez, che è costoso e reso ancora più problematico dagli attacchi dei pirati nell’oceano Indiano e al largo della Somalia. Non è un caso che proprio le compagnie cinesi stiano già studiando il percorso: “Siamo soltanto all’inizio – ha detto al Financial Times Gary Li, un analista marittimo dell’Ihs di Pechino – Ma nei prossimi venti o trent’anni i cambiamenti climatici potrebbero rendere l’Artico percorribile”. E c’è anche chi scommette sul leggendario “passaggio a nord-ovest”, la rotta che passa sopra il Nordamerica, dall’Alaska attraverso le terre artiche del Canada, come il cargo danese Nordic Orion, che ha completato a settembre il primo viaggio dalla costa est alla costa ovest degli Stati Uniti senza passare per il canale di Panama, risparmiando in questo modo 80 mila dollari in carburante.

Dopotutto, l’Artico è stato l’ultimo fronte della Guerra fredda a cadere, è lì che la Russia e gli Stati Uniti si sono incrociati per più di cinquant’anni ed è lì che ora tornano a sfidarsi. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta gli esperti americani si erano convinti che, se i sovietici avessero mai deciso di portare un attacco contro l’occidente, lo avrebbero fatto usando i sommergibili nei mari del nord. Era la cosiddetta “strategia marittima”, un diversivo che avrebbe permesso di allentare la pressione sull’Europa dell’est aprendo un nuovo fronte di combattimento molto più a nord.

Gli americani si erano preparati a questa eventualità, sapevano che uno scontro frontale con l’esercito sovietico nel cuore dell’Europa avrebbe avuto risultati devastanti, ma avevano piani concreti per distruggere i cento e più sottomarini schierati sulla costa della Russia. Così, già a partire dagli anni Cinquanta, gli Stati Uniti e il Canada avevano impiegato milioni di dollari in un sistema di sorveglianza, il North Warning System, composto da stazioni radar e basi dell’aviazione sul territorio artico, e altri miliardi erano finiti allo sviluppo di missili a lunga gittata (le traiettorie che attraversano l’Artico avevano una gittata decisamente più corta rispetto alle altre per raggiungere gli obiettivi nemici). Le stazioni dei sottomarini sovietici erano decine, coprivano tutta la costa ed erano protette da navi e aerei per scoraggiare eventuali attacchi. Si viveva aspettando una guerra che non sarebbe mai arrivata, tenendo lo sguardo fisso su un confine che valeva per lo stato molto più di quel che poteva significare per un uomo. Questa lotta di posizione ha portato via pochi soldati, ma ha avuto effetti devastanti sulle terre dell’Artico: la marina russa ha ammesso di avere abbandonato nei mari del nord una ventina di reattori nucleari a partire dal 1965, sei dei quali erano carichi di combustibile. La maggior parte sarebbe al largo di Novaya Zemlya, un’isola che s’allunga verso il Polo ed era considerata al tempo una specie di discarica per i rifiuti radioattivi (è nei poligoni di Novaya Zemlya che i sovietici hanno testato la “Tsar Bomba”, l’ordigno nucleare più potente che sia mai esploso).

Anche gli Stati Uniti hanno contribuito al disastro dei sottomarini nucleari perdendone due (il Thresher e lo Scorpion), più un reattore del Seawolf, nel ’59, a causa di un’avaria. Ma la frontiera dell’Artico è sopravvissuta persino al comunismo: negli anni Novanta il Cremlino ha dovuto chiudere le caserme in Europa orientale, ha ritirato gli uomini che sorvegliavano gli avamposti dell’Unione sovietica richiamando in patria quattro milioni di uomini che erano in servizio da Berlino est all’Angola, e i bombardieri schierati negli aeroporti ungheresi sono finiti a nord, nelle basi dell’Artico, così come una parte delle navi in servizio nel mar Nero e i mezzi pesanti che erano in Polonia. Lassù i sottomarini russi e quelli americani si sono dati la caccia per molti anni. Nel marzo del 1993, a 750 metri dalla superficie, l’U.S.S. Grayling ha incrociato un Classe Delta russo carico di testate nucleari. I due sommergibili si sono avvicinati così tanto l’uno all’altro da scontrarsi, rischiando un incredibile incidente atomico (allora Bill Clinton fu costretto a scusarsi con Boris Eltsin durante un vertice a Vancouver). E oggi Alexandr Kramchikin dell’Istituto di analisi politiche e militari di Mosca dice che non è cambiato quasi nulla dai tempi della Guerra fredda, la Russia vuole restaurare il suo controllo sulle regioni artiche e ha una sola possibilità per farlo, deve mostrare agli altri di avere forze sufficientemente preparate nel grande nord, in modo da scoraggiare un eventuale confronto con i suoi concorrenti. Ma non bisogna prendersi in giro, dice l’esperto: lo scontro per la conquista dell’Artico è già cominciato.

Luigi De Biase

Giornalista, trentadue anni, si occupa di cose russe e cose turche. Da quando scrive per il Foglio ha dormito in alcuni degli alberghi peggiori d’oriente, come l’Absheron di Baku (Azerbaijan), il Samegrelo di Zugdidi (Georgia), il Saray di Antakya (Turchia) e il Sarawi di Karachi (Pakistan). Nel dicembre del 2012 è uscito il suo libro pachistano, "Il cuore nero di Islamabad", per Silvy Edizioni.

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