“Ecco perché ho scritto 1984”

Giulio Meotti

George Orwell e il suo “1984” sono diventati come il prezzemolo. Il romanzo, capolavoro del genere anti utopistico, è tornato in cima alle classifiche delle vendite di libri per il recente scandalo legato ai programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico. Ma “1984” è anche il figlio di un grande equivoco. Si ritiene che Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, il poliziotto imperiale che ha scritto la critica più feroce che si potesse fare contro lo stato di polizia, l’inventore del “Grande Fratello” che faceva il delatore sulle opinioni politiche dei suoi amici di sinistra nella Londra bohémienne, abbia scritto “1984” per denunciare la fine della privacy.

George Orwell e il suo “1984” sono diventati come il prezzemolo. Il romanzo, capolavoro del genere anti utopistico, è tornato in cima alle classifiche delle vendite di libri per il recente scandalo legato ai programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico. Ma “1984” è anche il figlio di un grande equivoco. Si ritiene che Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, il poliziotto imperiale che ha scritto la critica più feroce che si potesse fare contro lo stato di polizia, l’inventore del “Grande Fratello” che faceva il delatore sulle opinioni politiche dei suoi amici di sinistra nella Londra bohémienne, abbia scritto “1984” per denunciare la fine della privacy. Winston Smith, il protagonista del romanzo, è diventato la vittima della invadenza tecnologica. Ma il grande narratore inglese aveva ben altro in mente: Stalin e l’infiltrazione della mentalità totalitaria fra gli intellettuali occidentali. Lo rivelano una serie di lettere contenute nel volume curato da Peter Davison e pubblicato da Liveright.
Scrive Orwell il 18 maggio 1944 a Noel Willmett, esponendogli la genesi del nuovo romanzo: “Gli intellettuali hanno una tendenza totalitaria rispetto alla gente comune. L’intellighanzia britannica si è opposta a Hitler, ma al prezzo di accettare Stalin. Molti di loro sono pronti alla falsificazione della storia”. Intellettuali, scrisse Orwell, capaci di sostenere che “due più due fa cinque”.

Ovviamente “1984” era “1948” alla rovescia. Orwell considerava il suo libro “una fantasia ma sotto forma di romanzo naturalistico”. E molto della deprimente realtà della vita di Smith nel caseggiato “Vittoria”, con il gin e il tabacco dal pessimo gusto, è una descrizione delle miserie del razionamento nella Gran Bretagna del Dopoguerra. La sua relazione con Giulia riflette le difficoltà pratiche per i poveri nel trovare un posto per fare all’amore. Egli vide gli estremi swiftiani del suo lavoro di guerra al ministero dell’Informazione, che era passato alla lode di Stalin nel 1941 e che si svolgeva nel più alto edificio di Londra, la torre della London University. Li vide anche alla Bbc, dove parlava in qualità di antifascista pur essendo un antimperialista e nonostante alcuni dei suoi libri fossero stati messi all’indice. Orwell divenne “la gelida coscienza della sua generazione”, come lo definì il critico V. S. Pritchett.
Rivela Davison, massimo esperto mondiale di Orwell e curatore di questo nuovo epistolario, che a spingere lo scrittore a comporre “1984” fu la testimonianza di un biologo di Oxford, John Baker, alla Pen Conference di Londra nell’agosto del 1944. Baker in quella occasione denunciò per primo in Europa la perversione della teoria di Trofim Lysenko e “la degradazione della scienza sotto un regime totalitario”.
A confermare il caso Lysenko nella genealogia di “1984” è una lettera di Orwell a C. D. Darlington, un noto biologo inglese. E’ datata 19 marzo 1947: “Caro Dottor Darlington, non sono uno scienziato, ma la persecuzione degli scienziati e la falsificazione dei risultati per me segue naturalmente la persecuzione degli scrittori. Ho scritto più volte che gli scienziati inglesi non dovrebbero rimanere indifferenti quando vedono che uomini di lettere sono spediti nei campi di concentramento”. E ancora Orwell a Darlington: “Cercherò di ottenere una copia del suo obituary su Vavilov”. Orwell era ossessionato da questo nome: Nikolai Vavilov.

Sostiene Davison, curatore di queste magnifiche lettere, che “ascoltare John Baker alla conferenza di Londra spinse Orwell a cominciare ‘1984’. Baker espose la perversione della scienza sotto Stalin”. Dalla metà degli anni Trenta, le teorie di Lysenko furono ufficialmente adottate in Unione sovietica ed ebbero diffusione, come ricorda Giuseppe Boffa nella “Storia dell’Unione sovietica”, “obbligatoria e dogmatica”, insieme a quelle dell’accademico Viljams. Queste “teorie” promettevano un miracoloso incremento dei rendimenti agricoli senza bisogno di concimi. Ma l’effetto della loro applicazione su vasta scala fu un totale disastro, dal quale l’agricoltura russa, colpita anche dall’eliminazione dei kulaki, non si sarebbe mai ripresa. Oltre ai danni concreti, riconosciuti solo molti decenni dopo, le teorie di Lysenko furono la base per una campagna ideologica contro la scienza “borghese” che fece molte vittime fra i più prestigiosi scienziati russi dell’epoca. L’impatto fu così esteso che, ancora all’inizio degli anni Settanta in Unione sovietica era ritenuto pericoloso sostenere il valore delle teorie di Johann Gregor Mendel, lo scopritore delle leggi sull’ereditarietà dei caratteri “confutate” da Lysenko.
L’agronomo ucraino Lysenko aveva preteso di sconfessare le leggi di Mendel, bollandole come “superstizione metafisica” e “borghese”. Lysenko era giunto alla fama grazie alla presunta scoperta della “vernalizzazione”, una tecnica agricola che permetteva raccolti invernali da semine estive grazie al raffreddamento dei semi per alcuni periodi. Lysenko credeva di aver stabilito che il fattore cruciale nel determinare la lunghezza del periodo vegetativo non risiedesse nel bagaglio genetico, ma nell’adattamento dei vegetali all’ambiente. Una sorta di Lamarck in salsa marxista.
Lysenko aveva lavorato sul grano allo scopo di modificarne la costituzione e trasmettere caratteristiche nuove alla specie così ottenuta. Nel 1935 enunciò allora una teoria basata sul concetto di “interiorizzazione, da parte delle specie viventi, delle condizioni ambientali esterne”. Su questo principio, la natura è stata giudicata manipolabile dalla semplice volontà. Il sogno era modificare la natura onde assicurare il trionfo della concezione materialistica marxista e quello della produzione “scientifica” sovietica. L’agricoltura sovietica degli “scienziati scalzi” e dell’umile pratica contadina, che seguivano Lysenko e non le astratte teorie della “scienza borghese”, avrebbe trasformato le immense steppe in giardini fioriti.

Non tutti gli scienziati sovietici erano d’accordo con Lysenko ma queste cose, nell’Urss staliniana, si pagavano care. Il botanico e genetista Nikolai Ivanovic Vavilov, a cui Orwell comincia a interessarsi dopo quella conferenza londinese, fu accusato di difendere Mendel e condannato a morte. Analoga sorte hanno conosciuto lo scienziato Nikolai Maksimovic Tulaikov e il biologo Georgii Dmitrevic Karpechenko, arrestati perché accusato di appartenere al gruppo “antisovietico” di Vavilov e fucilati. Contro Lysenko si pronunciò finalmente in pubblico, intervenendo nel 1964 all’Accademia sovietica delle scienze, il fisico nucleare Andrei Sakharov e nel 1965 finalmente Lysenko venne allontanato. Dalla grandiosa scoperta operata da Mendel era passato un secolo esatto. Acquiescenti agronomi e geologi avevano promesso a Nikita Krusciov che si poteva trasformare le steppe in coltivazioni intensive di cotone, ma invece finirono per prosciugare il lago d’Aral, infestandolo di pesticidi.
La “colpa” del grande Vavilov era stata quella di rinvenire nel 1916 una varietà di grano con foglie senza ligule e nel 1918 una varietà di segale primaverile. Era la conferma dell’esistenza di leggi interne ai viventi. Vavilov fu avversato dal potere scientifico, dominato dall’ambientalismo darwiniano di Lysenko. Quel martire della genetica è stato virtualmente ignorato dalla trattatistica occidentale, e per la stessa ragione che lo rese inviso in Unione sovietica, cioè per aver creduto in un sistema dei viventi e nelle leggi interne della forma. Come afferma S. J. Gould, “in tutta la letteratura sulla teoria sintetica Vavilov è citato due sole volte, in meno di un capoverso”.
Orwell però non era soltanto interessato alla vicenda Vavilov in sé ma anche ai cascami che ebbe in occidente, e in Inghilterra in particolare. E’ il caso dello scienziato darwiniano J. B. S. Haldane. Già marxista sin dal 1937, nel 1942 il celebre scienziato entrò nel Partito comunista britannico. Nel 1941 Haldane scrisse del caso Lysenko e Vavilov, dimostrando tutto il conformismo della classe intellettuale inglese: “La controversia è fra uno scienziato accademico, Vavilov, interessato alla collezione di fatti, e l’uomo che vuole risultati, Lysenko. E’ stata condotta in uno spirito fraterno”. Si trattava della giustificazione delle purghe di scienziati. Persino Italo Calvino nel dicembre 1948, a poche settimane dalla “inconorazione” di Lysenko da parte di Stalin, scriveva sull’Unità: “In un paese socialista il progresso della cultura non è staccato dal progresso comune di tutta la società. Bisogna che lo scienziato non si proponga la scienza per la scienza. Il primo criterio deve essere ‘serve o non serve allo sviluppo della rivoluzione’”. In Francia, Louis Aragon firmò l’introduzione a un pamphlet edito dal Partito comunista dedicato alla esaltazione di Lysenko e dei suoi metodi.

Riuscire a produrre nuove varietà di piante diventa lo scopo della vita di Vavilov, perché la Russia, un tempo granaio d’Europa, era diventata incapace di nutrire se stessa. Nel marzo 1939, durante un ricevimento al Cremlino, Lysenko mette in chiaro con Stalin e Berija che Vavilov è “un ostacolo per il suo lavoro a beneficio dell’economia socialista”. Il destino di Vavilov è segnato.
Il 10 agosto del 1940, mentre è alla ricerca di nuove piante sui monti dell’Ucraina, Vavilov viene arrestato dalla polizia segreta di Stalin, l’Nkvd. Sottoposto a duemila ore di interrogatori durante più di quattrocento sessioni, alcune lunghe più di tredici ore, Vavilov viene processato nel luglio 1941 dal collegio militare del tribunale supremo. Il processo dura pochi minuti e lo condanna alla pena di morte, pena commutata in dieci anni di prigione nel gulag di Saratov. Per un anno lo scienziato non esce dalla sua minuscola cella, non può lavarsi, non può andare in bagno, è malnutrito.
Intanto i nazisti avanzano in Russia e il problema dell’autosufficienza alimentare tormenta la Germania nazista e la collezione di Vavilov rappresenta un bottino di guerra prezioso. Ma il tesoro di semi di Vavilov rimarrà al sicuro grazie all’eroico comportamento dei colleghi di Vavilov durante i mille giorni dell’assedio di Leningrado. A quel tempo l’istituto conservava i semi di duecentomila varietà, moltissimi commestibili, eppure nessuno li toccò. Nove ricercatori dell’Istituto Vavilov (come fu ribattezzato nel 1956, dopo la riabilitazione del suo fondatore) preferirono morire di inedia e stenti piuttosto che mangiare i preziosi semi che erano stati affidati alla loro custodia e che, ne erano fermamente convinti, “sarebbero serviti per produrre nuove piante per sfamare il mondo quando la furia devastatrice nazista sarebbe stata inevitabilmente sconfitta”.
Per garantirne la freschezza, i ricercatori erano costretti a piantarli e raccoglierne i frutti. Ma anche nei momenti più cupi dell’inverno, quando migliaia di cittadini morivano di fame per strada, nessuno di loro ha ceduto alla tentazione di arrostirsi una pannocchia. Il primo a morire di fame, seduto alla sua scrivania nel gennaio del 1942, fu l’esperto di arachidi Alexander Stchukin, lo seguiranno il tecnico delle piante medicinali Georgi Kriyer, il capo della collezione di riso Dmitri Ivanov e poi Liliya Rodina, M. Steheglov, G. Kovalesky, N. Leontjevsky, A. Malygina e A. Korzum.

I semi si salveranno nascosti negli Urali, ma non Vavilov. Il 26 gennaio 1943, dopo mesi di torture e patimenti, lo scienziato che aveva investito tutte le sue energie nell’intento di sfamare la Russia moriva ignominiosamente di inedia nel gulag di Saratov, dove venne sepolto in una fossa comune.
Non pago di aver ucciso lo scienziato in un campo di concentramento, il Partito comunista si diede anche alla caccia dei suoi “semi deviazionisti”. Prima di cadere in disgrazia, Vavilov aveva viaggiato in tutto il mondo, riportando in Unione sovietica centinaia di specie che aveva distribuito fra i laboratori di botanica applicata del suo istituto. L’Orto botanico di Sukhumi, aperto nel 1936, ospitava un migliaio di agrumi provenienti da regioni equatoriali del pianeta. Nel 1948 il Comitato centrale avviò “la campagna di purificazione della biologia sovietica da contaminazioni straniere”. Il Partito ordinò all’Orto di liberarsi di tutte le piante “sospette” in quanto frutto di esperimenti “non scientifici”. I ricercatori di Vavilov cambiarono il nome delle piante condannate, cercando di confondere le carte il più possibile. Fu così che l’eredità di Vavilov venne salvata.
Il premio Nobel francese Jacques Monod, fra i pochi in occidente a non inginocchiarsi di fronte a Lysenko, definirà il caso Vavilov “l’episodio più desolante dell’intera storia della scienza”. Una grande vicenda dimenticata che fu all’origine di uno dei capolavori della letteratura del Novecento. Scriverà Orwell in “1984”: “La scienza, nel suo vecchio significato, ha cessato di esistere”.
Triste presagio dei futuri e falsi scientismi. Dopo George Orwell siamo sempre lì, alle grandi manipolazioni ideologiche con cui i capi dei verri ammansiscono le altre bestie. Lysenko contro Vavilov.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.