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L'aborto dopo il parto

Supponiamo d’avanzare una modesta proposta, un’ideuzza che per procedimento sillogico arrivi a proporre l’improponibile, eppure in qualche modo analiticamente consequenziale. Supponiamo che questa volta non si tratti di vendere i propri figli come leccornie per risolvere una crisi economica – forse nel 2012 qualcuno potrebbe pure proporlo, ma difficilmente ne sarebbe compreso l’aspetto satirico – ma di consentire l’infanticidio come forma di aborto nei paesi in cui questo è legale. Lo hanno fatto due giovani ricercatori italiani che lavorano a Melbourne, Francesca Minerva e Alberto Giubilini, in un paper pubblicato la scorsa settimana sulla prestigiosa rivista britannica Journal of Medical Ethics e intitolato “After-birth abortion: why should the baby live?” (ovvero “L’aborto post natale: perché il bambino dovrebbe vivere?”).

di Valentina Fizzotti

13 Maggio 2013 alle 17:26

L'aborto dopo il parto

“Espongo allora alla considerazione del pubblico che, dei centoventimila bambini già calcolati, ventimila possono essere riservati alla riproduzione della specie (…). I rimanenti centomila, all’età di un anno potranno essere messi in vendita a persone di qualità e di censo in tutto il Regno, avendo cura di avvertire la madre di farli poppare abbondantemente l’ultimo mese, in modo da renderli rotondetti e paffutelli, pronti per una buona tavola”
(Jonathan Swift, “Una modesta proposta: per evitare che i figli degli Irlandesi poveri siano un peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli un beneficio per la comunità”)

Supponiamo d’avanzare una modesta proposta, un’ideuzza che per procedimento sillogico arrivi a proporre l’improponibile, eppure in qualche modo analiticamente consequenziale. Supponiamo che questa volta non si tratti di vendere i propri figli come leccornie per risolvere una crisi economica – forse nel 2012 qualcuno potrebbe pure proporlo, ma difficilmente ne sarebbe compreso l’aspetto satirico – ma di consentire l’infanticidio come forma di aborto nei paesi in cui questo è legale. Lo hanno fatto due giovani ricercatori italiani che lavorano a Melbourne, Francesca Minerva e Alberto Giubilini, in un paper pubblicato la scorsa settimana sulla prestigiosa rivista britannica Journal of Medical Ethics e intitolato “After-birth abortion: why should the baby live?” (ovvero “L’aborto post natale: perché il bambino dovrebbe vivere?”). Già, perché? Da allora tutti li cercano, tutti li vogliono, tutti li citano. Anche per scopi non propriamente afferenti al dibattito culturale: sono stati fra l’altro anche pesantemente minacciati, come hanno scritto in una lettera aperta sullo stesso giornale che ha ospitato il loro lavoro, a pochi giorni di distanza. Così, dopo essere all’improvviso saliti in cima alla lista dei bioeticisti più googlati del pianeta ed essersi guadagnati menzione sui tabloid più lontani dalla filosofia applicata, adesso “sono un po’ assediati, effettivamente”, ci dice chi li conosce, si sono resi irrintracciabili ai curiosi (e ai giornalisti), si sono persino cancellati da Facebook. Da Melbourne ci fanno sapere che “non sono disponibili a commentare”, forse dopo tanto rumore non vogliono parlarne più. E lo stesso vale per chi ha lavorato con loro. Almeno fino a quando si saranno calmate le acque.

Anche se sembra la traduzione scientifica dei migliori racconti di fantascienza, quello che hanno scritto è in fondo estremamente lineare. Partiamo dal fatto che in molti paesi l’aborto è ammesso anche per ragioni che non hanno nulla a che fare con la salute del feto. Poi diamo per assodato, asseriscono Giubilini e Minerva, che né il feto né il neonato abbiano lo stesso “status morale di persone reali”, come tutti noi, e che il fatto che siano entrambi “persone potenziali” sia moralmente irrilevante. In più l’adozione non sempre è la soluzione migliore per le “persone reali” (le famiglie). Considerate tutte queste premesse, quindi, uccidere un neonato dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui lo è abortire, compresi quelli in cui il bambino sia sano. L’astrazione non fa una piega: visto che né il feto né il neonato hanno piena coscienza di sé (non sono in grado di comprendere la perdita della propria stessa vita, quindi non ci sono sufficienti ragioni perché venga loro attribuito questo diritto) e che non si può considerare un delitto l’aver privato una “persona potenziale” della sua vita successiva (perché non sappiamo come sarebbe stata, ma sappiamo che per i genitori e la società avrebbe potuto rappresentare un peso in termini di soldi ed energie), l’infanticidio dovrebbe logicamente essere consentito come l’aborto quando le condizioni siano le stesse. Ovvero in caso di malformazioni non diagnosticate in precedenza o causate da problemi durante il parto, ad esempio – come già accade con il protocollo di Groningen nei Paesi Bassi – oppure quando il figlio non può essere economicamente mantenuto. Le definizioni, però, sono importanti, anche quando sono ossimori: Giubilini e Minerva parlano di “aborto post nascita” e non di “infanticidio” per sottolineare, spiegano, “che lo status dell’individuo ucciso è più simile a quello del feto che a quello del bambino”. I neonati quindi sono pre bambini e come tali possono essere post abortiti. Da questo discorso filosofico sono banditi i sentimentalismi, quindi il valore che una madre potrebbe dare al proprio figlio non è di per sé sufficiente a dargli il diritto di vivere. Vince l’interesse della collettività delle persone vere: se un individuo non è ancora diventato una persona, eliminandolo di fatto non si danneggia nessuno e quindi non esiste nessun danno (Omero si sarebbe divertito molto). Con questo non s’intende, però, che gli aborti post nascita siano consigliabili tout court, anzi le interruzioni di gravidanza nei primi mesi gestazionali restano l’opzione migliore, ma se qualcosa dovesse andare storto anche dopo il parto i genitori non dovrebbero “essere forzati” ad accettare che i loro figli vivano.

Attenzione, hanno risposto i due ricercatori a chi li attaccava, è inutile scaldarsi: questo articolo è stato scritto da bioeticisti per bioeticisti, abituati a questo dibattito da più di quarant’anni. “Era pensato per essere un puro esercizio di logica – hanno scritto –: se X allora Y”. Si aspettavano che altri accademici tirassero fuori obiezioni alle premesse, o al modello logico di ragionamento che avevano seguito, perché così si dibatte fra studiosi. E invece niente, un’orda di barbari li ha accusati di promulgare raccapriccianti e assurde tesi naziste. Non volevano offendere nessuno, hanno spiegato, e nemmeno hanno mai cercato di suggerire che l’aborto post nascita potesse essere legalizzato: “Le leggi non sono soltanto questione di argomentazioni etiche razionali”, sono un pasticcio di complicazioni, e loro non sono politici, sono filosofi, maneggiano concetti, non leggi. “Era un articolo teoretico e accademico – ha spiegato Minerva nelle interviste appena successive alla pubblicazione – Io non sono a favore dell’infanticidio. Sto soltanto usando argomentazioni logiche”. Insomma la filosofia per la filosofia, la logica per la logica, chi è accademicamente qualificato non si cura di quella limitata cosa che è la realtà, figuriamoci delle norme e delle politiche. No, sia chiaro, qui si è deciso di riportare in auge uno dei concetti chiave più controversi dell’etica dell’ultimo secolo soltanto per un esercizio retorico, giacché non esiste alcun intento dichiarato di buttare il cuore (eticamente consequenzialista) un bel po’ oltre l’ostacolo pur di guadagnare qualche metro nel dibattito su vita e morte. Il vicedirettore del Journal of Medical Ethics, Ken Boyd, ha raccontato sul blog della testata di essersi visto sventolare davanti il pezzo di Giubilini & Minerva da una collega incredula. “Sì, l’ho visto – ha risposto – e no, non penso sia incredibile”, perché sa che ai filosofi piace argomentare con forza a favore di una posizione con la quale molti saranno in disaccordo e che alcuni troveranno perfino offensiva, così da discutere con altri filosofi altrettanto agguerriti su posizioni opposte. Dopo averne testato la qualità intellettuale, ha deciso di pubblicarlo nell’interesse della libertà accademica del dibattito. Lui, però, non ha mai conosciuto gli autori e personalmente non è affatto d’accordo con le conclusioni del loro lavoro.

Chi invece li conosce bene, è d’accordo con loro e su quello stesso blog li ha difesi, è il direttore della rivista, Julian Savulescu, che ha ricopiato alcuni fra i commenti antilibertari e violenti ricevuti ed è rimasto sconvolto da questo pazzo mondo moderno, in preda al disordine più estremo: “Non che si propongano argomenti a favore dell’infanticidio, ma che esista oggi una così profonda opposizione ai valori liberali e una fanatica opposizione a ogni tipo di impegno ragionato”. Gli argomenti di Giubilini & Minerva non sono nulla di nuovo, anzi, “sono stati presentati ripetutamente nella letteratura accademica e nei dibattiti pubblici dai più eminenti filosofi e bioeticisti del mondo”, ovvero Peter Singer e Michael Tooley. I due ricercatori non hanno fatto altro che “applicarli considerando gli interessi materni e familiari”. Certo in molti non saranno d’accordo con loro, ma il suo giornale non punta a presentare la Verità, quanto “argomentazioni ben ragionate che si basano su premesse ampiamente accettate”, ovvero la legalità dell’aborto. Gli autori, spiega, “procedono logicamente a partire da premesse che in molti accettano e arrivando a conclusioni che molti fra gli stessi rifiuterebbero”. Una modesta proposta, appunto, e che se ne parli.

Il Singer a cui si sono ispirati è il filosofo di stampo utilitarista classe 1946, partito proprio da Melbourne e poi passato per Oxford e Princeton prima di tornarci, secondo il quale una cosa è moralmente giusta se piace alla maggior parte degli individui coscienti. Che non sono gli esseri umani, ma uomini o animali allo stesso modo, capaci di relazionarsi e comprendere che stanno soffrendo. Secondo lui, per farla breve, dare la morte a chi la chiede e a chi non può comprendere di essere in vita è quindi moralmente corretto, oltre al fatto che non si devono fare sperimentazioni sugli animali ma si possono uccidere neonati non graditi. Anche il Michael Tooley citato in nota sostiene che una persona abbia diritto alla vita quando ha coscienza di sé. Lo stesso Savulescu è assolutamente in linea: favorevole alla diagnosi preimpianto nell’ottica della “beneficenza” (meglio mettere al mondo i bambini con migliori prospettive di vita) e all’aborto anche di bambini sani se nell’interesse della madre o della famiglia (perché i figli, come all’epoca di Swift, costano un sacco).

Francesca Minerva – in un percorso accademico che sembra un pellegrinaggio fra gli atenei sulle orme di Singer – con Savulescu collabora all’Uehiro Centre for Practical Ethics di Oxford ed è Post Doctoral Fellow all’Università di Melbourne. Si è laureata in Filosofia all’Università di Pisa con una tesi sulla bioetica nella prospettiva della chiesa Valdese e nel 2010 ha concluso il dottorato in Bioetica all’Università di Bologna con una tesi sull’obiezione di coscienza (o meglio contro) in ambito medico. Alberto Giubilini collabora con la Monash University di Melbourne, dove anche Singer ha insegnato. Lui, sempre nel 2010, il dottorato in Filosofia l’ha fatto all’Università degli Studi di Milano, con una tesi sul valore dell’autonomia in bioetica. Ha scritto di aborto, eutanasia, famiglie omosessuali. Entrambi fanno parte, come consiglieri, del direttivo della Consulta di Bioetica, un’associazione impegnata da anni in battaglie a favore dell’eutanasia, del “diritto di aborto”, della procreazione medicalmente assistita, della “bioetica laica”. Il suo slogan è una frase di John Stuart Mill: “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano”. Era lei, la Consulta, l’agguerrita compagna nella lotta di Beppino Englaro per ottenere l’interruzione di alimentazione e idratazione della figlia Eluana, sempre lei a schierarsi contro la legge 40 e a favore della fecondazione eterologa. Giubilini ne è stato segretario, Minerva ha cofondato la sede di Pisa. Il blog dell’associazione ospita diversi interventi dei due ricercatori sui pilastri dell’umano, compresi quelli pubblicati da Minerva sul blog di etica pratica di Oxford (e a questo punto è chiaro che di blog vive la ricerca filosofica). Su quelle pagine lei si stupisce del fatto che l’amore incondizionato dei genitori per i propri figli sia un ostacolo al miglioramento del genere umano – davvero i genitori amano i propri figli incondizionatamente, anche quelli disabili? E se sì, è cosa buona? E se lo è, siamo sicuri che sia meglio dell’amore condizionato? Poi ragiona sull’amore romantico (e sul perché mai dovrebbe far soffrire, sarà tutta colpa di Catullo) e, interrogandosi filosoficamente sul suo stesso vegetarianesimo, spiega che per ora “prendere sul serio il tema del dolore inflitto agli animali sembra essere un deterrente sufficientemente forte a mangiare carne” (proprio come nel paper gli animali sono alla pari delle persone, quelle vere, non quelle da abortire). Sullo stesso blog Giubilini si schiera a favore della Ru486 contro l’ostracismo cattolico, confuta una dichiarazione contro il matrimonio omosessuale e, parlando di diritto ad abortire intralciato dall’obiezione di coscienza, scrive: “E’ il concetto stesso di ‘coscienza’, che è un concetto piuttosto oscuro e di origine cristiana, a non poter essere invocato come giustificazione ultima, quasi fosse una zona franca che giustifica qualunque comportamento e rispetto a cui nessuno è autorizzato a chiedere ragioni”.

Minerva e Giubilini sono due quasi trentenni lanciati nella diffusione del dibattito bioetico superlibertario. Ora però gli stessi studiosi liberali, i paladini del diritto all’aborto e della libertà di scelta, li liquidano facendo spallucce. Nessuno, nel mondo accademico che si dichiara di area laica, sembra aver letto quell’articolo o lo reputa degno di speculazioni, anche se tutti ne hanno sentito parlare. Quasi tutti al momento si stanno occupando di altro, ci rispondono, ci sono altri fronti che meritano maggiore interesse, che noia le dispute logiche, interverranno in tempi e luoghi opportuni. Lo stesso Sergio Bartolommei, il ricercatore in Filosofia morale dell’Università di Pisa che Giubilini e Minerva ringraziano a fine articolo “per aver letto la prima bozza e aver fatto commenti utili”, non ha nulla da dirci e si riserva di intervenire sulla cosa, se sarà il caso, “in un’altra occasione e, eventualmente, nelle sedi accademiche”. Dove si può argomentare con logica fra bioeticisti che sono in grado di comprendere il procedimento speculativo. “Penso che queste siano più che altro elucubrazioni filosofiche che hanno sempre meno a che fare con le modalità in cui si concretizzano poi le scelte pratiche – taglia corto il filosofo Gilberto Corbellini, ex membro del Comitato Nazionale di Bioetica e docente di Storia della medicina alla Sapienza di Roma –. Il punto è che la logica non c’entra nulla”. “La nascita è una soglia che non si può superare, quando si parla di aborto”, ci dice Claudia Mancina, femminista che alla Sapienza insegna Etica dei diritti.

La soglia della nascita, invece, prima della scorsa settimana, l’aveva già travalicata parte della letteratura, della fantascienza, del cinema. Perché la modesta proposta in salsa italo-australiana dà per buone le premesse teoriche che sono state alla base di alcune fra le più belle (e spaventose) distopie di inizio Novecento. Nel “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley la riproduzione è programmata, centralizzata, imposta, i deboli soccombono, la famiglia non esiste ma si possono produrre decine di cloni geneticamente superiori. Nel “Padrone del Mondo” di Robert Hugh Benson il matrimonio è a termine, il cattolicesimo fuorilegge e l’eutanasia si somministra di regola. Ma il risultato perfetto delle speculazioni di Singer l’aveva già raccontato nel 1974 Philip Dick, il creatore di “Blade Runner”, nel suo “Le pre persone”. Se Giubilini e Minerva non suggeriscono un termine ultimo entro cui si diventa persone, nel mondo di Dick i bambini possono essere abortiti fino ai 12 anni di età, ovvero fino a quando sono in grado di fare calcoli matematici minimamente complessi. Prima di allora non hanno un’anima, ha deciso il Congresso, non sono ancora umani. E se i genitori non li vogliono più, il camion degli aborti, di vernice bianca e con le sbarre ai finestrini, può raccattarli per strada e portarli con la forza in una clinica dove “eseguono il post parto contemporaneamente su un intero gruppo di bambini. Hanno una grande stanza apposta per quello”. Molti sono favorevoli a questa politica (“Voglio un aborto! – dice una donna al marito – Ma non capisci? E’ ‘in’ adesso, avere un aborto. Ascolta, cosa abbiamo noi? Un ragazzino. Walter. Ogni volta che qualcuno viene a trovarci e lo vede, io so cosa si chiedono: ‘E tu da dove sbuchi?’ E’ imbarazzante. E il tipo di aborto che praticano ora, per le donne nei primi mesi, costa solo un centinaio di dollari… come quaranta litri di benzina! E ne puoi parlare per ore praticamente con chiunque incontri”). Qualcuno prova a ribellarsi all’accalappia-bambini: “Guarda a cosa ci hanno portato questo progetto di aborto post-parto – dice il padre di un bambino catturato – e la legge che c’era prima, per la quale i bambini non ancora nati non avevano diritti… Se un feto può essere ucciso senza processo, allora perché non facciamo fuori anche i piccoli dopo la nascita?”. La logica, filosoficamente, non fa una piega.

di Valentina Fizzotti

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