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Il demone del libro

Quando Roberto Calasso si produce in sapienze iniziatiche, metafisiche e mitologiche lascia perplessi per diverse ragioni: perché non sembrano materia adatta alla narrativa né alla saggistica occidentali moderne; perché non si riesce facilmente a credere nella sua autorità e competenza; perché non si vede esattamente il motivo di una tale esibizione erudita in campi in cui l’erudizione, per quanto ardente, non conta poi molto. Ma quando Calasso, editore geniale e autore di singolare originalità, parla di editoria, allora le cose cambiano.

29 Aprile 2013 alle 00:00

Il demone del libro

Quando Roberto Calasso si produce in sapienze iniziatiche, metafisiche e mitologiche lascia perplessi per diverse ragioni: perché non sembrano materia adatta alla narrativa né alla saggistica occidentali moderne; perché non si riesce facilmente a credere nella sua autorità e competenza; perché non si vede esattamente il motivo di una tale esibizione erudita in campi in cui l’erudizione, per quanto ardente, non conta poi molto.

Ma quando Calasso, editore geniale e autore di singolare originalità, parla di editoria, allora le cose cambiano. Benché sia un piccolo libro che raccoglie articoli, ritratti e discorsi occasionali, “L’impronta dell’editore” (Adelphi, 164 pagine, 12 euro) non è affatto un prodotto minore e marginale. E’ un saggio nitido, vigoroso, severo e affabile di critica della cultura. Le sue idee e i suoi umori (molto espliciti, per fortuna) possono essere più o meno condivisi (io li condivido, anche se con una cognizione di causa incomparabilmente più scarsa): ma sono umori e idee che toccano un punto nevralgico della nostra vita mentale, del nostro rapporto con i libri, con la lettura e la scrittura, la memoria, l’attenzione, il gusto, la forma della nostra socialità e interiorità.

Mi pare che in diverse occasioni, in polemica con gli storicismi e la stessa idea di storia, Calasso abbia lodato la possibilità e i vantaggi di essere “uomini poststorici”. Ora che ci parla con assoluta passione pratica, artigianale, artistica di editoria libraria, Calasso mostra invece un altissimo grado di coscienza storica e di cosa ci può capitare in quanto esseri produttori di storia, esseri che della nostra storia, come di una seconda natura, siamo giudici e vittime.

Una delle frasi più belle e memorabili di questo libro è la seguente: “Ci sono cose che scompaiono senza quasi farsi notare. E talvolta sono cose essenziali” (p. 158). E’ una frase di illuminata malinconia. Ci parla di come “la furia dello sparire” sia divorante e temibile nelle vicende storiche, non meno temibile della folle mania di “mettere in memoria” e di conservare tutto nella polvere tossica dei nostri archivi, di qualunque natura tecnica siano.

Anche archiviare è far sparire. La vera memoria vitale ha un solo organo: la mente, la psiche e il corpo umani, l’uso degli occhi e delle mani, il rapporto fra spazi, tempi e causalità fisica. I testi, i tessuti di parole, la loro stabilità e la loro ripetizione, sono una stoffa, uno strato della vita mentale e sociale. Quando mutano le tecniche e i riti, i tempi e gli spazi, la materia della scrittura e della lettura, cambiano anche gli esseri umani, corpo e anima: perché nel “mondo sublunare” l’anima è corpo. Ogni smaterializzazione del mondo fisico, per gli esseri incarnati che siamo, non è certo sublimazione ma perversione spirituale.

Si parla di tutto questo quando si parla di forme e tecniche editoriali. E Calasso parla di questo nel momento in cui la storia gutenberghiana dell’editoria potrebbe concludersi. In questo caso, diventare “poststorici” non credo che sarebbe un buon affare. La trasformazione della forma libro, dei supporti materiali e tecnici della cultura del libro, il declino dell’editoria come forma e come genere letterario, dell’editoria che appassiona Calasso, ci fa entrare in un futuro nel quale scompariranno “senza quasi farsi notare” alcune “cose essenziali”, di cui siamo vissuti negli ultimi cinque secoli. Di queste cose i cosiddetti “nativi digitali”, variante antropologica nuova, non sanno niente o poco, mentre Calasso sa molto. L’azzeramento di un’invenzione come il libro può annunciare sventure del cervello umano già ora prevedibili.

Forse proprio a partire dal lavoro di editore, un editore che vuole lasciare la sua impronta in ogni libro che pubblica, si capisce meglio la passione di Calasso per le culture premoderne e orientali, per i miti, i riti, i simbolismi, i dati originari delle culture umane. L’interpretazione che dà Calasso del suo maestro Bobi Bazlen come mago e sciamano culturale, genio editoriale e motore immobile alle origini dell’Adelphi, è un’interpretazione mitologica, è una mitografia fondamentale nella sua vita. Ma di mitografie abbiamo bisogno, nessuno ne fa a meno.

“L’impronta dell’editore” è un libro mitografico a proposito di libri e di editori. Il primo capitolo fonda il mito e si intitola “I libri unici”. Mito magnifico e discutibile. Per delinearlo Calasso fa miracoli, esegue qualche incredibile acrobazia e mi sembra che, nello spirito di un propagandista e di un innamorato, offra dell’Adelphi un’immagine che andrebbe ritoccata e corretta.

Che cosa sono i “libri unici”? La casa editrice di Bazlen, Luciano Foà e Calasso è fatta solo di libri unici? E’, una tale cosa, umanamente, editorialmente possibile? La solennità biblica dell’incipit è già un segnale: “All’inizio si parlava di ‘libri unici’. Adelphi non aveva ancora trovato il suo nome. C’erano solo pochi dati sicuri: l’edizione critica di Nietzsche, che bastava da sola a orientare tutto il resto. E poi una collana di Classici, impostata su criteri non poco ambiziosi: fare bene quello che in precedenza era stato fatto meno bene e fare per la prima volta quello che prima era stato ignorato. Sarebbero stati stampati da Mardersteig, come anche il Nietzsche. Allora ci sembrava normale, quasi doveroso. Oggi sarebbe inconcepibile (costi decuplicati, ecc.). Ci piaceva che quei libri fossero affidati all’ultimo dei grandi stampatori classici. Ma ancor di più ci piaceva che quel maestro della tipografia avesse lavorato a lungo con Kurt Wolff, l’editore di Kafka”.

All’inizio, dunque, due ispiratori, Nietzsche e Kafka. Sarà una provocazione chiedere o chiedersi che cosa avessero in comune quei due? Due eroi, due martiri, due spiriti superiori? Il profeta dell’Oltreuomo e il cronista del Sottouomo? E’ vero che l’Uomo Medio è un mostro della socializzazione moderna, ma i mostri si incontrano anche agli estremi, nell’assoluto dominatore e nell’assoluta vittima. Per pensare “in grande” e “fino in fondo” (questa è l’idea adelphiana) è necessario guardare agli estremi, contemplare con intrepido coraggio cosa diventa l’umano al suo confine e al suo limite.
“In Italia” ricorda Calasso “dominava ancora una cultura dove l’epiteto ‘irrazionale’ implicava la più severa condanna. E capostipite di ogni ‘irrazionale’ non poteva che essere Nietzsche. Per il resto, sotto l’etichetta di quell’incongrua parola, disutile al pensiero, si trovava di tutto. E si trovava anche una vasta parte dell’essenziale. Che spesso non aveva ancora trovato accesso all’editoria italiana, anche e soprattutto per via di quel marchio infamante”.

L’origine fu perciò polemica. Si voleva rimediare a una rimozione, a una censura, a una mediocrità, a un’ideologia della sinistra che aveva segnato un’epoca e che poteva riassumersi nel nome di Lukács, filosofo e critico marxista, che credendo di superarle aveva tradito le visioni racchiuse nel suo capolavoro giovanile, “L’anima e le forme”.

Una delle cose che nella “cultura Adelphi” mi ha sempre convinto poco e a volte respinto, forse è proprio lì, in quell’accostamento dello stile enfatico di Nietzsche con la totale refrattarietà all’enfasi dello stile di Kafka. Da un lato i gesti perentori della volontà (per quanto disperata) di Nietzsche. Dall’altro (al contrario, all’opposto) la non-volontà di Kafka.

Vedo bene che me la sto sbrigando con troppa disinvoltura. Per illustrare le rozze formule che uso bisognerebbe scrivere almeno un libro, se non due. Per fortuna sto scrivendo solo un articolo e posso prendermi la libertà di suggerire che in un’altra delle idee centrali di Calasso editore, l’idea dell’amicizia o “complicità” fra gli autori pubblicati e pubblicabili dall’Adelphi, c’è qualcosa che non funziona. Se sbaglio a notare la scarsa amicizia e complicità fra il martello filosofico di Nietzsche e la mano disarmata di Kafka, è perché Calasso mi porta all’errore. Pretende che ci siano legami poco visibili ma necessari, “fisiologici”, direbbe lui, fra autori che si leggono invece come incompatibili.

Ma ci sono incompatibilità irrimediabili che nessun editore mago o demiurgo o veggente potrebbe obliterare. Di questa incompatibilità mi sembra che nell’Adelphi ce ne siano diverse. Quelle per esempio fra lo stesso Nietzsche e Simone Weil (che disse di non poterlo avvicinare), fra l’esprit di Karl Kraus e la pesanteur di Martin Heidegger, fra la politica e la società secondo Carl Schmitt, teorico della Führung hitleriana, e quelle secondo Isaiah Berlin, seguace di Tolstoj e di Aleksandr Herzen. Va bene accettare, esplorare il conflitto e la contraddizione, ma perché chiamarli complicità?

Convinto di certe incompatibilità e opposizioni (potrebbe mai l’Adelphi pubblicare Gramsci?), sembra che Calasso si vieti di vederne altre, non meno lampanti. Avrebbe potuto benissimo pubblicare Benjamin e Adorno, da cui da giovane ha imparato molto. Ma di nuovo avrebbe avuto il problema di doverli trovare amici e complici di Heidegger e Schmitt, a cui furono esplicitamente avversi per le più ovvie e più meditate ragioni, sia filosofiche che politiche.

Insomma, Calasso, non meno che Giulio Einaudi, è stato un maestro di fascinazioni e ipnotismi. Einaudi, a detta di Calasso, ipnotizzò e sedusse il popolo dei suoi lettori con una pedagogia moralistica di sinistra. Calasso, dopo il declino storico della cultura Einaudi, ha ipnotizzato la sinistra inducendo in essa uno snobismo che sarebbe difficile definire, perché nelle teste di sinistra ha provocato soprattutto una terribile confusione.

Dopo l’affinità fisiologica e la complicità, un altro punto fermo nella descrizione che Calasso dà dell’Adelphi è il piacere, il plaisir, il divertimento, lo scoppiare a ridere, tutte cose di cui il vero editore e un editore come lui non può fare a meno. Ora però mi sembra che le cose che più fanno scoppiare a ridere sono state le scelte filosofiche di Calasso, materializzate nella pubblicazione più o meno completa e in speciali, solenni collane, delle opere di Emanuele Severino e Massimo Cacciari.
Di filosofia italiana nell’Adelphi non c’è quasi altro. E’ una sorpresa, non bella. Personalmente trovo divertente leggere qualche pagina di quei due filosofi. Li trovo divertenti perché involontariamente comici e caricaturali nella loro foga iperfilosofica. Due rimescolatori ossessivi, uno troppo logico (decine di libri e un solo ragionamento: il divenire non è l’essere), l’altro ipercitazionista (sembra incapace di portare a termine una frase senza appoggiarla a una formula greca, tedesca o latina).

Forse Giulio Einaudi non ha fatto sempre bene a concepire la sua attività come un “servizio pubblico” (Calasso glielo rimprovera). Ma il servizio pubblico reso dall’Adelphi con la pubblicazione dei due filosofi mi sembra un servizio cattivo, che fa scadere il clima intellettuale della casa editrice. Qui Calasso si è lasciato sfuggire il lato comico di quel furore e rumore filosofico, di cui il nuovo ceto culturale italiano, con i suoi professori un tempo einaudiani, va pazzo.

Sarebbe perciò il caso di fare un po’ di storia e sociologia del mito Adelphi. E per esempio chiedersi: conquistando e ipnotizzando il popolo della sinistra con i suoi libri e le sue belle copertine, la sinistra ha certamente perso, ma l’Adelphi ha vinto? Direi: sì e no. Produttivamente, commercialmente, sì, e anche dal punto di vista, ormai, del comune concetto di eleganza: se in una qualunque pubblicità, in un film o in un telefilm deve comparire la copertina di un libro, sarà immancabilmente una copertina Adelphi.

Questa casa editrice ha una storia, è entrata nella storia della cultura italiana: cosa che ha avuto delle conseguenze nell’avvicendarsi delle mode culturali e nelle oscillazioni del gusto. La prima Adelphi, quella aurorale in ardua e polemica ascesa degli anni Sessanta e Settanta, non è quella dei decenni successivi, nei quali, per meriti intrinseci (reale qualità) e per accidenti storici (declino dell’Einaudi e della sinistra, decadenza culturale degli altri editori) l’Adelphi ha conquistato e conservato un evidente primato.

Ma che cosa ha portato la cultura Adelphi? Anzitutto, ovviamente, una quantità di ottimi autori che l’incultura editoriale ormai dilagante aveva dimenticato o avrebbe ignorato: Auden e Bernhard, Savinio e Benn, Naipaul, Girard, Simenon … Anche i maggiori poeti contemporanei, Milozs, Brodskij, Walcott, Szymborska, Herbert ci sono stati offerti dall’Adelphi. Il primato epocale di Marx è stato sostituito da quello di Nietzsche. Compromessi con il nazismo ma di moda, Heidegger e Schmitt hanno preso il posto di Lukács e Gramsci, compromessi con il comunismo e innominabili perfino in un salotto di sinistra. Sappiamo chi e perché si è nutrito di marxismo e sociologia dagli anni Trenta agli anni Sessanta. Ma chi e perché, subito dopo, si è nutrito di eterno ritorno, volontà di potenza, metafisica e mitologia? Ceti e masse culturali che hanno letto libri Adelphi sono diventati quello che sono, purtroppo, senza più ipocrisie né remore morali piccolo-borghesi.

A moderare l’eventuale, naturale e giusto ottimismo di Calasso per il successo ottenuto, si potrebbe osservare che da quando i libri Adelphi sono un mito, la cultura degli italiani non sembra affatto migliorata. I “libri unici” possono cambiare la vita di individui singoli e unici come Bazlen, ma non si preoccupano di migliorare gli intelletti di un’intera società.

Queste osservazioni erano inevitabili, ma fanno torto all’autobiografia editoriale di Calasso e ne mettono in ombra il tema centrale. Oggi Calasso non è affatto ottimista. La nuova grande minaccia viene dalle tecnologie informatiche e da Internet, non dai pregiudizi ideologici e dalla pedagogia marxista. Il nuovo pensiero unico è globale. La sua ideologia prevede l’abolizione del libro, dell’autore e dei suoi diritti e fa della scrittura-lettura un flusso indifferenziato.

Il sinistro paradosso della faccenda è che l’eliminazione delle mediazioni valutative e del giudizio coincide con l’onnipresenza della mediazione tecnologica, con il controllo e lo sfruttamento informatico di tutti gli atti comunicativi: e non c’è quasi più atto di pensiero che non si convertirà nel minor tempo possibile in un atto di comunicazione. Così “l’editoria come forma” alla quale Calasso si è dedicato tutta la vita, si volatizza. Un’impresa iniziata con il veneziano Aldo Manuzio, il più grande di tutti gli editori, a cui Calasso dedica diverse pagine, sarà conclusa. Si entrerà “davvero in un’altra èra. Allora occorrerebbe anche definire in modo diverso l’atto stesso del leggere. E certamente si leggerebbero altri libri”.

Questa clausola volutamente debole, attenua il colpo. Ma la temperatura del sarcasmo di Calasso davanti all’invasione di tecnologie anti libro è alta. Le parole che annunciano questo futuro sembrano emanare “un vago sentore di deportazione e macelleria”. Non c’è più il lettore, ma un “immane termitaio invisibile, che infaticabilmente interviene, corregge, connette, etichetta”.

Qualcuno dirà: Calasso nutre nostalgie, è un nemico del progresso e della democrazia culturale: e questo si sapeva, perché ama gli antichi ed è un elitario. Qualcun altro dirà: oggi gli editori hanno un tale fastidio per i libri e gli autori che ne sognano l’abolizione, procedono felici verso l’abolizione anche di se stessi, del lavoro e dell’artigianato editoriale. Calasso è quasi il solo ad allarmarsi perché è uno dei rari editori esistenti e quando parla di libri, di giudizio, di sì e di no, sa di che parla.

La sua idea dell’editoria come genere letterario e opera d’arte può essere suggestiva ma irrealistica. Non è così vero che si respinge o si accetta un autore o un libro come un romanziere o un poeta escludono o includono un personaggio o un verso. Ci sono autori Adelphi che starebbero bene anche altrove. Altri che solo per caso sono rimasti fuori dalla porta. E’ possibile che Calasso qualche errore lo abbia fatto, qualche astuzia commerciale l’abbia avuta e da un certo punto in poi abbia pubblicato troppi libri. Ma certo il lavoro che ha compiuto in mezzo secolo come editore, studioso e scrittore, è imponente e ammirevole. La sua impresa non ha pari. Eppure, nella nostra società, la cultura è scesa più in basso. Si sa: i rapporti fra società e cultura sono sempre stati un mistero.

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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